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Tag: Gabriele Muccino

CORPI-CINEMA E CORPI POLITICI

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi.

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Sam Raimi è tornato e si accomoda al tavolo di M. Night Shyamalan e di Steven Soderbergh nella libertà creativa e nel rivoluzionare i generi attraverso iperboli formali e anarchia metaforica. Avendo inventato per primo l’esagerazione come chiavistello per rovesciare corpi e conservatorismi (Evil Dead), è un piacere ritrovarlo in formissima, con un film comicamente politico che ritesse la critica economica di Drag Me to Hell (un capolavoro, per chi non se lo ricordasse). E anche qui – nell’ennesima isola del cinema contemporaneo (da Triangle of Sadness a Old) – le classi sociali si nascondono per poi riformarsi più feroci di prima. Tuttavia, senza le strutture di potere tutt’intorno, ci si può reinventare lo spazio di insurrezione: dal domestico all’esotico, la casa viene sempre spazzata via, tra tempeste dal cielo e spruzzi di sangue dallo stomaco. Un ottovolante sabotatore, da non perdere.

LA SCOMPARSA DI JOSEF MENGELE

Se due indizi fanno una prova, cominciamo ad avere seri dubbi sul cinema di Kirill Serebrennikov, sempre più ambiguo nel senso meno sano del termine. Dopo l’irricevibile Limonov (caso quasi unico di misinterpretazione di un testo letterario), la storia della fuga di Mengele nelle Americhe è un lungo, insistente studio della permanenza del nazionalsocialismo attraverso le cerchie che ne hanno garantito sopravvivenza fisica. Non si comprende l’estetica b/n da festival, né la raccapricciante scena in flashback con gli esperimenti nei campi di sterminio, a colori in forma di film amatoriale (e dire che si sarà ormai capito che lo sguardo da dentro i campi ha bisogno di un senso morale forte e non di mezzi espressivi da postmodernista arthouse). Fascinazione del male? Certo, non è l’abisso di Norimberga ma rimangono le perplessità sulla densità teorica del cineasta.

LE COSE NON DETTE

Pur traendo materia narrativa da un romanzo americano di Delia Ephron (sorella di Nora), Muccino muccinizza e italianizza la crisi delle due coppie protagoniste, in viaggio “terapeutico” a Tangeri. Ma la materia è la solita: le corna che distruggono il nucleo borghese, le emozioni urlate che sovrastano l’intelletto, il continuo morire e rinascere di “innamoramento e amore”. Autocitazioni da L’ultimo bacio a parte, rimane un vuoto senza fine, involontario, acuito da una sottotrama gialla quasi imbarazzante e peggiorato dal cinismo dell’autore (umiliata Carolina Crescentini con un personaggio di rara misognia, e oltrepassato il limite dell’umanità con la scena sotto la doccia della ragazzina). Non è più nemmeno un guilty pleasure, è useless displeasure.

SCRIVERE LA VITA – ANNIE ERNAUX RACCONTATA DALLE STUDENTESSE E DAGLI STUDENTI

Claire Simon è quasi infallibile. Pur lontana dal vertiginoso processo “corporeo” al documentario di Notre corps, qui “si limita” (ma dovremmo imparare molto da questa umiltà) a mettere in scena un’altra delle sue istituzioni preferite: la scuola. La formazione dei ragazzi avviene attraverso la lettura dei libri di Annie Ernaux, scavalcando ogni intento meramente pedagogico e lasciando ai ragazzi la possibilità di misurarsi a partire dai testi, sfruttando cioè la potenzialità adolescenziale di poter (ancora) avere tutte le vite possibili davanti a sé e di saggiarle attraverso la letteratura. Un gesto semplice e onesto, come sa essere il miglior documentario, e come sa essere Claire Simon.

WIDER THAN THE SKY

Giusto nutrire molto rispetto per questa forma di documentario poetico che Valerio Jalongo sta portando avanti da anni. In questo caso, al centro c’è il corpo: da artificiale ad androide, da umano a dematerializzato, da promitivo a futuristico, in un montaggio-danza che unisce la ricerca scientifica e la ricerca cinematografica. Proprio sul secondo aspetto, però, è lecito nutrire anche qualche dubbio: il sublime ricercato attraverso musiche eteree e brani di poesia recitati con scolastica dizione, le scene surreali ma paradossalmente legate a un immaginario fantascientifico che sembra non arrivare mai (la robotica), e più in generale le scelte molto compaciute possono raffreddare – invece che scaldare – l’adesione emotiva.

MY FATHER’S SHADOW

Nigeria 1993, elezioni presidenziali, un popolo che attende la libertà e un presidente uscente che la annulla nel sangue. In una sola giornata tutto cambia, o meglio tutto torna alla normalità. La politica e la Storia viste dallo sguardo basso di due fratellini, che girano per Lagos da mattina a sera insieme al padre, implicato – non si sa fino a che punto – con la militanza anti-regime. In mezzo, secondo uno schema alla Ladri di biciclette, un gioco dell’oca dove si avanza e si indietreggia, ci si immerge in un fauna umana fertile e matta, si misura l’ombra del padre e quella del Potere, in un romanzo breve di formazione poetica e traumatica. Akinola Davies Jr. esordisce con forza estetica, tradendo l’influenza di Barry Jenkins e findadosi di una grana pellicolare usata in modo estetizzante. Ma ha una storia da raccontare e una potenza emotiva da condividere.

A ZONZO TRA LE SERIE

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi.

