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Tag: Ali Asgari

POLITICA DEL GUARDARE

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi. 

DIVINE COMEDY

Si è parlato di Woody Allen per come si muove e recita il protagonista; di Nanni Moretti per la Vespa che attraversa Teheran; e nel corso del racconto si citano tanti autori, dalle Wachowski a Scorsese, da Tornatore a Godard. Eppure in questa parodia dantesca – il film è un giro cinefilo in Purgatorio – c’è un altro “intervento divino”, quello del cinema di Elia Suleiman, cui forse Asgari deve qualcosa (o siamo troppo superficiali nell’affratellare le commedie degli oppressi?). Certamente l’ironia asgariana è quanto di più critico e al tempo stesso vulnerabile, con le sue gag a camera fissa che si estendono in un meta-cinema che è anche meta-politica in atto. E quale cinema fare – anzi quale cinema proiettare – diventa una questione di morale.

SONG SUNG BLUE

Difficile resistere alla commozione in diversi momenti di questo curioso biopic, che innalza un cover duo a progetto estetico. Così come i Lightning & Thunder “interpretano” Neil Diamond invece che “impersonarlo”, anche Craig Brewer concepisce Song Sung Blue come un lato B (secondo l’intuizione critica di Marzia Gandolfi) che unisce il tema teorico della musica come infinito karaoke di popolo a un melodramma musicale apparentemente convenzionale, con il solito up-down-up dei destini personali. Fino al momento sosia assoluto, in cui il duo fa un concerto cover nello stesso esatto momento in cui il vero Diamond sta cantando in un’altra arena. Spiega più questo film di dieci saggi sull’era Spotify e il valore del catalogo.

ULTIMO SCHIAFFO

Opera seconda, dopo un periodo dedicato ai lavori seriali, di Matteo Oleotto che anche stavolta (come in Zoran) mostra di lavorare al meglio su piccoli luoghi di provincia, ben connotati antropologicamente e geograficamente. Ultimo schiaffo è un film dove si respira freddo e neve a ogni inquadratura, e dove il contesto friulano e di confine contiene le storie nere e grottesche come un catalogo da sfogliare davanti al fuoco. Il destino tesse le fila in stile Coen, con uno sguardo alla letteratura e al cinema finlandesi, ma pulsa di un’umanità fatta di roulotte, parrocchie, auto scassate, boschi, casette, dove la separazione tra classi permane intatta dalla notte dei tempi. Due attori che sembrano usciti dal cinema di Terry Zwigoff fanno il resto, senza dimenticare uno sguardo alla Mazzacurati da lassù. E via col passaparola.

UNA DI FAMIGLIA

Costellazione: da una parte c’è Brandon Sklenar che è al tempo stesso principe azzurro (It Ends with Us, 1923) e rovescio tossico delle medaglia (qui: troppo bello per essere vero). Dall’altro i nuovi adattamenti da thriller femminista per il grande pubblico, sorpassati a sinistra dai vengeance più militanti (Coralie Fargeat, Emerald Fennell). E per compattare le tendenze, ecco ora un duo semplicemente strepitoso – e nemmeno troppo guilty – come Seyfried e Sweeney. Una sorta di exploitation deluxe, con rovesciamento di punti di vista da manuale narratologico e da lezione sullo sguardo patriarcale. Funziona tutto, soprattutto perché al posto del ditino alzato c’è un perfido divertimento da b-movie.

MENUS-PLAISIRS

Arriva su I Wonderfull l’inedito dell’allora 93enne (oggi ne ha 96) Frederic Wiseman, che utilizza il consueto metodo osservativo ampio, lento, torrenziale per riprendere una famiglia di ristoratori francesi. Come per l’Opéra o la Comedie Française il mondo europeo offre a Wiseman un’alternativa allo studio delle istituzioni pubbliche e private americane. Lo sguardo diventa dolce, antropocentrico, meno ossessionato dal meccanismo “vivente” del dispositivo sociale. Ma soprattutto Wiseman intuisce che il cibo (sottoposto a una pornografia incessante attraverso talent, reality, serie) necessita di un’ecologia mediale, di una forma di cinema, di domande – più che risposte – su che cosa spinge diverse generazioni a confrontarsi con la gastrocultura.

