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REGNI, STATI (DI CRISI) E SOPRAVVIVENZE

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi.  

I DANNATI

E se Roberto Minervini si trovasse in una situazione di impasse creativo? E con lui il cinema del reale? Con il rarefarsi delle sue regie (l’ultima, già involuta, era del 2018: Che fare quando il mondo è in fiamme?), Minervini sembra da una parte mettersi in discussione attraverso un film di finzione e dall’altra costruire un progetto molto più interessante da spiegare che da vedere. Nell’esplorazione nordista dell’Ovest, i soldati (dannati) mandati nel vuoto e nel pericolo rappresentano un western documentale, materiale, scarnificato, gravido di storia americana e di ragionamenti sulla guerra (purtroppo appesantiti da dialoghi sentenziosi, poco “minerviniani”). Tutto è ammirevole, ma tutto si riduce a un orizzonte letterario e simbolico troppo noto e su cui c’è ben poco da aggiungere – e via via ce ne si rende conto, al netto di una bellissima sequenza di agguato (sogniamo a questo punto un Minervini più sfrontatamente malickiano ed epico).

IL REGNO DEL PIANETA DELLE SCIMMIE

No, non esiste alcuna timeline razionale o anche solo funzionale per l’intera saga dagli anni Settanta a oggi. E del resto, già questo quarto capitolo della nuova serie (ri)cominciata nel 2011 serve ad azzerare o quasi il tutto, e a proiettare nuove vicende su uno scenario più semplificato: pianeta dominato da scimmie buone e cattive, con umani buoni e cattivi a resistere. Il resto sono combinazioni. Concettoso e rilassato, il riavvio di Wes Ball non ha molto da offrire in termini simbolici o spettacolari (non produce un “pensiero su Hollywood” come talvolta fanno i media franchise), ma si difende grazie a una solidità di messa in scena quasi analogica – pur con ricorso massiccio al digitale. Interessante il personaggio di Mae (che echeggia quello di Linda Harrison e il suo mutismo nei primi due capitoli d’antan) con i suoi dubbi da guerrigliera.

IL GUSTO DELLE COSE

Dominati come siamo dalla dittatura del cibo e dalla celebrità degli chef, ecco un film che spariglia totalmente le abitudini rappresentative. La storia di Bouffant e dell’amatissima sous-chef di fine ‘800 seduce non tanto per l’acquolina in bocca quanto per la dimensione filosoficamente epicurea dell’approccio e la sfrontata celebrazione della borghesia come luogo di invenzione estetica. Tran Anh Hung si conferma cineasta sontuoso, in particolare nei primi 45 minuti (la prima giornata di cucina) fatti di un erotismo palese (la mdp osserva in movimento le tante preparazioni girando per la cucina come se inseguisse gli atti sessuali di un’orgia) e considerando i sensi dello spettatore una specie di enorme zona erogena cinefila. Il resto è una storia struggente, certo, ma mai commovente come il corpo dei lucci e la cottura delle quaglie.

THE FALL GUY

Per mezzora è: una curiosa commedia del ri-matrimonio action, un originale modo di giocare con il divismo di Ryan Gosling mettendolo di nuovo in ruolo subalterno con una donna che fa più carriera di lui, un divertente meta-film che omaggia l’epoca del cinema di Burt Reynolds e l’epica dello stuntman. Finale (della mezzora) bellissimo, con la riconciliazione sul set. Poi però c’è da riempire un’altra ora e tre quarti dove non succede nulla di rilevante, con una sotto-trama gialla imbarazzante. Possibile spendere tanto e non dare un’occhiata alla sceneggiatura? Produttori crudeli, dove siete finiti?

TROPPO AZZURRO

Barbagallo è l’anti-Castellitto. Figli d’arte romani entrambi, sembrano anime opposte. Se Castellitto immagina per sé stesso un mondo cinico, pop, tarantiniano, dove il cafonal incontra il cinema d’autore più postmoderno, Barbagallo recupera (chapeau) l’immaginario narrativo ed estetico del cinema minimalista italiano morettiano anni ’80, con precisione chirurgica. Uno grida e ride, l’altro sussurra e sorride. Uno muove la mdp come un vortice e usa il montaggio come unghie sulla lavagna, l’altro punta alla trasparenza, al dialogo, al bozzetto, mette la sordina a tutto, e fa dell’irresolutezza del protagonista la sezione aurea del film. E funziona.

