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Tag: Claire Simon

CORPI-CINEMA E CORPI POLITICI

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi.

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Sam Raimi è tornato e si accomoda al tavolo di M. Night Shyamalan e di Steven Soderbergh nella libertà creativa e nel rivoluzionare i generi attraverso iperboli formali e anarchia metaforica. Avendo inventato per primo l’esagerazione come chiavistello per rovesciare corpi e conservatorismi (Evil Dead), è un piacere ritrovarlo in formissima, con un film comicamente politico che ritesse la critica economica di Drag Me to Hell (un capolavoro, per chi non se lo ricordasse). E anche qui – nell’ennesima isola del cinema contemporaneo (da Triangle of Sadness a Old) – le classi sociali si nascondono per poi riformarsi più feroci di prima. Tuttavia, senza le strutture di potere tutt’intorno, ci si può reinventare lo spazio di insurrezione: dal domestico all’esotico, la casa viene sempre spazzata via, tra tempeste dal cielo e spruzzi di sangue dallo stomaco. Un ottovolante sabotatore, da non perdere.

LA SCOMPARSA DI JOSEF MENGELE

Se due indizi fanno una prova, cominciamo ad avere seri dubbi sul cinema di Kirill Serebrennikov, sempre più ambiguo nel senso meno sano del termine. Dopo l’irricevibile Limonov (caso quasi unico di misinterpretazione di un testo letterario), la storia della fuga di Mengele nelle Americhe è un lungo, insistente studio della permanenza del nazionalsocialismo attraverso le cerchie che ne hanno garantito sopravvivenza fisica. Non si comprende l’estetica b/n da festival, né la raccapricciante scena in flashback con gli esperimenti nei campi di sterminio, a colori in forma di film amatoriale (e dire che si sarà ormai capito che lo sguardo da dentro i campi ha bisogno di un senso morale forte e non di mezzi espressivi da postmodernista arthouse). Fascinazione del male? Certo, non è l’abisso di Norimberga ma rimangono le perplessità sulla densità teorica del cineasta.

LE COSE NON DETTE

Pur traendo materia narrativa da un romanzo americano di Delia Ephron (sorella di Nora), Muccino muccinizza e italianizza la crisi delle due coppie protagoniste, in viaggio “terapeutico” a Tangeri. Ma la materia è la solita: le corna che distruggono il nucleo borghese, le emozioni urlate che sovrastano l’intelletto, il continuo morire e rinascere di “innamoramento e amore”. Autocitazioni da L’ultimo bacio a parte, rimane un vuoto senza fine, involontario, acuito da una sottotrama gialla quasi imbarazzante e peggiorato dal cinismo dell’autore (umiliata Carolina Crescentini con un personaggio di rara misognia, e oltrepassato il limite dell’umanità con la scena sotto la doccia della ragazzina). Non è più nemmeno un guilty pleasure, è useless displeasure.

SCRIVERE LA VITA – ANNIE ERNAUX RACCONTATA DALLE STUDENTESSE E DAGLI STUDENTI

Claire Simon è quasi infallibile. Pur lontana dal vertiginoso processo “corporeo” al documentario di Notre corps, qui “si limita” (ma dovremmo imparare molto da questa umiltà) a mettere in scena un’altra delle sue istituzioni preferite: la scuola. La formazione dei ragazzi avviene attraverso la lettura dei libri di Annie Ernaux, scavalcando ogni intento meramente pedagogico e lasciando ai ragazzi la possibilità di misurarsi a partire dai testi, sfruttando cioè la potenzialità adolescenziale di poter (ancora) avere tutte le vite possibili davanti a sé e di saggiarle attraverso la letteratura. Un gesto semplice e onesto, come sa essere il miglior documentario, e come sa essere Claire Simon.

WIDER THAN THE SKY

Giusto nutrire molto rispetto per questa forma di documentario poetico che Valerio Jalongo sta portando avanti da anni. In questo caso, al centro c’è il corpo: da artificiale ad androide, da umano a dematerializzato, da promitivo a futuristico, in un montaggio-danza che unisce la ricerca scientifica e la ricerca cinematografica. Proprio sul secondo aspetto, però, è lecito nutrire anche qualche dubbio: il sublime ricercato attraverso musiche eteree e brani di poesia recitati con scolastica dizione, le scene surreali ma paradossalmente legate a un immaginario fantascientifico che sembra non arrivare mai (la robotica), e più in generale le scelte molto compaciute possono raffreddare – invece che scaldare – l’adesione emotiva.

