Skip to main content

Tag: Francesco Lagi

GLI ALTRI (NON) SIAMO NOI

L’ULTIMA MISSIONE: PROJECT HAIL MARY

Scrittore rozzissimo, Andy Weir però ha ottime idee fantascientifiche. Qui riprende l’idea-base del suo The Martian: un uomo solo lontano dalla Terra e una minaccia cosmica. In più, però, la fine del mondo imminente (bella l’idea dei batteri mangia-Sole) e un alieno “roccioso” (ma in verità “moccioso”). Lord & Miller impacchettano l’idea in un blockbuster da manuale: flashback esplicativi, battute tipo “nerd STEM”, problemi scientifici trattati come livelli di un videogame, e i soliti, quasi volontari, buchi narrativi. Il peggio, però, proviene dalla dimensione epistemologica. Dietro un’idea progressista della scienza e della cooperazione globale si nasconde il lato oscuro del pensiero liberal-capitalista statunitense: un homo statunitensis che trova in sé stesso sapere e coraggio (suturando un principio di vigliaccheria), un extraterrestre ridotto ad animale domestico, un’alterità che è solo quella concepita da un’americanità senza immaginazione, un finale da colonizzazione occultata. Insomma una specie di enorme cassetta degli attrezzi sul perché – con questi racconti – Trump abbia trionfato.

LA TORTA DEL PRESIDENTE

Una bambina di 9 anni, Lamia, viene sorteggiata a scuola per preparare la torta del compleanno di Saddam Hussein: un “onore” che, nell’Iraq degli anni Novanta, tra guerra e carestia, diventa una missione impossibile. La lunga caccia agli ingredienti, tra mercato nero, paura e piccoli soprusi quotidiani, è totalmente “desichiana” – con un tocco del Panahi degli esordi, citato esplicitamente. Una sorta di neorealismo infinito, che nutre gli immaginari di tanti paesi in difficoltà economiche e politiche Di qui tutto il bene del mondo (Hasan Hadi è un signor regista) e al contempo tutti i limiti di questo atteggiamento, come se la struttura fiabesca volesse proteggere lo spettatore dall’urto vero della Storia.

GLI OCCHI DEGLI ALTRI

Elena e il marito vengono ospitati nella villa-isola del marchese Lelio: un invito apparentemente mondano che finisce presto in un gorgo di desiderio, controllo e violenza: è ver che si tratta, come si legge, di una “macchina erotico-borghese”? Trinca e Timi sono molto esposti (lei in particolare, coraggiosamente corporea) sempre sul crinale tra attrazione e potere. Il problema è che la traiettoria, pur tesa, appare rispondere a un’idea piuttosto vetusta di eros/thanatos con pesanti riflessi moralistici. Ne esce un thriller raffinato e inquieto, però meno disturbante di quanto vorrebbe e pericolosamente vicino a un’occasione mancata. De Sica rimane comunque uno tra i pochi in Italia che lavora al confine dei generi e delle pulsioni.

TI UCCIDERANNO

Quando la satira di classe prova a graffiare, ma resta decorativa, rimangono le buone intenzioni al posto del veleno. Si tratta di un ibrido tra Kill Bill (e l’ottima Zazie Beetz si merita un personaggio badass), La casa di Raimi e la sovversione politica di Jordan Peele. Purtroppo gli shock sono solo un cumulo di effetti gore che appaiono stracotti e senza la furia degli anni Ottanta. Il cult a comando non esiste: è una legge sempre valida. Sostanzialmente manca il piacere di fare cinema, altrimenti si sarebbero rappresentate con maggior rispetto Heather Graham e Patricia Arquette, ridotte a nazistelle attempate senza nemmeno una battuta decente da declamare. La “morale” dei registi cinefili spesso si capisce da come trattano i loro attori.

HUNDREDS OF BEAVERS

Il contrario del film precedente. Qui il delirio è molto più credibile e autentico. Vero e proprio slapstick post-umano: un cacciatore contro un’orda di castori e lupi, nel gelo del Wisconsin, in un contesto dove La febbre dell’oro incontra i Looney Tunes. Certo, muto e cartoon sono sempre stati imparentati, ma le gag (a catena) qui sfidano ogni logica, meccanica e razionalità, arrivando a momenti di sublime filosofia del survival. Il manifesto sul corpo comico contro la natura ostile funziona, anche dopo che – all’inizio – ci si chiede come potrà mai durare due ore. Il bianco e nero, unito a grafica e puppet show, reca un sano disturbo mentale, ed era parecchio che non si provavano sensazioni goliardiche con un senso preciso (il Dark Star di questa generazione)?

