Skip to main content

Tag: Hlynur Pálmason

LA VIA DELLA CREAZIONE

THE MANDALORIAN & GROGU

Non è chiaro che cosa si possa dire dell’estensione cinematografica ideata da Disney, Lucasfilm e Jon Favreau. Da una parte, si tratta evidentemente di un doppio episodio “intensificato” (un po’ come quando distribuivano Goldrake in sala accumulando collage di puntate TV). Dall’altra, la quantità di specie aliene, di combattimenti, di momenti infantili e zingarate interstellari continua ad essere più simpatica di quanto faticosamente prodotto dal mondo Star Wars negli ultimi anni. Il problema principale è che mancano calore e sorpresa. Che magari non sono categorie critiche degne di questo nome, ma sono delusioni condivise dalla quasi totalità dei fan della saga. Al cinema si è perso forse ciò che di trasparente e semplice Mandalorian aveva portato in piattaforma, tanto per ribadire che film su grande schermo e serialità sono elementi da trattare separatamente.

BACKROOMS

La sensazione di bicchiere mezzo vuoto (la creepy pasta del web era decisamente più perturbante) non tiene conto del fatto che il cinema in questo caso serve a compattare e divulgare le spinte centrifughe dei prodotti digitali. Dunque Backrooms diventa una sorta di film-antologia dell’immaginario horror di YouTube, trasformandolo in una serie di allusioni terrificanti all’arte contemporanea – da Escher a… Ostlund. Per il resto rimane la suggestione di partenza: questi luoghi che proliferano senza tenere conto di noi umani (o recandone tracce distorte, pupazzi di carne mal assemblati) sono al tempo stesso l’indice luttuoso del post-umano artificiale e il potente desiderio del cinema di generare sempre nuovi mondi, aprire nuove porte, scoprire nuovi angoli (una resurrection liminale). Inutile cercare la latenze spaziali lynchiane, qui non le troverete: è proprio un’altra cosa. Molto pop, e divertente fino a un certo punto.

OBSESSION

Comincia come un post-teen movie: un commesso timido ama non corrisposto una ragazza. Poi compra un giocattolo maledetto (One Wish Willow) e formula il desiderio che la ragazza lo ami “più di chiunque altro”. Accade. Da quel momento la relazione diventa puro possesso ma è come amare uno zombi, che per di più si trasforma paradossalmente in stalker. Barker è molto lucido nel fare dell’elemento soprannaturale un’allegoria brutale dei rapporti tossici (e di come si avvitano contortamente) e dell’idea di dominio maschile: il controllo emotivo e il consenso estorto diventano letteralmente disgustosi. E la donna intrappolata in sé stessa è metafora ancora più potente dell’uomo fragile trasformato in tiranno. Segno ulteriore di vitalità dell’horror, che pare aver ritrovato l’approccio bio-politico che aveva un po’ perso.

AMARGA NAVIDAD

Dio salvi Pedro Almodóvar. E Dio aiuti chi non comprende la trama di un film! In alcune recensioni sembra che non si sia capito che cosa accade negli ultimi dieci minuti. E non perché non lo si possa dire per rispetto al lettore (non lo fareno nemmeno noi), ma perché viene giudicato normale e coerente con il resto del progetto. E invece no, L’autore spagnolo decostruisce in modo radicale le allusioni meta-cinematografiche di Dolor y Gloria e tutto l’almodrama in generale, con un’accusa piuttosto feroce verso la propria stessa maniera, in aggiunta a una confessione altrettanto spudorata del fatto di non poter smettere (d’accordo l’ispirazione, ma qui il cinema sembra quasi una dipendenza da psicofarmaci). L’ironia crudele trafigge tutto, persino i brand che punteggiano le inquadrature. Occhio quindi al film-nel-film, un disastro drammaturgico che viene concepito come tale: è la prima volta che qualcuno ci dice “tutto quello che avete visto va buttato nel cestino?” dopo F for Fake?

L’AMORE CHE RIMANE

In L’amore che rimane seguiamo un anno nella vita di una famiglia mentre i genitori, già separati, continuano a gravitarsi attorno, tra figli, casa, lavoro e stagioni che passano. È un Pálmason decisamente più domestico del solito, visto che si aggira tra quadri controllatissimi (e questo lo sappiamo) ma anche tra dialoghi a volte brillanti e volte un po’ straniati in un contesto microcoscmico. Il punto è che tanta finezza finisce, come gli accade non di rado, per mettere un vetro tra noi e i personaggi. La struttura per frammenti e micro-incidenti offre una grazia da cinema d’autore già confezionato, con pochi veri momenti di rischio. Purtroppo si ha la sensazione che si tratti di un autore tecnicamente dotatissimo ma con limiti poetici ormai evidenti.

PETER HUJAR’S DAY

Chi scrive ha un problema con Ira Sachs, i cui film appaiono ai nostri occhi come il catalogo più significativo di tutto ciò che di odioso viene attribuito all’arthouse. Dopo opere più che altro accademiche (ma anodine, vedi I toni dell’amore o Little Men), l’autore ha dato vita a un’estetizzazione formalmente ineccepibile quanto tematicamente imbarazzante (come dimostra Passages, sequela sadica di ovvietà su amore e arte). Non cambia molto con questo inedito su MUBI, nel quale si parte da una bella inutizione – “scrivere” per immagini, parola per parola, un’intervista registrata tra veri artisti anni ’70 – che sfocia in una maratona di valori tecnici esibiti e di sforzi recitativi irricevibili in nome di una costruzione di autenticità vecchia come un rottame modernista. Speriamo nel prossimo, di cui a Cannes colleghi stimati han parlato bene.