MY FATHER’S SHADOW

Nigeria 1993, elezioni presidenziali, un popolo che attende la libertà e un presidente uscente che la annulla nel sangue. In una sola giornata tutto cambia, o meglio tutto torna alla normalità. La politica e la Storia viste dallo sguardo basso di due fratellini, che girano per Lagos da mattina a sera insieme al padre, implicato – non si sa fino a che punto – con la militanza anti-regime. In mezzo, secondo uno schema alla Ladri di biciclette, un gioco dell’oca dove si avanza e si indietreggia, ci si immerge in un fauna umana fertile e matta, si misura l’ombra del padre e quella del Potere, in un romanzo breve di formazione poetica e traumatica. Akinola Davies Jr. esordisce con forza estetica, tradendo l’influenza di Barry Jenkins e findadosi di una grana pellicolare usata in modo estetizzante. Ma ha una storia da raccontare e una potenza emotiva da condividere.

SCANDAGLIO DI PIATTAFORME TRA DESIDERI E IDENTITÀ 

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi. Questa settimana ci dedichiamo principalmente alle piattaforme.

SUPERSEX

D’accordo che la società Groenlandia sa il fatto suo quando deve scegliere storie attraenti e realizzare prodotti seriali con fiuto global (prima di questo, Lidia Poët): l’astuzia produttiva per chi scrive è sempre un valore. Ma i limiti di Supersex non sono solo tecnici (dalla recitazione mimetica a occhi spalancati e ghigno maialesco di Borghi al risaputo vintage pop di sapore Sibilia/Rovere come se fosse un Mixed by Rocco). A mancare è proprio uno sguardo onesto sul porno, di cui mancano (pur in un tripudio di nudi ansimanti) sia la potenza oscena sia la miseria deprimente – che c’erano, per esempio, nel pur imperfetto Pleasure di Ninja Thyberg del 2021. Così tutto diventa un “vorrei ma non posso”, con una parte di letteratura d’appendice matarazziana in realtà lagnosissima (la prostituta idealizzata di Jasmine Trinca, gli occhi della mamma, il modello mascolino fallito del fratello) e un’altra di riflessione sul godimento femminile cui non basta la scrittura giustamente affidata a una creatrice come Francesca Manieri. Una serie dalla struttura generalista sul c….o di Siffredi era una scommessa folle, ma ci voleva allora un approccio ben più visionario e (s)porco. E che ci stanno a fare le piattaforme come Netflix se poi si gira col freno a mano?

UN AMORE

Di sesso ce n’è anche qui, forse più del previsto. E anche in questo caso si testa il fragile “star system” nazionale alla prova della serialità, qui nell’area nobile e “prestige” di Sky. Al di là del titolo ormai abusato (e quanta nostalgia per l’omonimo mélo di Tavarelli del 1999), Un amore è un altro caso di modello trattenuto. Bisogna dire, però, che Audenino creatore e Lagi in regia non paiono almeno aver avuto timore di pescare da un certo gusto rétro alla Lelouch (che è parso il modello più evidente) e che Accorsi/Ramazzotti – fuor di ironie degli esterofili a tutti i costi – tengono su la baracca anche quando piove dal soffitto (narrativo). Dilatato all’impossibile, con troppi droni e troppi scorci emiliani, la miniserie cade comunque in piedi – bisogna però misurarne l’impatto, la sensazione è che molte serie italiane rischino una rapida irrilevanza.

ROADHOUSE

Come ha già fatto notare qualcuno, non è chiarissimo (se si esclude la morte prematura di Patrick Swayze) perché Il duro del Roadhouse sia diventato oggetto di nostalgia al punto da progettarne un remake. Un Jake Gyllenhaal leggermente fuori età lo sostituisce in ambiente più soleggiato (Florida), con un’accelerazione – letterale, considerati i vistosi interventi in postproduzione – di scazzottate e scontri fisici. Di certo non si può accusare Doug Liman, un tempo rispettato dai cinefili, di essersi preso troppo sul serio. Dobbiamo apprezzare l’autoconsapevolezza di questa vocazione allo svacco, al cinema scervellato, al film-pinta di birra, al cinema-MMA, ad Amazon che imita un Bud Spencer strafatto di anfetamina in go-pro? Mah.