RIPLEY

Battuta tra esperti: “è così curata che sembra una serie di 10 anni fa”. Tornando seri: Ripley rappresenta un UFO nella serialità frammentata di oggi oltre che un’idea di racconto estraneo alle pur caotiche linee dello streaming contemporaneo. Zaillian, autore totale, identifica nel personaggio di Highsmith (un personaggio anempatico e amorale che portò il soggetto apatico novecentesco nel giallo americano) una chiave per l’anomia del presente. Più Zaillian schiaccia la storia nel formidabile bianco e nero di Elswit e nell’Italia splendente d’epoca, più dice qualcosa del nostro illeggibile presente falso-vero. Ma anche fosse solamente uno studio compositivo su come possono stare nella stessa frase Netflix e ricerca visuale, ci basterebbe.

BABY REINDEER

Curioso caso di serie che impatta tutti i temi immaginabili dell’arena quotidiana (stalking, body shaming, vittimizzazione secondaria, fluidità sessuale, cultura dello stupro, ecc.), quasi fosse un catalogo da convegno, e di serie che li mette simultaneamente in discussione. La coda (penosa) del dopo-serie, con macchine del fango e dibattiti infiniti sulla “vera vittima”, ribadiscono da una parte che il mondo è irredimibile e dall’altra che Netflix riesce spesso a diventare centro di irradiazione dei discorsi sociali e culturali del momento. In tutto questo, è difficile credere che il creatore e attore Richard Gadd non immaginasse il putiferio che sarebbe nato da una serie auto-biografica con storie così forti e accuse così nette. Non si sa se ammirarne la spericolatezza o preoccuparsi del cinismo. Difficile offrire un giudizio critico puramente testuale, che sarebbe in ogni caso positivo, pur moderatamente irritato dall’eccessiva dilatazione narrativa dell’ultimo episodio (si può rilanciare sono fino a un certo punto, se si è continuamente rilanciato sul concetto del rapporto affettivo con la stalker: message sent).

FALLOUT

Assodato ormai che la serialità sembra affermarsi come il mezzo più efficace per adattare i videogame (da Halo a The Last of Us), si apprezza di Fallout la volontà di non prendersi troppo sul serio, pur mantenendo più linee narrative potenzialmente infinite, marchio di fabbrica di Nolan e Joy. Anche se insistendo su un immaginario ormai affollatissimo (quello del post-atomico, dell’iconografia desertica, della mutazione genetica), la serie conquista via via un’autonomia estetica di tutto rispetto grazie a un approccio ironico e spregiudicato. Potremmo definirlo utilmente atompulp. Valida anche la ricostruzione dell’America alternativa del passato, segnata dal design retrofuturista.

MANHUNT

Non meno incendiario di Civil War, e altrettanto astutamente fatto uscire nell’anno delle elezioni, Manhunt ci racconta le origini dell’America in perenne secessione ideologica. La caccia a John Wilkes Booth, assassino di Lincoln, è solo una scusa per portarci nelle retrovie della spaccatura nazionale, dove il razzismo e il capitalismo oligarchico sono due facce della stessa medaglia. Interessata anche a una certa precisione nel revival della cultura materiale, e con un’idea interessante di teatralizzazione del conflitto (Booth è un attore e in vari episodi lo spazio scenico è trattato in maniera teatrale), la serie – pur con passaggi a vuoto – si impone tra le più intelligenti dell’anno.

NIENTE DA PERDERE

RIEN À PERDRE Bande Annonce VF (2023, Drame) Virginie Efira, Arieh  Worthalter, Félix Lefebvre - YouTube

Potremmo discettare sul discreto esito del film, su come narra la solitudine e la vulnerabilità della protagonista, su come cerca di capire anche il punto di vista dei servizi sociali, su come quella vita quotidiana sa di vero, ecc ecc. Ma anche questo – come altri francesi degli ultimi anni – in verità possiede un solo motivo di passione cine-corpo-filiaca e ci sentiamo di ripeterla a seguire: Virginie Efira, Virginie Efira, Virginie Efira, Virginie Efira, Virginie Efira, Virginie Efira, Virginie Efira, Virginie Efira, Virginie Efira, Virginie Efira, Virginie Efira….