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Tag: Ficarra e Picone

IL CINEMA E LE SERIE DI FINE 2025

FILMLOVERS!

Esce un po’ alla chetichella lo strepitoso e commovente saggio sul cinema e gli spettatori di Arnaud Desplechin. Si tratta di un’operazione che oscilla tra poesia critica (in stile Mark Cousins), autofiction (poteva mancare Dedalus?), e raccolta di brevi racconti di finzione (tra Jarmusch e Haynes). Ne esce un affascinante mosaico tutt’altro che strutturato dove l’intero cinema (non solo quello canonico: si va da Claude Lanzmann a Julia Roberts) diventa uno spettacolo totale dell’immaginario. Convivono spinte teoriche – attraverso Stanley Cavell – e aspetti di microstoria della visione. Il tutto, come sempre in Desplechin, sotto il segno di Proust, chiave definitiva per leggere la macchina-cinema e l’intero cinema del regista francese.

COVER-UP

Questa volta Netflix scodella un film di Natale che meno natalizio non si può. Il documentario di Laura Poitras e Mark Obenhaus racconta il giornalismo come ci siamo dimenticati che sia. Il ritratto del giornalista investigativo Seymour Hersh è fondato sull’accesso esclusivo ai suoi appunti e su un profluvio di materiali d’archivio utilizzati in senso narrativo e ritmico, ma senza manipolazioni tipiche del sottogenere. Cover-Up diventa pian piano il sostituto del cinema democratico hollywoodiano alla Pakula che non esiste più. E, sebbene l’accumulo di sotto-trame alla fine rischi di deragliare, la devastante somma di comportamenti criminali e impunità collettive del potere americano qui spiegati ci ricorda ancora una volta che Trump è solo il punto di arrivo di una lunga controstoria eversiva degli Stati Uniti.

GOODBYE JUNE

Esordio alla regia di Kate Winslet, anche protagonista. Conoscendo i suoi personaggi, sempre oscillanti tra impertinenza ribelle e spirito anticonformista, avremmo immaginato una voglia diversa nel passare dietro alla macchina da presa. E invece l’unica curiosità sta nel tentativo di mescolare Cancer Movie e Christmas Movie (si perdoni la brutalità del gergo industriale) con una famiglia che si confronta e ricompone in un ospedale, al capezzale della mamma morente. Nessun altro guizzo. Solamente alcune interpretazioni significative, dove peraltro – in mezzo a gente come Helen Mirren e Timothy Spall, o la stessa Winslet – a dominare la scena è Andrea Riseborough, una delle migliori attrici viventi e poco citata in tal senso.

FILM ITALIANI

Se per Zalone rimandiamo all’analisi in podcast, rimane da dire di altri titoli destinati maggiormente alla nicchia, eppure interessanti. Come Primavera dove la solidità della cultura musicale e teatrale ricompensa l’afflato molto romanzesco; o Gioia mia, che conferma l’attenzione di Fandango per le opere prime e impone lo sguardo tenero e a scala ridotta, ragazzesca, di Margherita Spampinato (l’estate della formazione giovanile continua ad essere un topos decisamente fortunato per i film indipendenti italiani). E anche se lo abbiamo già recensito, sottolineiamo l’incredibile tenitura di Le città di pianura, che a questo punto – vista l’adozione del pubblico e del passaparola – rischia di accedere alla difficile categoria del cult movie nazionale contemporaneo.

PLURIBUS

Da quanto tempo la fantascienza non produceva un grande racconto in grado di intercettare potentemente le ansie del presente? Ci pensa Vince Gilligan, che dopo l’epopea criminale di Heisenberg e Saul (un totale di 11 stagioni e un lungometraggio), rispolvera i suoi esordi a X-Files immaginando un’invasione stile Ultracorpi ma apparentemente gentile e pacifica. La protagonista ancora intatta (non ci sono più aggettivi per Rhea Seehorn) affronta l’oscillazione tra resistenza del pensiero autonomo e abbandono all’utopia dell’intelligenza egualitaria e spersonalizzata. Dietro agli alieni si intravede il profilo di Chat GPT – con il classico slittamento tra una fantasia e l’altra – ma ogni tema contemporaneo (dal populismo al capitalismo) vengono ripensati, rovesciati, messi in crisi. E Gilligan, con i suoi collaboratori, conferma che le sue serie sono saggi di regia (specie nel loro procedere fenomenologico e nella passione per il mondo reale come regno della materia e della meccanica), da proiettare nelle scuole di cinema.

SERIE ITALIANE COMEDY

Poche righe per notare tristemente come si vola basso qui da noi. Call My Agent 3 si è trasformato in un lungo meta-spot sui prodotti Sky, dove troviamo i talent della piattaforma, da Borghese a Giorgia, contornati da altri personaggi TV (Hunziker, Argentero, ecc.); Vita da Carlo 4 chiude una lunga parentesi dove lo svecchiamento del personaggio attraverso la meta-fiction prometteva di più e meglio, pur mantenendo intelligenza e bonomia (ma questa volta, Alvaro Vitali a parte, è tutto impalpabile); Sicilia Express offre un nuovo palcoscenico seriale a Ficarra e Picone che sembrano più a proprio agio con i ritmi della forma-film, sia i loro sia quelli di Andò, dove hanno trovato la vena più malinconica – qui si va col freno a mano tirato e tanta bontà di troppo. In generale, un panorama ben poco esaltante.

A ZONZO TRA LE SERIE

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi.