UN POETA

Óscar Restrepo è un poeta fallito che, a Medellín, campa di corsi, alcool e risentimenti finché incontra Yurlady, adolescente di origine umile, e decide di coltivarne il talento di poetessa. A leggere la trama, il solito racconto edificante di riscatto degli umili. E invece, tra Kafka e Fantozzi, parte una storia a doppio taglio: lui cerca un riscatto per interposta persona, lei rischia di essere trascinata nel teatrino degli adulti (che parlano di arte come si parlerebbe di poste e telegrafi). Simón Mesa Soto ha un gusto crudele per il sabotaggio delle attese: la poesia come vocazione e insieme come trappola, il sistema della cultura come vera e propria macchina dell’inautenticità. E il suo cinema per fortuna mostra spigoli umani e corpi non retorici.

SE SOLO POTESSI, TI PRENDEREI A CALCI

Sta pian piano diventando un piccolo culto la satira femminista e polanskiana di Mary Bronstein. Il lavoro con e su Rose Byrne – che si “porta dietro” anche la commedia post-demenziale del mondo di Seth Rogen ma stravolgendola in malessere – è eccezionale. E nel vasto cinema ” del trauma” così presente nel contemporaneo, qui c’è un’idea di regia fortissima: il fuori campo della figlia, una specie di legame (un tubo, in effetti), che intossica tutto l’ambiente mentale circostante. Il balletto di frustrazione domestica conduce a una perdita di spazio/tempo, che fa detonare un’isteria degli oggetti e dell’esistenza raramente dipinta con tale angoscia.

SCANDAGLIO DI PIATTAFORME TRA DESIDERI E IDENTITÀ 

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi. Questa settimana ci dedichiamo principalmente alle piattaforme.

SUPERSEX

D’accordo che la società Groenlandia sa il fatto suo quando deve scegliere storie attraenti e realizzare prodotti seriali con fiuto global (prima di questo, Lidia Poët): l’astuzia produttiva per chi scrive è sempre un valore. Ma i limiti di Supersex non sono solo tecnici (dalla recitazione mimetica a occhi spalancati e ghigno maialesco di Borghi al risaputo vintage pop di sapore Sibilia/Rovere come se fosse un Mixed by Rocco). A mancare è proprio uno sguardo onesto sul porno, di cui mancano (pur in un tripudio di nudi ansimanti) sia la potenza oscena sia la miseria deprimente – che c’erano, per esempio, nel pur imperfetto Pleasure di Ninja Thyberg del 2021. Così tutto diventa un “vorrei ma non posso”, con una parte di letteratura d’appendice matarazziana in realtà lagnosissima (la prostituta idealizzata di Jasmine Trinca, gli occhi della mamma, il modello mascolino fallito del fratello) e un’altra di riflessione sul godimento femminile cui non basta la scrittura giustamente affidata a una creatrice come Francesca Manieri. Una serie dalla struttura generalista sul c….o di Siffredi era una scommessa folle, ma ci voleva allora un approccio ben più visionario e (s)porco. E che ci stanno a fare le piattaforme come Netflix se poi si gira col freno a mano?

UN AMORE

Di sesso ce n’è anche qui, forse più del previsto. E anche in questo caso si testa il fragile “star system” nazionale alla prova della serialità, qui nell’area nobile e “prestige” di Sky. Al di là del titolo ormai abusato (e quanta nostalgia per l’omonimo mélo di Tavarelli del 1999), Un amore è un altro caso di modello trattenuto. Bisogna dire, però, che Audenino creatore e Lagi in regia non paiono almeno aver avuto timore di pescare da un certo gusto rétro alla Lelouch (che è parso il modello più evidente) e che Accorsi/Ramazzotti – fuor di ironie degli esterofili a tutti i costi – tengono su la baracca anche quando piove dal soffitto (narrativo). Dilatato all’impossibile, con troppi droni e troppi scorci emiliani, la miniserie cade comunque in piedi – bisogna però misurarne l’impatto, la sensazione è che molte serie italiane rischino una rapida irrilevanza.

