Skip to main content

Tag: Andrea Pallaoro

ECO DI CANZONI E STORIE (DEL CINEMA)

The Echo Chamber con Luca Marinelli: trama, cast, recensione | Style

THE ECHO CHAMBER

Affascinante film-fantasma, dove scorre chiarissima la filosofia bertolucciana sia pure in forma spuria di “cinema internazionale di qualità”, lontana forse dai gusti di Bernardo. Eppure questa casa che sembra ascoltare più dei suoi stessi abitanti in verità funziona (e si aggiunge alle tante case “pensanti” del cinema contemporaneo). Il rigore quasi clinico di Andrea Pallaoro, sostenuto da un apparato fotografico e scenografico di prim’ordine, opera in modo che l’appartamento non faccia da sfondo, creando una sorta di serra emotiva, dove tutto fermenta e si macera. L’atto finale, che lascia delusi molti spettatori, in verità è la conclusione lancinante e rovinosa del rapporto sentimentale secondo Bertolucci, la cui “cattività” era già stata sublimata in tante opere, specie le conclusive. Il cast eterogeneo regge, in questo film imperfetto e interessante, da non liquidare solo perché troppo serioso.

OASIS: DON’T LOOK BACK IN ANGER

Non si possono sempre avere rock-popumentary come quello di James Cameron su Billie Eilish (pura avanguardia) ma non tenendo l’asticella troppo alta ci si fa prendere e non poco. Anche perché più che spiegare la reunion degli Oasis, Don’t Look Back in Anger la mette in scena come rito collettivo. Il pubblico diventa un terzo fratello Gallagher, mentre le canzoni sono ormai trasformate in memoria condivisa tra generazioni diverse. Southern e Lovelace, con Steven Knight a dare ossatura (non sempre lucida), seguono fin troppe linee narrative e il limite dell’autocelebrazione è evidente. Però, quando arrivano i cori e l’energia quasi calcistica della folla, l’operazione funziona e commuove, c’è poco da dire.

YES

Miracolosamente giunto in Italia, Yes di Nadav Lapid entra coraggiosamente nel presente israeliano dopo il 7 ottobre e lo sterminio di Gaza, con un film che non cerca alcun equilibrio. Nella figura (piena di riferimenti letterari, ebraici e novecenteschi) di Y., musicista jazz, gigolò e performer del bel mondo di Tel Aviv, si incarna una visione nichilista del Paese e della sua fascistizzazione. Si tratta di un oggetto furioso, scomposto, a tratti insopportabile per scelta. In uno spazio dell’assurdo dove si incontrano (se possibile) il cinema di Sorrentino, Jude e Suleiman, si insinua Lapid, che non assolve nessuno, a cominciare dal suo protagonista, che dice “sì” ogni volta che dovrebbe trovare il coraggio del rifiuto. Agendo in modo contrario alla denuncia lineare, l’autore israeliano accumula paradossi e onirismi senza occultare la violenza (la collina da cui si vede Gaza) e l’umiliazione decerebrata della propaganda stragista (l’inno, peraltro vero).

PALESTINA 36

Ancora questione palestinese, con tutt’altro stile e contesto. Palestina 36 torna al Mandato britannico e alla Grande Rivolta Araba degli anni Trenta per ricordare che la Nakba non nasce dal nulla. Annemarie Jacir costruisce un affresco corale tra Gerusalemme e la campagna, seguendo famiglie, ribelli, giornalisti, colonialisti britannici e una comunità con tutte le sue contraddizioni (il cui ritratto complesso salva il film dall’agiografia storiografica). Poteva sortirne un polpettone oleoso in forma di kitsch internazionale – come pare all’inizio. Bisogna invece dire che, a modo suo, pur non evitando del tutto le trappole retoriche, la forza del film sta proprio in questo sguardo largo e romanzesco. Deve esistere cittadinanza cinematografica anche per i film didattici.

AUBER 89

Cinema che riapre archivi. Il quartiere di Aubervilliers negli anni Ottanta, le immagini del progetto utopico Banlieues 89, la grana delle videocassette comunali, la storia di una televisione pirata, un’eterotopia alternativa attraversata da voci e corpi ripresi all’epoca. Giuseppe Schillaci affida il viaggio a Fatsah Bouyahmed, attore cresciuto lì e colpito da una perdita di memoria dopo un incidente: è il suo sguardo che diventa il tramite tra biografia e memoria collettiva. Il documentario di conseguenza osserva quel passato come una promessa incompiuta di partecipazione, tema che va considerato una parte per il tutto, proprio mentre il presente (del luogo e di noi tutti) lascia intravedere paura e diffidenza verso il vicino. Auber 89 descrive il crollo di un sogno, anche se in fondo fornisce alcune chiavi di risalita per i non amnesici. Da recuperare in tour: il film di Schillaci va cercato in giro tra festival e proiezioni speciali.

