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Tag: Carlo Verdone

TENTATIVI DI (R)ESISTERE

È L’ULTIMA BATTUTA?

In passato parlammo della “generosità” di Bradley Cooper come autore, persino in film un po’ dispari come Maestro. Ed ecco la conferma. Qui, al suo miglior esito, il regista e attore nasconde un feelgood movie (ce ne sono di belli e di brutti, per questi ultimi si veda Coda) dentro un (ri)matrimonio in difficoltà e una carriera di stand up amatoriale che serve come terapia. Giocando su due performance eccezionali di Will Arnett e Laura Dern, Cooper mescola al meglio certe commedie isteriche anni Settanta, un disincanto tenero anni Novanta e tutta l’incertezza esistenziale di oggi. Trovando una dimensione verbale brillantissima sorretta da una regia sensibile, umanista e corporea (la colazione cantata allo chalet vale il film).

MR NOBODY AGAINST PUTIN

Il documentario di David Borenstein suscita – come spesso accade di fronte a rappresentazioni discutibili di persone coraggiose e ad imprese cinematografiche dove si rischia la vita – sentimenti contrastanti. Da un lato, infatti, lo stile catchy del racconto (e del montaggio) e la vena pedagogica nella denuncia della propaganda non lo collocano nel novero dei doc contemporanei che “fanno anche cinema”. Dall’altro, è inevitabile rimanere turbati dalla cronaca di un insider che narra in diretta la militarizzazione delle scuole russe. Nei suoi momenti più liberi, il film diventa una galleria di ritratti letterari di persone qualunque, gogoliane, trasformate in agenti di propaganda locale.

UN ANNO DI SCUOLA

2007. Una diciassettenne svedese arriva a Trieste e finisce nell’ultimo anno di un ITIS tutto maschile: fa amicizia con quattro ragazzi, che ne escono terremotati ma cresciuti.
Samani intuisce che è necessario attualizzare il romanzo di Giani Stuparich mantenendo però una forma di “passato”: gli anni Duemila pre-social newtork, una specie di archeologia contemporanea. Si tratta di un racconto lucido sul maschile come confine in mezzo ai confini geografici e sulla libertà come prezzo che si paga quasi fosse un pedaggio anagrafico. Evitando tutti gli snodi del film-formazione stereotipato, l’autrice riesce in un esperimento curioso, poliglotta, libero e aggraziato.

SCIATUNOSTRO

Benvenuta alla nuova distribuzione PostMov, legata alla nota sala d’essai perugina Postmodernissimo, che esordisce con un piccolo e intenso racconto di amicizia pre-adolescenziale. Le “estati di…” sono diventate un classico del cinema europeo, ma bisogna dire che la fotogenia dell’isola di Linosa e l’insularità fisica restituita dall’autore Leandro Picarella allontanano la sensazione di déjà vu. Inoltre, grazie al found footage e alle immagini amatoriali di un personaggio che raccoglie la dimensione più documentaria del racconto, emergono struggenti momenti di autenticità, in cui la memoria locale diventa collettiva e viceversa. Si conferma l’esistenza di un piccolo e vivissimo cinema italiano, cui bisognerebbe cucire un sistema sensato intorno.

URCHIN

Esordio alla regia Harris Dickinson nel segno del cinema sociale britannico, che l’attore/autore pare conoscere bene. In Mike, ex detenuto e tossicodipendente, sospeso tra lavori occasionali, servizi sociali e ricadute varie, ritroviamo parecchi padri putativi, da Loach a Leigh a risalire fino al free cinema. In effetti si parte dal realismo più ruvido e si va poi verso deviazioni oniriche. Dickinson evita vittimismo e paternalismo, e – se si sente l’opera prima – è spesso per i motivi migliori, ovvero per la scarsa esperienza nel capitalizzare soluzioni più ruffiane. Non è che Urchin lasci intravedere chissà quale autore ma almeno nella sua Inghilterra ci sono facce e ambienti credibili.

UN SACCO BELLO

Mentre Verdone è alle prese con una fase di gestione faticosa del presente crepuscolare, i suoi tipi degli anni Settanta/Ottanta rimangono intatti. Probabilmente, rivisto oggi, Un sacco bello apparirà più archeologico del previsto, ma racconta benissimo la fase di passaggio estetica e narrativa tra la commedia all’italiana precedente e le forme un po’ naïf dei nuovi comici, dai Giancattivi a Troisi. Il passaggio linguistico dagli sketch televisivi, in cui Verdone dava il meglio, al film a episodi è indispensabile per la moltiplicazione delle performance. I bulli, gli ingenui, gli alternativi, i preti, le mamme, le donne e gli uomini pieni di incertezze e malinconie non sono poi così lontani dal mondo attuale, come del resto quell’Italia così sola, così vuota, così abbandonata.



PIATTAFORME DELL’IMMAGINARIO

GHOST ELEPHANTS

Non sarà l’Herzog migliore di sempre (un po’ ambiguo sulla sua presenza, su chi muove la mdp, su chi narra) ma rimane il solito pezzo di grande cinema documentario. Da una parte l’idea stessa degli elefanti fantasma, laddove la natura e il mito folclorico si saldano dentro un immaginario “anti-Dumbo”; dall’altra le continue deviazioni verso la culla dell’umanità, con i boscimani che escono dalla cultura letteraria coloniale e riconquistano il centro della scena, con la loro lingua “aliena”. Tra Angola e Pandora il passo è breve, ed è sempre questione di immagini (e da dove provengono). Ecco perché la collocazione su Disney+, che potrebbe apparire beffarda, è invece perfetta per i corto circuiti cinefili che innesca.