ROADHOUSE

Come ha già fatto notare qualcuno, non è chiarissimo (se si esclude la morte prematura di Patrick Swayze) perché Il duro del Roadhouse sia diventato oggetto di nostalgia al punto da progettarne un remake. Un Jake Gyllenhaal leggermente fuori età lo sostituisce in ambiente più soleggiato (Florida), con un’accelerazione – letterale, considerati i vistosi interventi in postproduzione – di scazzottate e scontri fisici. Di certo non si può accusare Doug Liman, un tempo rispettato dai cinefili, di essersi preso troppo sul serio. Dobbiamo apprezzare l’autoconsapevolezza di questa vocazione allo svacco, al cinema scervellato, al film-pinta di birra, al cinema-MMA, ad Amazon che imita un Bud Spencer strafatto di anfetamina in go-pro? Mah.

EXPATS

La creatrice Lulu Wang è quella di The Farewell (caso del 2019 leggermente meno fortunato di Past Lives ma non troppo). Qui adatta un romanzo di Janice Y. K. Lee, in un tripudio di identità nazionali e culturali: americani e inglesi a Hong Kong, coreani e filippini che affrontano il passaggio dell’ex colonia alla Cina, e in generale un crogiuolo di tensioni geo-sociali che impattano sulla vita dei protagonisti. La formula è il “melodramma di prestigio”, con pesanti problemi di credibilità (Nicole Kidman fuori età) e non richiesti simbolismi. Bisogna però ammettere che il contesto è originale, e tutto sommato propone anche una terza via al globalismo delle piattaforme, dove – invece che reagire all’allocazione dei fondi produttivi – si cerca di ragionare sulle potenzialità dei racconti di migrazione (anche se di livello alto borghese).

NOTRE CORPS

Esce su MUBI un doc che si candida ad essere tra i film più importanti del 2024. Claire Simon parte con un’idea semplice ma potente (osservare il corpo delle donne “medicalizzato” all’interno di un importante ospedale – tra visite, esami, diagnosi, riflessioni sul sé e sulla salute), e giunge poi a un colpo di scena imprevisto (la propria malattia, che affida anch’essa alla macchina da presa). Ne esce un lavoro che va oltre Wiseman e pone domande frontali e fortissime sulle donne, girando peer to peer un’osservazione al tempo stesso pudica e sfrontata, delicata e nuda, dove i ruoli – inizialmente distanti – finiscono col ribaltarsi (su spettatrici e spettatori). Bisognerà riparlarne con calma.

FUMARE FA TOSSIRE

Grazie alla piattaforma I Wonderfull si possono recuperare vari, recenti inediti di Quentin Dupieux (tra cui anche l’eccezionale Incredibile ma vero), un autore totale e tutt’altro che riconducibile al demenziale che esibisce. Anche qui i meccanismi più deliranti (una banda di supereroi deficienti che, mentre salva il mondo, racconta intorno al fuoco alcune storielle descrivibili come un creepshow ideato dai Monty Python) nascondono un animo profondamente kafkiano. E in mezzo a splatter, parodie, elementi da film di serie Z e famosi attori che stanno al gioco, si fa strada un infinito pessimismo umano e sociale, cui solo lo sberleffo dona elementi di un vitalismo degno di esistere.

CRIMINAL RECORD

Il crime seriale inglese occupa un posto tutto suo nel ricco panorama di genere. Questa serie (visibile su Apple TV+) mette in fila figure carismatiche come Peter Capaldi e Cush Jumbo dentro una vicenda nera di femminicidi, tensioni etniche, abusi di polizia, razzismo e depistaggi. La Gran Bretagna post-Brexit che ne viene fuori è particolarmente violenta e oscura, mentre la sfiducia nelle istituzioni rischia di avvelenare anche le comunità inter-razziali o annichilire ogni speranza di riforma interna (comunque affidata a donne, e ancora meglio a donne nere). Non tutto funziona, specie un ultimo episodio deludente e involuto, ma se si guarda all’affresco più che al plot vale una visita.

THE CURSE

Questa la teniamo per ultima solo perché la recensione è in grave ritardo, ma si tratta di una serie tra le più imprevedibili e clamorose della stagione. Complice una Emma Stone sempre più selvaggiamente spericolata (qui nuovamente produttrice e attrice), questa parodia nera e rovinosa dei factual si estende a una lettura isterica dell’America contemporanea dove non ce n’è proprio per nessuno. E se la lunghissima durata (della serie e anche dei singoli episodi) offre tutto il tempo ai fratelli Safdie a a Nathan Fielder (poco conosciuto da noi) per imbastire un racconto surreale, satirico, quasi un horror sociale sul capitalismo post-pandemia, nulla può comunque preparare al disagio inquietante dell’ultimo episodio. Che lasciamo scoprire a chi ancora non l’ha vista (su Paramount+).