M – IL MOSTRO DI DUSSELDORF

M è il luogo in cui il cinema di Fritz Lang (primo lungo sonoro) riorganizza il rapporto tra visibile e invisibile. Come se avesse sublimato i grandi sistemi figurativi del muto, in nome di un “realismo simbolico” più intimo e urbano, con una nuova costruzione geometrica di segni ed emblemi: il palloncino di Elsie, la lettera sul cappotto, l’ombra sul manifesto, il volto riflesso tra i coltelli e tutte le immagini da antologia che ben conosciamo. La vera invenzione è sonora. Lang usa il parlato e il suono come un principio di montaggio, del resto l’incipit si trova illustrato in tutti i manuali di analisi del film: la voce della madre che chiama Elsie sopra le immagini vuote, il fischio di Grieg come traccia identificativa, il fuori campo che allarga l’inquadratura, l’assenza più angosciante della presenza, ecc. Poi c’è il volto tragico e infantile di Peter Lorre, che contribuisce a rendere il personaggio di M più attuale che mai (la colpa e la sua attribuzione come ossessione perversa delle società davanti al precipizio: tuttavia, de te fabula narratur). Per questo il film è simultaneamente un noir originario, una possibile anatomia della Repubblica di Weimar, un laboratorio sul ruolo del sonoro nel cinema e, non ultimo, un trattato sulla relatività del giudizio. Un capolavoro imperituro che torna in sala restaurato.

IL MODERNO E L’ARCAICO NEL CINEMA DELLE ESPERIENZE

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi.

TORI E LOKITA

Sempre i soliti Dardenne? Mica tanto. La trasformazione da autori del “survival estremo” nel capitalismo europeo contemporaneo a osservatori entomologici dell’esclusione umana si è compiuta. Bressoniano fino al midollo, l’ultimo lavoro è un meccanismo di spazi concentrazionari, separazione tra sé e società, espulsione e annientamento dell’ospite, il tutto filtrato da uno struggente rapporto fraterno senza ius sanguinis. Davvero un peccato la sufficienza con cui è stato accolto.

MONICA

Andrea Pallaoro rimane un enigma. Cineasta chiaramente orientato al “film da festival”, compone ritratti femminili glaciali e intensi di cui si può dire solo bene. Eppure, anche qui, con due straordinarie protagoniste, la perfezione formale e la struttura da mélo inscatolato in un frigorifero in 4:3, tutto rimane impeccabilmente dentro i binari che ci si aspetta dalle prime inquadrature. Fin dove si potrebbe spingere, se volesse?

DIABOLIK – GINKO ALL’ATTACCO!

Siamo tornati in breve tempo alla goliardia di Coliandro. Tanto il primo episodio aveva lodevolmente cercato la via di un cinema lounge e a strisce orizzontali, tra cocktail culture ed extravaganza noir, quanto questo la butta in caciara. Se si punta sul racconto d’avventura, mancando sensualità e sangue, si va a finire in una terra di nessuno dove le astrazioni postmoderne diventano zavorra. E il budget ridotto si sente tutto (come l’assenza di Marinelli).

IL PRODIGIO

E alla fine questo autore cileno, Sebastián Lelio, che per noi europei superficiali sembra sempre il cugino meno importante di Larraín, andrebbe considerato con maggior attenzione. Specialista in ritratti femminili, dirige una sempre più magnetica Florence Pugh, infermiera, dentro l’irrazionale di un villaggio irlandese del ‘600. Tra miracoli e scetticismo, il tema è l’indagine visiva, con una riflessione non banale sul (futuro) pre-cinema.

SPACCAOSSA

Ficarra e Picone cominciano davvero a stupire. A loro si deve molto del tono malinconicamente sottile di La stranezza, a loro si deve anche parte della scrittura di questo durissimo racconto di emarginati palermitani. Il titolo dice già molto, sia della trama sia del senso profondo dell’esordio di Vincenzo Pirrotta. Un microcosmo di vittime ferite e carnefici ammaccati che corrono come criceti dentro un’esistenza socialmente segnata. Notevole.

THE MENU/BOILING POINT/THE BEAR

Li mettiamo tutti insieme, i tre racconti sugli chef di queste settimane. Si salva solo la serie The Bear, peraltro sopravvalutatissima, ma almeno con una sua idea di legare cibo e dolore, trash food e ricerca del gusto, famiglia in lutto e culture alimentari. Invece Boiling Point maschera con il piano-sequenza la stessa tensione narrativa di una qualsiasi puntata di Masterchef (non è ironico, è proprio così). The Menu, il più sciocco, liquida una discreta intuizione sul sadismo sociale del mito culinario in nome di un grand guignol gestito con troppa indulgenza verso l’horror chic da social media.

CANTANDO SOTTO LA PIOGGIA

Conoscerlo a memoria non giustifica un’eventuale assenza di fronte al nuovo restauro 4K di Warner Bros. Tutto è diventato classico, in questo capolavoro. Eppure, dentro il perfetto congegno, scorre una vena di modernismo irriducibile, con una spinta al cambiamento (artistico e sociale) molto in anticipo sui tempi. Donen e Kelly sono l’essenza stessa del musical, il resto lo portano in dote il cromatismo ipnotico del reparto foto-scenografico e soprattutto le creazioni di quattro geni: i librettisti-sceneggiatori Betty Comden e Adolph Green, gli autori di canzoni Nacio Herb Brown e Arthur Freed.