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Tag: Carla Simón

SALVARSI E ALTRE STORIE

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi.

LA CRONOLOGIA DELL’ACQUA

Kristen Stewart adatta con un certo sprezzo del pericolo il memoir di Lidia Yuknavitch, che era qualcosa di molto rognoso: una storia in tanti piccoli pezzi (cronologicamente instabili) di infanzia abusata, dipendenze, sesso, lutti, e processi di rielaborazione attraverso la scrittura. L’autrice esordiente indovina uno stile frammentario e confessionale, sostenenedo un cinema nervoso, spesso scomposto, sicuramente troppo innamorato del suo “giro di basso” arthouse. Curiosamente, però, è proprio la sua testardaggine formale a farne un progetto coerente. Senza i passaggi ultta-simbolici che appesantiscono, per esempio, il cinema di Lynne Ramsay, forse non estraneo – come influenza – al presente progetto. Sorprendente Imogen Poots, che tiene insieme furia e vulnerabilità, evitando il santino della sopravvissuta.

REBUILDING

Nel Josh O’Connor-festival di questi anni, un piccolo e dignitosissimo posto lo merita anche il malinconico cowboy di questo film, spazzato via da un incendio che gli brucia casa e futuro. Walker-Silverman prende il western dalla parte meno epica, quasi a farne una versione anti-Sheridan: uomini da ranch che devono imparare a chiedere aiuto. Rebuilding è piccolo, pudico, a tratti persino troppo gentile nel trasformare la catastrofe personale in parabola comunitaria. Eppure proprio la sua misura risulta vincente: a volte accontentarsi della propria minorità è un tratto onorevole. E la comunità degli sfollati in camper colpisce nel segno, con una scelta finale commovente e quasi socialista (o se si vuole, steinbeckiana) che chiude il cerchio dei valori messi in scena.

ROMERÍA

In Romería Carla Simón chiude idealmente una sorta di trilogia familiare, fortemente autobiografica. Qui abbiamo Marina, diciottenne orfana, in viaggio sulla costa galiziana per cercare una firma dei nonni paterni per una domanda di borsa di studio – ma in verità per sapere di più sui genitori morti di AIDS anni prima. In un contesto di mare e luce, ci sono molte ombre e omissioni, finché la protagonista capisce che per ricostruirne la vita interiore di mamma e papà dovrà attingere all’autofiction. E alla pietas. La regista imposta una romería laica, un pellegrinaggio verso il diritto di inventarsi un’origine senza mentire. Ed è di gran lunga la cosa più riuscita di un’opera che poggia sulla frizione tra l’oscurità della memoria e la luminosità mediterranea (ottenuta con le luci fotogeniche di Helène Louvart).

DJANGO 4K

Torna restaurato il western di Sergio Corbucci, uno dei pochi che merita il titolo di cult italiano. La storia dell’ex soldato, con bara al seguito, che si fa strada tra razzisti incappucciati e rivoluzionari messicani, conferma l’individualismo della nuova società italiana intuiita dal western nostrano – come ben spiega Alberto Pezzotta nei suoi testi al proposito.
La violenza, celebre e scandalosa (oltre che importante per futuri adepti: in primis Tarantino) ha funzione spettacolare e pure un po’ politica: un mondo che si autodivora tra avidità, razzismo, vendetta e falsa rivoluzione. Rispetto a Leone, Corbucci è sicuramente meno mitologico. La bara fa parte dei parafernalia che hanno in fondo inventato un’iconografia oiriginale, laddove il genere partiva come emulazione. Paradossi della storia del cinema, almeno quando dietro la macchina da presa c’è chi sa il fatto suo e ha pelo sullo stomaco.

ARRAPAHO

Chi lo avrebbe mai detto che la Cineteca di Bologna presentasse il restauro di Arrapaho? Segnale culturale ben preciso (e non è una critica). Arrapaho è uno di quei casi in cui la domanda “è bello o è orrendo?” arriva troppo tardi: il film è già passato oltre, ha fatto tutto il giro del trash, trascinando con sé un’epoca e un’idea di comicità senza freni.
Ciro Ippolito fa parodia del western, recupera l’avanspettacolo napoletano, sfrutta il nonsense degli Squallor e mescola tutto in un calderone tanto artigianale quanto goliardicamente scervellato. Occhio: se di cult si tratta è perché scodella una libertà produttiva oggi impensabile. Almeno non in questa forma così rozza, sfrontata, e idioticamente irresponsabile. Rivederlo con le stimmate del reperto archivistico vuol dire sostanzialmente incontrare un fossile ancora radioattivo della commedia italiana. Ancora oggi per fortuna ci rimane un po’ di incredulità.

DUE SPICCI

Zerocalcare e la sua migliore serie (oltre che uno dei migliori lavori dell’ultima parte della sua opera, in toto). La vulnerabilità è il cuore della serie, seguendo un approccio emotivo in cui nessuno viene davvero assolto: i personaggi spesso sbagliano scelte, ancora più spesso scappano. E quando chiedono perdono lo fanno tardi e male. Ma Due spicci resta prima di tutto una macchina comica, rapidissima, piena di deviazioni e doppi fondi. Lo schema è il solito: la narrazione avanza lentamente perché si blocca a ogni snodo, permettendo alla dimensione autoriflessiva e di commento ironico di aprire botole narrative e temporali. E stavolta i dolori della giovane star incompresa dal mondo dei media rimangono chiusi nell’armadio (anche se poi ci ha pensato Gasparri a confermare che Zerocalcare ha ragione di dolersi). Anche dal punto di vista tecnico la ricchezza espositiva arricchisce un mondo iconografico che ormai conosciamo a menadito.


