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IMMAGINI DELLE PULSIONI E DELL’ALTROVE

IMMAGINI DELLE PULSIONI E DELL’ALTROVE

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Camp Miasma: Adolescenza, Sesso E Morte, la recensione: lo slasher secondo  Jane Schoenbrun è una questione di piacere - Il Cineocchio 1

CAMP MIASMA – ADOLESCENZA, SESSO E MORTE

Ci sono almeno dieci film dentro uno solo, nell’ultima opera di Jane Schoenbrun – e non solo quelli inscatolati volontariamente tra citazioni e reinvenzioni. Ce ne sono di ottimi (uno slasher quasi gioioso, come nella scena del massacro che sembra un videoclip anni Novanta di Gondry), di buoni (il coming of age di una giovane donna che deve capire quanto l’horror è eccitante e liberatorio), di meno buoni (la satira degli executive hollywoodiani, stracotta), di pessimi (la modulazione esplicita di Viale del tramonto, sconcertante, o le citazioni di Videodrome, tremende). Alla fine non si sa bene a che cosa dare più peso. Tra prendere e lasciare, si prende, anche perché forse sta nascendo un’autorialità la cui estetica abbiamo stiamo imparando a conoscere: non binaria, dove convivono caramelle gommose capitaliste e decostruzione ideologica (più camp e meno miasma, insomma). Ma la sensazione che il progetto di superare il woke rimanga dentro l’accademismo statunitense c’è, così come un’aria da PhD in Queer Studies che guasta l’inno al piacere carnale. Al momento, Ho visto la TV brillare rimane insuperato.

INSIDIOUS – FUORI DALL’ALTROVE

Inutile persino discutere della necessità di proseguire con un sesto episodio la saga dell’Altrove. Del resto, già due o tre episodi della pentalogia originaria erano a dir poco trascurabili, e la serie non ha mai avuto la forza di The Conjuring. Il mainstream horror, però, mantiene la sua presa al box office, specie se supportato da IP amate dal pubblico. Tutto questo per dire che di veramente “critico” c’è poco da dire in questo caso, se non che ci troviamo di fronte a un paio di sequenze ben riuscite (per es. il divano di casa trasformato in una “backroom” spaventosa), e che il limbo dei morti ha sempre un suo fascino da teatro del grand guignol esplicitamente arredato come un piccolo e sanguinoso spazio scenico – anche per contenere il budget. Tutto il resto è routine, compreso un cast mediocre.

COUTURE

Struttura smaccatamente a episodi intrecciati (se ancora qualcuno la ricorda), ambientata nel mondo della moda contemporanea, tra registe di fashion film, modelle alle prime armi e truccatrici con ambizioni letterarie. I tre temi dovrebbero intrecciarsi – risparmiamo ovvie metafore sartoriali (peraltro insistite, con una sequenza irricevibile che mette insieme carcinoma mammario e linee grafiche su manichino) – ma lo fanno raramente. Nel sottogenere cinema/moda, il film di Alice Winocour almeno evita le demonizzazioni dell’ipocrisia fashionista. Ma a contare è solo l’episodio con Angelina Jolie, un meta-racconto sulla celebrità come testimonial della salute, che prosegue questa fase di carriera “autofiction” della diva (dopo Eternals e Maria).

MALDOROR

Il caso richiama apertamente il trauma Dutroux in Belgio, ma Du Welz evita di fare un true crime alla moda, finendo più vicino a David Fincher che alle produzioni modaiole contemporanee. Anzi, lo trasforma in un incubo di istituzioni cieche e di prove mancate, di grettezza umana (persino delle forze dell’ordine) e di maniacalità diffusa. Du Welz impiega stereotipi a piene mani (il protagonista che scivola dentro la follia e l’illegalità; il rapporto conflittuale tra lavoro e famiglia; la musica vagamentee straniante; l’euro-thriller metafisico come prevedibile orizzonte) e rischia di disperdere le sue caratteristiche autoriali più disturbanti. Però nei momenti migliori il film ha una forza cupa, tosta, trasformandosi in un polar imperfetto e sovraccarico, difficile da scrollare di dosso.

OVUNQUE TU SIA

In quella che Guglielmo Pescatore chiama televisione “neo-generalista” riprendono centralità serie girate in modo talmente “telefilmico” da riportarci ad altre ere del piccolo schermo. Nessuna traccia di complessità nell’ennesimo adattamente di Harlan Coben – ed è forse un merito. Anche se non si arriva a quel delizioso “vorticismo piatto” della serialità di genere di inizio secolo (pensiamo ad Alias, per esempio), Ovunque tu sia rimane un degno esempio di narrazione intensiva gonfiata di colpi di scena e di rovesciamenti narrativi. Compaiono registi un tempo iper-analizzati e poi anonimizzati (il Brad Anderson di L’uomo senza sonno), attori di franchise celeberrimi ma senza faccia (Sam Worthington), tracce mnestiche dei noir anni Ottanta (Madeleine Stowe), e alla fine la cocciutaggine di non voler essere altro che entertainment estivo vale come pregio.

MAXIMUM PLEASURE GUARANTEED

Oggettino bizzarro, passato forse un po’ in sordina, la serie ideata da David J. Rosen (con un pilot di David Gordon Green) è una delle cose più interessanti dell’estate appena passata. Sostenuta da una prova al solito maiuscola di Tatiana Maslany, la storia di una madre divorziata che finisce – a causa di un cam boy con cui si è intrattenuta online – in un gorgo di ricatti, omicidi e cospirazioni, va molto oltre il meccanismo del thriller. Tenere insieme la rappresentazione di una società americana costruita sul denaro e sull’isolamento sociale delle donne sole, specie se non più giovanissime, e il meccanismo neo-noir pieno di colpi di scena, non è affatto facile. Così come non lo è scrivere persionaggi tutti interessanti e poco prevedibili (dalla detective all’ex-marito). Insomma, funziona. Seconda stagione probabile.