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Tag: Dracula

CORRIDOI DI TEMPO E DI CINEMA

IL DIAVOLO VESTE PRADA 2

Dire che “non se ne sentiva il bisogno”, visti gli incassi, è un’affermazione sciocca. “A che bisogno obbedisce” è una domanda più pertinente. E la sensazione è che colmi un desiderio nostalgico di un mondo regolato secondo il sistema (della Moda e dell’editoria) di 20 anni fa, un enorme meccanismo di negazione e rassicurazione. La cosa che sconcerta, in questa forzata alleanza tra le due protagoniste (che così obliterano l’unica cosa interessante: il conflitto tra loro), è il tipo di rassicurazione: la più giovane compie sforzi erculei per rimettere in sella un’anziana direttrice responsabile di gravi comportamenti tossici sul lavoro, con annessa umiliazione del sempre vessato assistente (Tucci), premiato con un discorsino che sa di biscotto dato al cane. Per il resto non funziona quasi nulla in un film scritto male e diretto con grevità – ma questo è già stato detto.

YELLOW LETTERS

Il vincitore di Berlino arriva in sala. Ilker Çatak, dopo il ben più compatto La sala professori, alza l’asticella delle ambizioni e costruisce un dramma borghese sul rapporto tra teatro e politica, tra intellettuali e regime nella Turchia contemporanea. L’idea migliore è quella di esplicitare l’espediente scenografico: se non si può girare a Istanbul e Ankara per non rischiare la galera, si usano città tedesche (chiarite da cartelli sullo schermo) che fingono di essere turche – un gesto politico e di chiamata a corresponsabilità dell’Europa ipocrita. Meno riuscito il malodrammatico collasso famigliare dovuto alle censure e ai compromessi che la coppia di artisti deve affrontare, con sub-plot prevedibili e dispersivi sulla figlia ribelle. Manca un po’ di cinema-cinema, come si sarebbe detto un tempo.

DRACULA

Appurato che Radu Jude è un tesoro prezioso del cinema contemporaneo e uno degli autori più lucidi nel ragionare sullo statuto delle immagini nel XXI secolo, bisogna capire come prendere questa sua delirante rilettura di Bram Stoker. Uscito a stretta distanza da Eggers e Besson, la sua versione sembra la radiografia avant-garde di quest’ultimo. Se Besson aveva concepito il suo feuilleton come un consapevole viaggio kitsch nell’horror europeo (da Wegener a Rollin), Jude mescola invece Jesus Franco, immagini AI, telenovela, video Tiktok, teatro popolare, parodia, pornacci di ultima, cabaret e cattiva televisione, in una sfida all’estetico che va oltre il suo standard. Normalmente Jude oscilla tra grande cinema d’autore e spam audiovisiva, questa volta sembra rimanere (quasi) solo quella. Per accogliere il progetto si deve avere la disposizione d’animo che ci è voluta per comprendere The Palace di Polanski, tanto per capirci.

NINO

Un ventinovenne scopre di avere un tumore alla gola e ha quattro giorni prima di iniziare la chemioterapia: abbastanza per vagare per Parigi e decidere se fingere che nulla sia successo.
Il conto alla rovescia guarda evidentemente a Varda e a Cléo (dilatato), e Nino in fondo mostra una mascolinità fragile, talvolta androgina, che non nega il female gaze su cui l’autrice lavora molto bene. Incontri, telefonate, corpi sono rappresentati con tenerezza contenuta, ed evitano, pur costeggiandolo e corteggiandolo, il melodramma. Tanto che la malattia diventa una specie di forza improvvisa che riorganizza il mondo degli affetti. Facile pronosticare che Théodore Pellerin sarà un attore di cui sentiremo parlare a lungo.

KOKUHO

Un ragazzo nato in una famiglia yakuza viene adottato da un grande attore di kabuki e cresce nel teatro come se fosse un altro clan, tra disciplina, gerarchie e legami di sangue. La rivalità con l’erede naturale della casa permette narrativamente di tenere insieme Douglas Sirk e la liturgia rigorosa del palco, mix affatto semplice. In effetti Lee Sang-il filma il kabuki non tanto come folklore per occidentali, ma dall’interno, ovvero una macchina morale che richiede un prezzo personale devastante. Enorme successo in Giappone, Kokuho potrà essere recepito come snervante e torrenziale per la sopportazione dello spettatore d’essai. Ma vale la pena immergersi in questo stagno a metà tra racconto popolare mainstream e prova esigente.

NOI DUE SCONOSCIUTI

Ci si mette poco a scrivere banalità e ovvietà sulla “nuovissima onda norvegese”, nutrita da vari autori e vari film. Nel caso di Janicke Askevold siamo di fronte a un’ulteriore mutazione di quello che possiamo solamente arguire sulla base di recenti distribuzioni festivaliere e nazionali: questa volta, infatti, lo scandaglio sentimentale della classe borghese, con specifici carotaggi sulle famiaglia in senso lato, costeggia piacevolmente il delta che si muove tra mélo e commedia. Pur evitando luoghi comuni sulla freddezza nordica, possiamo almeno confermare che tutto viene sviluppato attraverso sentimenti trattenuti, gesti ridotti all’osso, formalità espressive. Eppure, lampi di ironia e riflessioni tutt’altro che superficiali sul concetto di paternità e maternità (compresa l’idea che tuttora ne capiamo pochissimo) sono sufficienti per considerarlo un bel banco di prova.