AFTER LIFE

After Life 3: il finale dolceamaro della serie di Ricky Gervais

Non è facilissimo giudicare After Life alla fine delle tre stagioni. Ogni tanto sensazionale nell’affrontare il lutto da ogni angolazione psicologica, ogni tanto esilarante per come spazza via la retorica, ogni tanto insistente e quasi snervante nell’evocare un rapporto di coppia di perfezione stucchevole, ogni tanto girato in modo tanto sciatto da lasciare a bocca aperta, ogni tanto aperto a un’osservazione minuta di solitudini quali il cinema d’autore non riesce più a restituire, ogni tanto volgare fino al disgusto e gratuito fino alla noia. Bisogna però dire che ogni nuova ricollocazione gervaisiana nel mondo dell’audiovisivo risulta stimolate e che forse After Life – con i suoi pochi episodi e poche ore – è un esempio di come si lavora su un habitat quale Netflix attraverso il rapporto tra celebrity comica e letteratura di provincia (di una provincia tanto folk quanto universale). Scopriremo solo più avanti se questo progetto, e soprattutto questa galleria di personaggi, avranno superato la prova del tempo.

SUCCESSION

Critics' Choice Awards 2022: ecco tutte le nomination

La terza stagione dell’amatissima serie americana riparte sostanzialmente dalla fine della seconda e osserva con sadismo più gaudente che mai gli spasmi della dinastia Roy e la frenetica ricombinazione delle alleanze fratricide o patricide. Gli ingredienti sono i soliti: dialoghi basati principalmente su metafore spesso deliranti; macchina a spalla che entra nella mischia ed esalta la dimensione polifonica di ambienti spesso affollati di persone che si parlano addosso; analisi del capitalismo globale attraverso gli orrori del rapporto media/finanza; psicanalisi ironica di una famiglia attraversata da complessi tragicomici. Questa terza stagione non è apparsa particolarmente “progressiva” rispetto alle prime due – la seconda difficilmente verrà eguagliata – e si limita a ripetere i suddetti elementi gestendoli in modo sempre piacevole ma anche senza particolari sorprese (e con un cliffhanger finale piuttosto prevedibile per chi ormai conosce i colpi di scena della serie). Spiccano gli episodi della festa di compleanno e quelli in Italia, concepiti non a caso in maniera evidentemente più compatta.

A CASA TUTTI BENE

A casa tutti bene, la serie di Gabriele Muccino indaga dolori e conflitti  della famiglia | Vanity Fair Italia

E se a Muccino le serie facessero bene? Dobbiamo intenderci. Chi scrive è allergico al suo cinema, pur riconoscendogli uno statuto di autore – lo merita chiunque costruisca il suo universo riconoscibile, e Muccino lo possiede in tutto e per tutto. Ma l’idea di questa espansione del suo film più esagerato porta a un risultato di hardcore mucciniano che fa scattare l’ormai celeberrimo guilty pleasure. Con il solito ricorso massiccio al montaggio parallelo e alla ritmica esasperata, e a vicende che via via strangolano i personaggi e li intrecciano al reciproco destino, Muccino aggiunge anche un pizzico di crime e si diverte a gettare nel calderone un cast molto affiatato (forse ben consapevole di doversi lanciare apertamente nel kitsch). Barbara Petronio, brillante ed esperta scrittrice di serialità, è il collante del Muccino-Universe in questa operazione di Sky, che finisce senza finire in vista di una seconda stagione già concepita. Ovviamente ci sono incongruenze, cattivo gusto, momenti cringe, stereotipi vari (quelli femminili, poi….), ma guardandolo con un po’ di ironia e una birra in mano ci si diverte.

INCASTRATI

Il debutto seriale di Ficarra e Picone, "Incastrati" in un crime che diverte

Peccato. Ficarra e Picone si devono essere quasi spaventati della troppa “cattiveria” del loro film migliore – L’ora legale – e hanno scelto strade più famigliari (nel senso del segmento family oltre che della loro comfort zone). Già la triste svolta per grandi e piccini di Il primo Natale aveva convinto il duo a suon di milioni di incasso. Ora ci troviamo a metà strada con una serie di pochi e brevi episodi, quasi un film allungato, dove le gag sono talmente diluite da rischiare il principio omeopatico. Nella storia dei due signor nessuno che finiscono in un meccanismo criminoso per il quale sono ovviamente inadeguati si possono intuire alcune potenzialità satiriche sulla Sicilia, sull’inestirpabilità della mafia e sugli stereotipi patriarcali, ma ogni tema è sviluppato con una tale stanchezza narrativa da fiaccare i buoni propositi. Si vede chiaramente che i due non sanno nulla di serialità, senza che l’apporto in sede di scrittura degli ormai onnipresenti Fasoli e Ravagli cambi molto la situazione. Netflix è un cestone, mi pare che – algoritmo o meno – ogni sforzo di reperire una coerenza sul prodotto italiano sia al momento vano.

NON MI LASCIARE

Dov'è stata girata Non mi lasciare, le location della serie con Vittoria  Puccini ambientata a Venezia

Discorso generale: la Rai, e Rai Uno in particolare, sta continuando a fare le scelte giuste sulle serie (o se preferite fiction, ma ormai la distinzione terminologica non ha senso, tanto più che il prodotto italiano delle piattaforme, vedi Petra, si sta “raizzando”). Se La sposa ha saputo, con qualche diabolico cinismo, declinare la starità di Serena Rossi in una storia da melodramma d’appendice con tanto di stereotipi regionali usati con sagacia, Non mi lasciare lavora invece sul volto/personaggio sempre più sofferto di Vittoria Puccini. Si tratta di un crime su temi piuttosto cupi (riecco Fasoli/Ravagli) dove convivono elementi quasi fincheriani e pacchiane soluzioni televisive da prima serata, con il plus di una Venezia sfruttata in lungo e in largo come co-protagonista: non sarà Andrea Segre o Yuri Ancarani, ma non fa male (ed è pur sempre Rai Uno).