EXPATS

La creatrice Lulu Wang è quella di The Farewell (caso del 2019 leggermente meno fortunato di Past Lives ma non troppo). Qui adatta un romanzo di Janice Y. K. Lee, in un tripudio di identità nazionali e culturali: americani e inglesi a Hong Kong, coreani e filippini che affrontano il passaggio dell’ex colonia alla Cina, e in generale un crogiuolo di tensioni geo-sociali che impattano sulla vita dei protagonisti. La formula è il “melodramma di prestigio”, con pesanti problemi di credibilità (Nicole Kidman fuori età) e non richiesti simbolismi. Bisogna però ammettere che il contesto è originale, e tutto sommato propone anche una terza via al globalismo delle piattaforme, dove – invece che reagire all’allocazione dei fondi produttivi – si cerca di ragionare sulle potenzialità dei racconti di migrazione (anche se di livello alto borghese).

NOTRE CORPS

Esce su MUBI un doc che si candida ad essere tra i film più importanti del 2024. Claire Simon parte con un’idea semplice ma potente (osservare il corpo delle donne “medicalizzato” all’interno di un importante ospedale – tra visite, esami, diagnosi, riflessioni sul sé e sulla salute), e giunge poi a un colpo di scena imprevisto (la propria malattia, che affida anch’essa alla macchina da presa). Ne esce un lavoro che va oltre Wiseman e pone domande frontali e fortissime sulle donne, girando peer to peer un’osservazione al tempo stesso pudica e sfrontata, delicata e nuda, dove i ruoli – inizialmente distanti – finiscono col ribaltarsi (su spettatrici e spettatori). Bisognerà riparlarne con calma.

FUMARE FA TOSSIRE

Grazie alla piattaforma I Wonderfull si possono recuperare vari, recenti inediti di Quentin Dupieux (tra cui anche l’eccezionale Incredibile ma vero), un autore totale e tutt’altro che riconducibile al demenziale che esibisce. Anche qui i meccanismi più deliranti (una banda di supereroi deficienti che, mentre salva il mondo, racconta intorno al fuoco alcune storielle descrivibili come un creepshow ideato dai Monty Python) nascondono un animo profondamente kafkiano. E in mezzo a splatter, parodie, elementi da film di serie Z e famosi attori che stanno al gioco, si fa strada un infinito pessimismo umano e sociale, cui solo lo sberleffo dona elementi di un vitalismo degno di esistere.

CRIMINAL RECORD

Il crime seriale inglese occupa un posto tutto suo nel ricco panorama di genere. Questa serie (visibile su Apple TV+) mette in fila figure carismatiche come Peter Capaldi e Cush Jumbo dentro una vicenda nera di femminicidi, tensioni etniche, abusi di polizia, razzismo e depistaggi. La Gran Bretagna post-Brexit che ne viene fuori è particolarmente violenta e oscura, mentre la sfiducia nelle istituzioni rischia di avvelenare anche le comunità inter-razziali o annichilire ogni speranza di riforma interna (comunque affidata a donne, e ancora meglio a donne nere). Non tutto funziona, specie un ultimo episodio deludente e involuto, ma se si guarda all’affresco più che al plot vale una visita.

THE CURSE

Questa la teniamo per ultima solo perché la recensione è in grave ritardo, ma si tratta di una serie tra le più imprevedibili e clamorose della stagione. Complice una Emma Stone sempre più selvaggiamente spericolata (qui nuovamente produttrice e attrice), questa parodia nera e rovinosa dei factual si estende a una lettura isterica dell’America contemporanea dove non ce n’è proprio per nessuno. E se la lunghissima durata (della serie e anche dei singoli episodi) offre tutto il tempo ai fratelli Safdie a a Nathan Fielder (poco conosciuto da noi) per imbastire un racconto surreale, satirico, quasi un horror sociale sul capitalismo post-pandemia, nulla può comunque preparare al disagio inquietante dell’ultimo episodio. Che lasciamo scoprire a chi ancora non l’ha vista (su Paramount+).