IL MONDO CHE ABITO (TRA CORPO E CONFINI IDENTITARI)

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi. 

JURASSIC WORLD – IL DOMINIO

Jurassic World - Il Dominio: data di uscita italiana anticipata al 2 giugno

Massacratissimo dalla critica “daily”, difficilmente il film del ritornante Colin Trevorrow potrà trovare riscatti analitici nello slow criticism accademico o teorico. C’è davvero poco in questo terzo episodio della nuova trilogia, e nemmeno il ritorno del cast originale riesce a iniettare quella malinconia postuma presente in Matrix Resurrections o Ghostbusters Legacy. Tuttavia, se cinema epidermico deve essere, che cinema epidermico sia. E allora, staccando il cervello e depositandolo dentro il bicchierone dei pocorn, ecco che si può serenamente sonnecchiare durante le scene di raccordo e godersi un migliaio di inseguimenti uomo/dinosauro con una sorprendente varietà di specie e un ricorso ben riuscito ai cari, vecchi quattro elementi del catastrofico (acqua, aria, terra, fuoco), con una sequenza di mega-locuste incendiate (quindi macro-lucciole horror) niente male. Robetta, sia chiaro. Ma rispetto a Godzilla vs. Kong sembra Cecil B. De Mille.

ALCARRÀS

Alcarràs (2022) | MUBI

La storia degli Orsi d’oro a Berlino è quanto meno altalenante. Ma Alcarràs (nome del paesino in Catalogna dove si svolge il film) è meritevole di essere ricordato. Immaginato come una lenta esplorazione di una famiglia in difficoltà, prima ancora che come opera di denuncia, l’opera seconda di Carla Simón vince sostanzialmente di regia. Se il conflitto tra radici e progresso, tradizioni e macchine, conduzione generazionale e speculazione rischia di essere schematica (anche se ha poi delle sfumature assai meno prevedibili del previsto), è nella costruzione di questo mondo contadino e al tempo stesso ultra-vitalistico che il film vince la scommessa. Come in Carpignano, come spesso in Rohrwacher, come in altri cineasti del “naturalismo formalizzato” la messinscena implacabile e controllatissima permette di regolare e scardinare il binomio realismo/cinema spontaneo che ancora oggi grava su molte estetiche e che impigrisce l’immaginario sociale.

LA DOPPIA VITA DI MAEDELINE COLLINS

La doppia vita di Madeleine Collins di Antoine Barraud: la recensione - iO  Donna

Non si può dire che gli ultimi due mesi non siano stati generosi (distributivamente) per il cinema francese in Italia. Con La doppia vita di Madeleine Collins Antoine Barraud lavora su temi falsamente hitchcockiani (come si potrà capire vedendolo) per costruire un bel ritratto di donna psicologicamente scissa. Presentato alle Giornate degli Autori 2021, e passato inevitabilmente in sordina vista la quantità di proiezioni di un festival come Venezia, è il classico film che si deve scavare un momento di calma per essere sorbito senza fretta. Non ci troviamo certo di fronte a un capolavoro, ma la struttura è davvero intrigante e se siete – come il sottoscritto – attratti in maniera irresistibile da Virginie Efira, scoprirete anche che di titolo in titolo questa brillante interprete si sta costruendo una strana “narrazione attoriale” dove i vari ruoli parlano tra loro e si mettono in relazioni impreviste.

FRESH

Fresh è una splendida sorpresa su Disney+, ma non è facile da digerire (ah  ah)

Le vie dell’horror sono sempre più impervie. E il genere streaming horror con venature di impegno civile (black o femminista) sta pericolosamente diventando formulaico già in pochi anni. Ma bisogna concedere a Mimi Cave un certo gusto nel dosaggio. In questa storia di rapimento, cattività e psicopatologia, l’ironia saetta qua e là tendendo una corda ben tirata tra il rischio di grottesco buttato via e di raccapriccio torture porn (tenuto molto, ma molto, a bada). Non si può raccontare molto se non rovinando la vicenda, a base di cibo e sangue. Per cui ci basti elogiare il lavoro fotografico che densifica la materia e la bravura dei due protagonisti. Sebastian Stan offre un’evoluzione schizofrenica ed estrema al personaggio di adorabile cazzone di Pam & Tommy mentre la deliziosa Daisy Edgar-Jones mantiene una sua aristocratica intelligenza anche nei momenti da scream girl per poi imporsi su tutta la linea. Da non guardare appena prima di cena.

RUE GARIBALDI

Rue Garibaldi», tra precariato e immigrazione - Collettiva

Vincitore della sezione Documentari al Festival di Torino 2021, auto-prodotto e auto-distribuito, il film di Federico Francione merita di essere inseguito laddove sia possibile recuperarlo in un modo o in un altro. Frutto di un’intensa e non invisibile osservazione partecipata, il doc racconta Ines e Rafik, origini tunisine e scuole siciliane, fratello e sorella alle prese con una nuova vita nella periferia di Parigi. La ricerca del lavoro e la vita domestica sono i due perni intorno ai quali si snoda la loro esistenza, raccontata da Francione in tutta la fragilità dei due protagonisti. Seguendo il continuo flusso di euforie e disforie, intervallate da riflessioni su di sé e sulla società occidentale europea legata alla precarizzazione generazionale, l’autore trasforma in esemplari due situazioni soggettive. E ottiene di sfiorare temi molto più grandi, non rinunciando a esibire il mezzo cinematografico come regolatore di esperienze e soggetto “terzo” rispetto all’universo a due costruito da giovani sospesi tra i continenti e le nazioni.