AFTER LIFE

After Life 3: il finale dolceamaro della serie di Ricky Gervais

Non è facilissimo giudicare After Life alla fine delle tre stagioni. Ogni tanto sensazionale nell’affrontare il lutto da ogni angolazione psicologica, ogni tanto esilarante per come spazza via la retorica, ogni tanto insistente e quasi snervante nell’evocare un rapporto di coppia di perfezione stucchevole, ogni tanto girato in modo tanto sciatto da lasciare a bocca aperta, ogni tanto aperto a un’osservazione minuta di solitudini quali il cinema d’autore non riesce più a restituire, ogni tanto volgare fino al disgusto e gratuito fino alla noia. Bisogna però dire che ogni nuova ricollocazione gervaisiana nel mondo dell’audiovisivo risulta stimolate e che forse After Life – con i suoi pochi episodi e poche ore – è un esempio di come si lavora su un habitat quale Netflix attraverso il rapporto tra celebrity comica e letteratura di provincia (di una provincia tanto folk quanto universale). Scopriremo solo più avanti se questo progetto, e soprattutto questa galleria di personaggi, avranno superato la prova del tempo.

SUCCESSION

Critics' Choice Awards 2022: ecco tutte le nomination

La terza stagione dell’amatissima serie americana riparte sostanzialmente dalla fine della seconda e osserva con sadismo più gaudente che mai gli spasmi della dinastia Roy e la frenetica ricombinazione delle alleanze fratricide o patricide. Gli ingredienti sono i soliti: dialoghi basati principalmente su metafore spesso deliranti; macchina a spalla che entra nella mischia ed esalta la dimensione polifonica di ambienti spesso affollati di persone che si parlano addosso; analisi del capitalismo globale attraverso gli orrori del rapporto media/finanza; psicanalisi ironica di una famiglia attraversata da complessi tragicomici. Questa terza stagione non è apparsa particolarmente “progressiva” rispetto alle prime due – la seconda difficilmente verrà eguagliata – e si limita a ripetere i suddetti elementi gestendoli in modo sempre piacevole ma anche senza particolari sorprese (e con un cliffhanger finale piuttosto prevedibile per chi ormai conosce i colpi di scena della serie). Spiccano gli episodi della festa di compleanno e quelli in Italia, concepiti non a caso in maniera evidentemente più compatta.

A CASA TUTTI BENE

A casa tutti bene, la serie di Gabriele Muccino indaga dolori e conflitti  della famiglia | Vanity Fair Italia

E se a Muccino le serie facessero bene? Dobbiamo intenderci. Chi scrive è allergico al suo cinema, pur riconoscendogli uno statuto di autore – lo merita chiunque costruisca il suo universo riconoscibile, e Muccino lo possiede in tutto e per tutto. Ma l’idea di questa espansione del suo film più esagerato porta a un risultato di hardcore mucciniano che fa scattare l’ormai celeberrimo guilty pleasure. Con il solito ricorso massiccio al montaggio parallelo e alla ritmica esasperata, e a vicende che via via strangolano i personaggi e li intrecciano al reciproco destino, Muccino aggiunge anche un pizzico di crime e si diverte a gettare nel calderone un cast molto affiatato (forse ben consapevole di doversi lanciare apertamente nel kitsch). Barbara Petronio, brillante ed esperta scrittrice di serialità, è il collante del Muccino-Universe in questa operazione di Sky, che finisce senza finire in vista di una seconda stagione già concepita. Ovviamente ci sono incongruenze, cattivo gusto, momenti cringe, stereotipi vari (quelli femminili, poi….), ma guardandolo con un po’ di ironia e una birra in mano ci si diverte.

INCASTRATI

Il debutto seriale di Ficarra e Picone, "Incastrati" in un crime che diverte

Peccato. Ficarra e Picone si devono essere quasi spaventati della troppa “cattiveria” del loro film migliore – L’ora legale – e hanno scelto strade più famigliari (nel senso del segmento family oltre che della loro comfort zone). Già la triste svolta per grandi e piccini di Il primo Natale aveva convinto il duo a suon di milioni di incasso. Ora ci troviamo a metà strada con una serie di pochi e brevi episodi, quasi un film allungato, dove le gag sono talmente diluite da rischiare il principio omeopatico. Nella storia dei due signor nessuno che finiscono in un meccanismo criminoso per il quale sono ovviamente inadeguati si possono intuire alcune potenzialità satiriche sulla Sicilia, sull’inestirpabilità della mafia e sugli stereotipi patriarcali, ma ogni tema è sviluppato con una tale stanchezza narrativa da fiaccare i buoni propositi. Si vede chiaramente che i due non sanno nulla di serialità, senza che l’apporto in sede di scrittura degli ormai onnipresenti Fasoli e Ravagli cambi molto la situazione. Netflix è un cestone, mi pare che – algoritmo o meno – ogni sforzo di reperire una coerenza sul prodotto italiano sia al momento vano.

NON MI LASCIARE

Dov'è stata girata Non mi lasciare, le location della serie con Vittoria  Puccini ambientata a Venezia

Discorso generale: la Rai, e Rai Uno in particolare, sta continuando a fare le scelte giuste sulle serie (o se preferite fiction, ma ormai la distinzione terminologica non ha senso, tanto più che il prodotto italiano delle piattaforme, vedi Petra, si sta “raizzando”). Se La sposa ha saputo, con qualche diabolico cinismo, declinare la starità di Serena Rossi in una storia da melodramma d’appendice con tanto di stereotipi regionali usati con sagacia, Non mi lasciare lavora invece sul volto/personaggio sempre più sofferto di Vittoria Puccini. Si tratta di un crime su temi piuttosto cupi (riecco Fasoli/Ravagli) dove convivono elementi quasi fincheriani e pacchiane soluzioni televisive da prima serata, con il plus di una Venezia sfruttata in lungo e in largo come co-protagonista: non sarà Andrea Segre o Yuri Ancarani, ma non fa male (ed è pur sempre Rai Uno).