IN UN BATTER D’OCCHI

Ancora Disney+, con distribuzione a dir poco in sordina. Il regista Pixar Andrew Stanton, in vacanza premio live action, intreccia tre storie in tre tempi (preistoria, presente, futuro su un’astronave). In tutti i casi si deve preservare la vita e sfruttare la tecnica, sempre sostenuta dall’umanità – e dall’umanesimo. Non è un osso lanciato verso il cielo, ma poco ci manca (con più ottimismo di Kubrick, però). Il film ha l’ambizione giusta e una certa grazia “pixariana”, appunto: la rappresentazione delle emozioni passa attraverso la forza delle soluzioni, come sempre (e viceversa). Certo, quando i personaggi smettono di spiegarsi funziona molto meglio.

CRIME 101

Dopo una fantasmatico passaggio in sala, il bel noir di Bart Layton arriva su Prime Video. Storia di un ladro di diamanti “disciplinato” che lavora lungo la 101 di Los Angeles, di un detective ostinato che lo bracca (senza conoscerlo), e di un’assicuratrice che finisce nel gorgo del colpo grosso. Facce giuste e un’aria da cinema criminale degno di questo nome: non c’è bisogno di essere Walter Hill o Michael Mann per fare buoni film, thriller tesi e asciutti che sostanzialmente non si vedono più. Hemsworth e Ruffalo reggono il gioco, con Halle Berry sempre più bella e qui deliziosamente vulnerabile.

I DIARI DI ANGELA – NOI DUE CINEASTI. CAPITOLO TERZO

Si può vedere su Raiplay lo straziante e al contempo asciutto, orgoglioso terzo capitolo dei diari di Gianikian/Ricci Lucchi, questa volta collegati anche alla malattia di Angela e alle varie fasi della sua sofferenza. Il film diventa insieme origine e commiato, con la solita etica e sobrietà. Più che un’epigrafe, è un modo di stare al mondo (con le immagini): con trasparenza, senza alzare la voce, lasciando che sia il tempo a parlare. L’addio è pensato come prosecuzione del lavoro – Gianikian ha fatto sapere che non va considerato un finale di carriera o un testamento. E alla fine l’intera trilogia è anche il canto libero di una donna, un’artista eccezionale, e della sua pratica esistenziale come cocciuta ricerca di Storia, memoria e cinema (non importa che sia found footage).

SCUOLA DI SEDUZIONE

Ha destato giustamente scalpore la rinuncia di Carlo Verdone alla sala, e senza più la scusa della pandemia: il nuovo lungometraggio sbarca solo su Paramount+ (peraltro una delle piattaforme meno viste). Purtroppo Scuola di seduzione (dove precipita malinconicamente anche Karla Sofia Gascòn, colpita da damnatio internazionale) pare una puntata lunga di Vita da Carlo, che almeno è stato un onesto tentativo di comedy all’italiana, sebbene lontano anni luci dei modelli anglo-americani. Poi (in questo remake buonista di Ma che colpa abbiamo noi) alla fine il garbo e l’umanità sono tali che gli si perdonano anche questo volare basso e questo auto-esilio digitale. Però un po’ di mestizia c’è.

AFFETTI COLLATERALI – HORS DU TEMPS

Ecco su IWonderfull il penultimo film di Olivier Assayas, inedito. Siamo ad aprile 2020, in pieno confinamento da COVID, ma la clausura diventa “en plein air” grazie a una casa di campagna, dove tornano due fratelli con le rispettive compagne. Tutto qui: la vita passa tra discussioni, ricordi, piccole ossessioni. Assayas ci mette anche un po’ di vena autobiografica, lasciando entrare spettri privati (foto, memorie, arte, citazioni cinefile). L’idea è che il lockdown diventi un’analisi da scatola degli attrezzi, una pausa per “opera minore” – quale ovviamente non è. Torna l’ossessione del fantasma come chiave per la teoria dell’immagine, tipica del cineasta. C’è, alla fin fine, una leggerezza malinconica che forse mancava da molto: il tempo e lo spazio, così determinati, costringono a ripensarsi, talvolta con auto-ironia. Con un bellissimo finale.

A KNIGHT OF THE SEVEN KINGDOMS

E alla fine, il colpo che non ti aspetti. Se House of the Dragon soffre della sua dipendenza da GoT (estetica e narrativa: questione irrisolta che lo fa sembrare una costola anonima), la nuova – breve – serie tratta dai racconti di Martin è molto più autonoma: via eccessi di draghi e di geopolitica in formato da enciclopedia “fan service”, solo un cavaliere errante gigante (Dunk) e uno scudiero minuscolo (Egg) che affrontano prove a dir poco pesanti. L’idea è picaresca, con una forma di ballata che prevede anche un ricorso frequente all’elemento scatologico e al registro basso-corporeo – mostrando una certa qual consapevolezza culturale e letteraria. Indicazione anche per futuri spin-off: lavorare ai margini funziona meglio che evocare il fantasma primario con l’Ouija degli sceneggiatori.