
FILMLOVERS!
Esce un po’ alla chetichella lo strepitoso e commovente saggio sul cinema e gli spettatori di Arnaud Desplechin. Si tratta di un’operazione che oscilla tra poesia critica (in stile Mark Cousins), autofiction (poteva mancare Dedalus?), e raccolta di brevi racconti di finzione (tra Jarmusch e Haynes). Ne esce un affascinante mosaico tutt’altro che strutturato dove l’intero cinema (non solo quello canonico: si va da Claude Lanzmann a Julia Roberts) diventa uno spettacolo totale dell’immaginario. Convivono spinte teoriche – attraverso Stanley Cavell – e aspetti di microstoria della visione. Il tutto, come sempre in Desplechin, sotto il segno di Proust, chiave definitiva per leggere la macchina-cinema e l’intero cinema del regista francese.
COVER-UP
Questa volta Netflix scodella un film di Natale che meno natalizio non si può. Il documentario di Laura Poitras e Mark Obenhaus racconta il giornalismo come ci siamo dimenticati che sia. Il ritratto del giornalista investigativo Seymour Hersh è fondato sull’accesso esclusivo ai suoi appunti e su un profluvio di materiali d’archivio utilizzati in senso narrativo e ritmico, ma senza manipolazioni tipiche del sottogenere. Cover-Up diventa pian piano il sostituto del cinema democratico hollywoodiano alla Pakula che non esiste più. E, sebbene l’accumulo di sotto-trame alla fine rischi di deragliare, la devastante somma di comportamenti criminali e impunità collettive del potere americano qui spiegati ci ricorda ancora una volta che Trump è solo il punto di arrivo di una lunga controstoria eversiva degli Stati Uniti.

GOODBYE JUNE
Esordio alla regia di Kate Winslet, anche protagonista. Conoscendo i suoi personaggi, sempre oscillanti tra impertinenza ribelle e spirito anticonformista, avremmo immaginato una voglia diversa nel passare dietro alla macchina da presa. E invece l’unica curiosità sta nel tentativo di mescolare Cancer Movie e Christmas Movie (si perdoni la brutalità del gergo industriale) con una famiglia che si confronta e ricompone in un ospedale, al capezzale della mamma morente. Nessun altro guizzo. Solamente alcune interpretazioni significative, dove peraltro – in mezzo a gente come Helen Mirren e Timothy Spall, o la stessa Winslet – a dominare la scena è Andrea Riseborough, una delle migliori attrici viventi e poco citata in tal senso.
FILM ITALIANI
Se per Zalone rimandiamo all’analisi in podcast, rimane da dire di altri titoli destinati maggiormente alla nicchia, eppure interessanti. Come Primavera dove la solidità della cultura musicale e teatrale ricompensa l’afflato molto romanzesco; o Gioia mia, che conferma l’attenzione di Fandango per le opere prime e impone lo sguardo tenero e a scala ridotta, ragazzesca, di Margherita Spampinato (l’estate della formazione giovanile continua ad essere un topos decisamente fortunato per i film indipendenti italiani). E anche se lo abbiamo già recensito, sottolineiamo l’incredibile tenitura di Le città di pianura, che a questo punto – vista l’adozione del pubblico e del passaparola – rischia di accedere alla difficile categoria del cult movie nazionale contemporaneo.

PLURIBUS
Da quanto tempo la fantascienza non produceva un grande racconto in grado di intercettare potentemente le ansie del presente? Ci pensa Vince Gilligan, che dopo l’epopea criminale di Heisenberg e Saul (un totale di 11 stagioni e un lungometraggio), rispolvera i suoi esordi a X-Files immaginando un’invasione stile Ultracorpi ma apparentemente gentile e pacifica. La protagonista ancora intatta (non ci sono più aggettivi per Rhea Seehorn) affronta l’oscillazione tra resistenza del pensiero autonomo e abbandono all’utopia dell’intelligenza egualitaria e spersonalizzata. Dietro agli alieni si intravede il profilo di Chat GPT – con il classico slittamento tra una fantasia e l’altra – ma ogni tema contemporaneo (dal populismo al capitalismo) vengono ripensati, rovesciati, messi in crisi. E Gilligan, con i suoi collaboratori, conferma che le sue serie sono saggi di regia (specie nel loro procedere fenomenologico e nella passione per il mondo reale come regno della materia e della meccanica), da proiettare nelle scuole di cinema.
SERIE ITALIANE COMEDY
Poche righe per notare tristemente come si vola basso qui da noi. Call My Agent 3 si è trasformato in un lungo meta-spot sui prodotti Sky, dove troviamo i talent della piattaforma, da Borghese a Giorgia, contornati da altri personaggi TV (Hunziker, Argentero, ecc.); Vita da Carlo 4 chiude una lunga parentesi dove lo svecchiamento del personaggio attraverso la meta-fiction prometteva di più e meglio, pur mantenendo intelligenza e bonomia (ma questa volta, Alvaro Vitali a parte, è tutto impalpabile); Sicilia Express offre un nuovo palcoscenico seriale a Ficarra e Picone che sembrano più a proprio agio con i ritmi della forma-film, sia i loro sia quelli di Andò, dove hanno trovato la vena più malinconica – qui si va col freno a mano tirato e tanta bontà di troppo. In generale, un panorama ben poco esaltante.