HEN – STORIA DI UNA GALLINA

György Pálfi, regista sempre inclassificabile, segue lo spunto di titoli come Eo e Gunda per dis-antropizzare il punto di vista del cinema. Si tratta dell’epopea anti-Dreamworks di una gallina nera, dall’allevamento industriale alla fuga, che incrocia un’umanità europea alla deriva (trafficanti, migranti, apolidi vari). L’idea è potente e, a tratti, persino inquietante per come nega l’empatia verso un animale guidato solo dalla sua sopravvivenza minima. E qui comincia qualche problema: la fiaba nera chiede allo spettatore di sopportare il cinismo “biologico” del racconto, e alla fine la pretesa di essere un po’ ironici (il rapporto sentimentale col gallo) e un po’ scioccanti (la scena della strage dei migranti è molto discutibile) fa finire Hen in un limbo vagamente sconcertante. Resta un esperimento notevole, ma con uno sguardo instabile e talvolta inumano. Voluto?

DESIDERI MALINCONICI E GROVIGLI NELLO STOMACO

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi.

UN BEL MATTINO

Come sarebbe stato questo struggente racconto senza Léa Seydoux? Inutile chiederselo, per fortuna lei c’è e illumina un personaggio femminile forte e al tempo fragile con ascendenze più da Téchiné che da Rohmer. Hansen-Løve a soli 40 anni ha già una filmografia ricchissima, chapeau. Dopo gli arzigogoli teorici di L’isola di Bergman, qui ritrova naturalezza, precisione e strazio, pescando nuovamente dal lato autobiografico da cui partì. E riscopre un Melvil Poupaud corpo cinefilo.

GODLAND

Quello di Hlynur Pálmason è uno dei pochi “film panici” di questi tempi. Mentre viaggi con i protagonisti nella natura più inospitale, dura e possente, ti chiedi a ogni istante come abbiano fatto a girarlo (pellicola, formato quadrato, sembra quasi di respirare la natura). Quando l’impervia missione si arresta, la storia di comunità e lacerazione convince meno, ma l’attraversamento in purezza merita generosità. Da vedere rigorosamente in originale (tutto ruota intorno al confronto linguistico tra islandese e danese).

AFTERSUN

Periodo di film scritti sull’esperienza, quasi tattili, che ti aggrovigliano lo stomaco. Fulminante esordio di Charlotte Wells, impregnato di dolore, raccontato con un minimalismo carico di malinconia e tensione difficilissimo da ottenere. Squarcio di una vacanza tra figlia pre-adolescente e padre separato dove si dice tutto tra le righe, lasciando che il momentaneo spieghi l’universale, in una terra di nessuno turistica ma dolorosa. Mettersi di traverso perché “troppo pompato” è robetta da social. Guardatelo.

THE PALE BLUE EYE

Scott Cooper si conferma il regista che poteva ma non troppo. Una filmografia carica di quasi-grandi film (Hostiles, Il fuoco della vendetta) e di terribili scivolate (Black Mass, Antlers) sfocia in questo streaming-prestige Netflix con Christian Bale e un cast di glorie sullo sfondo. Storia gothic western, con Edgar Allan Poe come personaggio (la cosa peggiore), non si può dire che sia trascurato o che ignori lo stile. Eppure rimane congelato tra le nevi che ingoiano il paesaggio.

MA NUIT

Altro film esperienziale e impalpabile. Antoinette Boulat racconta una generazione in una passeggiata notturna, con un lutto sullo sfondo (quanti lutti nei personaggi di oggi). Non sono diciottenni da Nouvelle Vague (che erano anzi più grandicelli) ma giovani melanconici in cerca di un presente che sfugge e di senso, dentro una topografia che li guarda con una qualche indifferenza. Dal confronto nasce voglia di esistere, e fare filosofia spicciola in fondo è un modo per amare la vita.

NEZOUH

Il cinema originato dalla tragica guerra in Sira (buco nero dell’umanità nel secondo decennio del secolo) comincia a slittare dal dato documentario, urgente, a quello metaforico, esistenziale. Il buco nel soffitto che si crea dopo un bombardamento squarcia un tetto di dinamiche sociali, e comunitarie, soffocanti. Troppo realismo magico, certo, ma anche un contenitore di rilievi sulle contraddizioni della ribellione (i civili come scudi umani designati, la dimensione patriarcale come unico orizzonte) non banali.

LE VELE SCARLATTE

Il più semplice dei film di Pietro Marcello, e non è detto che sia per forza un bene. Adattando con una certa libertà l’omonimo romanzo di Aleksandr Grin, l’autore conferma la voglia di fuggire dal contemporaneo, che emergeva qua e là in Martin Eden (dove lo schiacciamento del ‘900 era un anacronismo era voluto per salutare il secolo perduto). Quell’urgenza romanzesca sembra, però, attutita e ovattata, e la produzione francese rischia di imprigionarlo in un accademismo medio che è il contrario esatto della sua poetica.

CLOSE

I bambini si guardano: è proprio da uno sguardo tra ragazzini troppo indagatorio che nasce la tragedia della definizione di sé. Dhont è un tipo di autore che non lascia nulla sullo sfondo. La sua delicatezza di tocco e la naturalezza ottenuta dai giovanissimi protagonisti sono doti certe, confermate. Peccato per una narrazione così piana, e soluzioni drammaturgiche così ovvie. La presenza dolente di Émilie Dequenne (ex-Rosetta) intenerisce.