POTERI TOSSICI E FUNZIONI DEL CINEMA

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi.

DOGMAN

Il ritorno di Luc Besson a una qualche ambizione produce un risultato che sembra apprezzabile solamente per il piacere dell’ibridismo. Troviamo infatti: un protagonista queer (ma molto etero nei gusti), un film di cani per bambini, una specie di horror, un noir con ammazzamenti, un remake di Joker, un musical, il tutto in un unico percorso dominato da Caleb Landry Jones (perfetto nella parte). Ma Besson continua a mostrare la corda nella regia (sciatta soprattutto nella rappresentazione degli spazi e nel mondo “arredato”) e mantiene un autismo di fondo nei confronti della materia, finendo col raffreddare il mélo che avrebbe potuto essere.

SICK OF MYSELF

Piccoli Ostlund crescono, e non è per forza un’ottima notizia. La storia di una patologia narcisistica che sfocia nell’autolesionismo in favor di telecamera ha il solito difetto di molti pamphlet contemporanei: la tendenza a ribadire il concetto metaforico con una tale frequenza che il cinema sembra scomparire per far posto all’ora di lezione. La campanella di Kristoffer Borgli che ci riporta sui banchi ogni dieci minuti mina l’aspetto corporeo e biopolitico, che dovrebbe essere qualcosa di incontenibile o spiazzante (problema che persino Lanthimos sta affrontando purtroppo con gli ultimi due film).

FAIR PLAY

Discorso simile per il film di Chloe Domont distribuito da Netflix. Più interessante il luogo di lavoro (una specie di Wall Street aggiornata al presente), così come un personaggio femminile più complesso di quanto appare. Il velo pietoso che dobbiamo invece stendere su quello maschile – che nulla c’entra con qualche trigger del recensore ma è solo buon senso di fronte a una controproducente parodia del maschio idiota – apre un fianco scoperto che sanguina dall’inizio alla fine della scrittura. Detto questo, bisognerà cominciare a studiare questo “cinema dell’invettiva” contro le mascolinità tossiche.

L’ESORCISTA – IL CREDENTE

La severità delle prime tre recensioni ci fa sentire un po’ in colpa, se paragonate a questa presa per i fondelli. Purtroppo David Gordon Green, che aveva cavato la pellaccia dalla nuova trilogia di Halloween (pur tra irritanti alti e bassi, e ben lontano dagli esiti di Rob Zombie), sembra muoversi bendato alla ricerca della pentolaccia di Friedkin da colpire, Ma non bastano né le poche note di Tubular Bells né la povera Ellen Burstyn – maltrattata da una sceneggiatura sadica – a far intravedere la sacra sindone di Pazuzu. Siamo in zona Blumhouse quando i soldi scarseggiano e bisogna traslocare in fretta e furia prima dello sfratto.

KAFKA A TEHERAN

Idee chiare e solide, quelle di Ali Asgari e Alireza Khatam, durissimi nei confronti dei rapporti di forza e della pressione ideologica del regime in Iran. Concepito in una decina di quadretti da pochi minuti l’uno, con la passione per la parola della scuola-Farhadi, mettono in scena altrettanti colloqui tra chi ha il potere e chi lo subisce. Scuola, commercio, lavoro, istituzioni, industria, polizia, nessun “dispositivo” può esimersi dall’ispezione e dalla demolizione della libertà altrui. Camera fissa, enfasi sul fuori campo. Qualche schematismo e un finale enfatico (dunque contraddittorio) non rovinano il triste affresco.

FLORA AND SON

John Carney si conferma il cineasta più cariogeno del momento, strappando la leadership a (me)Lasse Halstrom. Battutacce a parte, si tratta del più classico fautore del cinema riparativo, un’idea emolliente del film – meglio ancora se in streaming come questo – in grado di evitare qualsiasi granello di polvere nell’ingranaggio. Sia chiaro: una volta accettata questa funzione patemica, tutto funziona benissimo, dalla rappresentazione sociale alla sboccatissima (e brava) Eve Hewson. Basta sapere che cosa si vuole (e non essere troppo snob come gusti musicali: questo è il canone di Carney).