Skip to main content
ROVISTANDO L’IMMAGINARIO SERIALE

ROVISTANDO L’IMMAGINARIO SERIALE

|

How 'Widow's Bay' Creators Made the Show Both Funny and Scary

WIDOW’S BAY

Un giorno bisognerà studiare Hiro Murai, figura luminosa di scrittura e regia seriale capace di versatilità e talento unici, ma troppo trasversale per essere compresa nei rigidi schemi autoriali della critica. Insieme a Kate Dippold, altra autrice “dispari”, è alla base della bellissima riuscita di Widow’s Bay, serie horror/comedy che per fortuna non disperde un genere nell’altro (e non è facile, come sa chi parla sempre del lupo mannaro di Landis per paragone insuperato). In più, in questa storia al tempo stesso kinghiana e carpenteriana, non c’è il nerdismo dei fratelli Duffer, bensì un sincero amore (colto) per l’occulto, mentre gli episodi orizzontali che si verticalizzano (e viceversa) funzionano e sono rigeneranti. Uno Zio Tibia innestato però in una storia appassionante e piena di gag impreviste, E fa anche paura.

THE BOROUGHS

Qui i citati Duffer sono produttori ma c’è molto del loro universo di scrittura. Si potrebbe dire che ci troviamo dentro uno Stranger Things applicato – se non a una RSA – quanto meno a un luogo residenziale per anziani, molto simile al paesaggio urbano e desertico di Plur1bus (si vede che gli alieni amano Albuquerque). Già si sa che – a dispetto del finale vagamente aperto – Netflix ha chiuso la serie, che forse effettivamente andava conclusa così, senza infamia e con qualche lode. Tra Cocoon e Caligari il mix è molto divertente, così come la scommessa di trasportare la terza età in un mondo di avventura e azione – e nella sessualità intergenerazionale gestita dalle donne (viva Geena Davis!). Niente per cui gridare al capolavoro, ma meglio di tanta robaccia che gira indisturbata su piattaforma.

HAlf MAN

Con sole due serie. Richard Gadd (Baby Reindeer) si è già garantito una poetica autoriale piuttosto riconoscibile: storie di persecuzione, abuso, trauma, in cui personaggi contemporanei devono fare i conti con le contraddizionio dell’identità sessuale e biologica. Una specie di antidoto agli schematismi woke ma senza mai diventare sguaiati o reazionari. Anzi, nel lungo e rovinoso viaggio dentro la maschilità tossica dei due fratellastri protagonisti è come se Gadd volesse rappreesentare ceti sociali ignorati, e mostrare una diseducazione sentimentale talmente estrema da fare tutto il giro e raccontare qualcosa di noi. Qualcosa di concreto, poco spiegabile, intenso e viscerale – estraneo, appunto, alle parole d’ordine. E la fisicità di Gadd come attore è davvero impressionante. Peccato per un certo avvitamento via via che si procede e per un finale frettoloso: non toglie che sia una miniserie importante.

POKER FACE

Sky/Now sta recuperando in un colpo solo le uniche due stagioni dell’apprezzata Poker Face. Creatura di Rian Johnson, autore conservatore se ce n’è uno, la serie eccelle proprio grazie all’idea di rispolverare la tradizione gialla con episodi autoconclusi. Anzi, la formula è plateale al punto che si deve dare per assodato il fatto che, per puro caso, la protagonista in fuga finisca sempre in un luogo di lavoro dove c’è un delitto, e lo risolva grazie alle sue doti investigative. Tutto poggia su Natasha Lyonne e la sua voce magica. oltre che sul suo essere naturalmente dropout. Per il resto, la formula da Tenente Colombo (noi spettatori conosciamo il responsabile dell’omicidio all’inizio) – già riemersa nel sottovalutato e nostrano Stucky – fa girare il tutto alla grande, anche grazie alla galleria di attori guest che animano i singoli episodi.

SPIDER-NOIR

Tra i mille universi ragnosi, ce n’è uno in cui Nicolas Cage è un invecchiato detective privato nella New York anni Trenta, richiamato a indossare il costume dopo anni di disillusione, casi squattrinati e fantasmi personali. La serie si può vedere, a scelta, in b/n (troppo stilizzato, tipo il noir di chi non ha capito davvero il noir) o a colori (meglio, perché più straniante per lo stesso motivo). Cage, naturalmente, è l’attrazione principale: abbastanza autoironico e carismatico da impedire al tutto di diventare pura calligrafia. Il limite è però proprio la scarsa adesione all’epica narrativa. All’inizio seduce, poi si diluisce in una serialità più ordinaria del previsto. Resta un esperimento elegante, con qualche vera scintilla; non certo una rivoluzione del superhero, ma concediamogli almeno il discreto numero di prestigio (sotto la pioggia finta).