MILLENNIUM ACTRESS

Insieme a Resurrection (e ben prima) va (ri)visto Millennium Actress di Satoshi Kon, che inventa il più elegante dei cortocircuiti: due documentaristi intervistano una diva ritirata dalle scene, e il racconto della sua vita diventa presto (e pretesto di) cinema puro. Chiyoko – come i deliranti di Bi Gan – attraversa generi, epoche e set come corridoi della memoria: una vera maccnina narrativa e schermica. Rivederlo oggi (ancora di più in sala, in 4K) significa riscoprire la potenza di Kon quando parla di identità, finzione e soprattutto desiderio. Il mélo, in questo che è tra i più grandi film d’animazione mai realizzati (e il vertice del suo autore), è chiave immaginaria e carburante narrativo.

PADRI, MITI, RICORDI

DRACULA

Prendere troppo sul serio Luc Besson è esercizio piuttosto sterile. Rimane uno dei cineasti europei di genere di maggior talento, ma non si offre a raffinate letture metaforiche. Ecco perché il suo Dracula è puro piacere testuale a patto di non andare in cerca del mélo coppoliano o di chissà quali allegorie sulla morte del Continente. Anzi, la spavalderia gigiona con cui rimescola il mito, con tanto di “ghoulies” in Transilvania, cannoneggiamenti del vampiro, battaglie ejzensteiniane, erotismi soft da serie B sono altrettante stellette cinefile. E c’è un bel viaggio nel fantastico europeo, con un occhio a Jean Rollin e uno a Riccardo Freda.

PREDATOR: BADLANDS

Comprendiamo benissimo chi si ribella al ridimensionamento buonista del predatore e alla “disneyzzazione” della violenza, con tanto di esserino occhiuto come mascotte. Ma la verità è che questa riconfigurazione di narrativa industriale (la negoziazione tra la Fox e le esigenze della Casa Madre) seduce l’analista, più che deluderlo. Inoltre l’integrazione con l’universo di Alien (la serie, in questo caso) è più convincente di prima. E così, il prosieguo della revisione ideata da Dan Trachtenberg con Prey funziona, con questo fantasy tra creature aliene e esseri sintetici (non c’è un umano nemmeno a cercarlo col cannocchiale) che rovescia la Pandora di Cameron in un pianeta eguale e contrario fatto di una Natura assassina e armata.

INCEPTION

Torna in sala dopo 15 anni il cubo di Rubik ideato da Christopher Nolan per trasformare l’inconscio in un videogame a più livelli. Queste re-release di opere recenti servono anche a misurare la loro temperatura rispetto alla storia del cinema contemporaneo. Fu vera gloria? Probabilmente sì, anzi Inception sembra invecchiare meglio del previsto, anche perché nel frattempo non si sono trovati né cineasti altrettanto ambiziosi (dentro ai blockbuster, almeno), né un cinema altrettanto palingenetico, in grado di riflettere sulle proprie potenzialità fantastiche. E chi se ne importa degli arzigogoli in sceneggiatura o dei presunti “buchi” logici. Interessa di più il gesto: tra Escher e 007, Freud e Philip K. Dick, il congegno nolaniano vale una revisione su grande schermo.

VIALE DEL TRAMONTO

Dopo 75 anni (tre quarti di secolo), il capolavoro di Billy Wilder resta intatto, incontaminato, puro come un diamante. Anche se puro non è, anzi è uno dei più grandi film sull’impurità: quella del rapporto tra uno sceneggiatore e una diva segnata dalla morte (della carriera e non solo), quella del circo di anime perdute di Hollywood intorno a Norma Desmond, quella di un cinema che ha perduto l’innocenza già a fine anni Quaranta, quella di un’immagine dei media di massa che ha soppiantato quella del “mito muto”. Sembrava impossibile persino da immaginare l’idea stessa di un noir sarcastico. O di un melodramma senza lacrime. O di un horror senza soprannaturale. Ma Wilder c’è riuscito. E infatti siamo ancora qui a parlarne, approfittando di questo restauro 4K.

TONI, MIO PADRE

Ogni documentario che rifiuta il pilota automatico del prodottino standard (immagini d’archivio + interviste con teste parlanti) è un buon documentario. Lo è sicuramente quello di Anna Negri, dolorosissimo autoritratto con padre dove la regista misura la sua esistenza (artistica e non solo) a partire dalla biografia del genitore. Le riprese dei dialoghi tra i due, spesso drammatici, e l’utilizzo di home movies e immagini di cronaca, restituiscono tutti i sacrifici – giustificabili o meno, tocca allo spettatore deciderlo – di una vita da rivoluzionario. Restare in bilico tra osservazione di un eroe sconfitto, vicino alla morte, e riflessione famigliare era un bel rischio, tutto sommato superato in nome di un “Toni’s movie” vulnerabile quanto sincero.

ANEMONE

Daniel Day-Lewis apparecchia l’esordio al lungometraggio del figlio Ronan (interpreta, scrive e produce), con più di un sospetto di nepotismo. Il grande ritorno davanti alla macchina da presa, infatti, si infrange su una scrittura enfatica e indulgente e su una regia acerba, che scambia virtuosismi scolastici per visionarietà. Certo, Day-Lewis e Sean Bean in un dramma da camera sono due assicurazioni sulla vita per salvare il salvabile ma ci sono squilibri psicologici stupefacenti (gli abusi denunciati a inizio racconto scompaiono in nome di un altro trauma) e simbolismi irricevibili (i sogni mistici e la grandine purificatrice). Infine, non aiuta la nostra simpatia il fatto che si parli di un controrivoluzionario dei colonialisti britannici in Irlanda.