Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi.

LA SPOSA!
Quanto avremmo voluto esercitare l’opzione cinefila del “troppo è meglio del compitino”! Ma la rilettura punk-gothic degli spinoff di Mary Shelley – con creatori e creature uniti nella battaglia – non è riscattabile. Il problema di Maggie Gyllenhaal (cui va riconosciuta generosità creativa) è che scambia una sorta di Sindrome di Tourette cinefila di due ore per la visionarietà, la confusione poetica per anarchismo estetico, la laccatura di una rivolta nella rivolta stessa. Non si sa se è una parodia critica (La moglie di Frankenstein Jr.) o un Bonnie & Clyde con i freak (Natural Dead Killers). In mezzo c’è di tutto, nel caos: dal musical a Lanthimos, dal cabaret di Bob Fosse a Joker. Peraltro diverte l’idea che qualcuno abbia messo 100 milioni di dollari in questa produzione senza accorgersi del suicidio commerciale.
EPIC – ELVIS PRESLEY IN CONCERT
Fin troppo facile ribaltare le gerarchie e affermare che questo è il vero e migliore Elvis di Baz Luhrmann. Tuttavia, l’entusiasmo con cui il nostro monta ed erotizza il footage live (e non solo) di Elvis the Pelvis fa quasi sospettare che lui stesso la pensi allo stesso modo. Con un lavoro di digitalizzazione tanto monumentale quando sbalorditivo per qualità, assistiamo a un collage di live dell’Elvis “maturo” (ma non quello comatoso pre-morte), dove c’è ancora tantissima energia mescolata a un’autentica malinconia. Ci ricorda, il doc, che forse il vero e unico Elvis è sudato, on stage, venerato, e che da lì (con quella sua strepitosa E-Street Band ante litteram) nasce la storia del rock dal vivo.
LA MATTINA SCRIVO
A volte i premi ai festival appaiono eccessivi. A Venezia, di fronte all’urgenza di film da cri du coeur sul mondo in fiamme, hanno vinto gli intimismi di Jarmusch e – per la sceneggiatura – i micromovimenti di un’anima artistica di Valérie Donzelli. Nascosto nel minimalismo stilistico, la storia di un ex fotografo che affronta il precariato pur di diventare romanziere assume in verità connotati politici. Un modo nuovo per parlare di “cinema del lavoro”, quasi alla ricerca di una storia loachana che intercetti un disagio garrelliano. E la testardaggine straniata del protagonista sfiora Camus. Un film che penetra pian piano.

PAUL E PAULETTE TAKE A BATH
La storia del cinema ormai è un catalogo sterminato, dove il cineasta contemporaneo preleva non più citazioni ma reti di cinema. Qui, per esempio, il debuttante Jethro Massey cita fin dal titolo Jacques Rivette (Céline et Julie vont en bateau) e lo apparenta (stringa cinefila euro-americana) ad Hal Ashby (Harold & Maude). Ha qualcosa da dirci, questa bizzarra commedia d’amore dark, immersa nell’epoca della fluidità sessuale e del trauma come orizzonte di senso? Dipende. Il tono stralunato, la messa in scena ricchissima e cromaticamente inventiva, la protagonista carismatica e inclassificabile sono altrettanti punti a faviore. Ma l’anticonformismo si arena in una serie di quadri sociali e famigliari meno sovversivi del pervisto, con il “cinema di qualità” sempre in agguato con i suoi detestabili tentacoli.
SCALFIRE LA ROCCIA
La protagonista del documentario di Mohammad Reza Eyni e Sara Khaki (candidato agli Oscar 2026) è Sara Shahverdi, eletta consigliera in un villaggio remoto: una delle uniche donne in Iran a fare militanza attiva in veste pubblica. La trama segue le sue iniziative concrete — dalle ragazze in moto alla lotta contro i matrimoni precoci — e spiega il modo in cui ogni riforma diventa immediatamente questione di controllo e paura. Il film registra la politica quando smette di essere astratta, osservando assemblee, viaggi polverosi, litigi, risate. Funziona bene, specie visto quel che succede “in diretta” mentre noi spettatori guardiamo. L’Iran si conferma romanzo oscuro, complicato, dove l’unica cosa che conta sono le persone.
GOOD BOY
I dubbi su Jan Komasa crescono. Se i precedenti lavori (Corpus Christi e The Hater in testa) facevano pensare a un talentuoso furbacchione, capace di prendere temi molto vistosi del contemporaneo (dall’irrazionalismo al populismo) per farne racconti-metafora evidenti ma dignitosi, con Good Boy il fiato corto della smania allegorica emerge impietoso. La storia di un ragazzo rapito e tenuto in catene da una famiglia re-educational composta da psicotici accumula di tutto: critica del nucleo parentale, denuncia del precariato, ammonimento verso i valori vuoti dei giovani d’oggi, oscillando tra Haneke, Lanthimos, Laugier. E il finale, invece che annichilire, sa di moralismo manipolatorio.
