GLI ALTRI (NON) SIAMO NOI

L’ULTIMA MISSIONE: PROJECT HAIL MARY
Scrittore rozzissimo, Andy Weir però ha ottime idee fantascientifiche. Qui riprende l’idea-base del suo The Martian: un uomo solo lontano dalla Terra e una minaccia cosmica. In più, però, la fine del mondo imminente (bella l’idea dei batteri mangia-Sole) e un alieno “roccioso” (ma in verità “moccioso”). Lord & Miller impacchettano l’idea in un blockbuster da manuale: flashback esplicativi, battute tipo “nerd STEM”, problemi scientifici trattati come livelli di un videogame, e i soliti, quasi volontari, buchi narrativi. Il peggio, però, proviene dalla dimensione epistemologica. Dietro un’idea progressista della scienza e della cooperazione globale si nasconde il lato oscuro del pensiero liberal-capitalista statunitense: un homo statunitensis che trova in sé stesso sapere e coraggio (suturando un principio di vigliaccheria), un extraterrestre ridotto ad animale domestico, un’alterità che è solo quella concepita da un’americanità senza immaginazione, un finale da colonizzazione occultata. Insomma una specie di enorme cassetta degli attrezzi sul perché – con questi racconti – Trump abbia trionfato.
LA TORTA DEL PRESIDENTE
Una bambina di 9 anni, Lamia, viene sorteggiata a scuola per preparare la torta del compleanno di Saddam Hussein: un “onore” che, nell’Iraq degli anni Novanta, tra guerra e carestia, diventa una missione impossibile. La lunga caccia agli ingredienti, tra mercato nero, paura e piccoli soprusi quotidiani, è totalmente “desichiana” – con un tocco del Panahi degli esordi, citato esplicitamente. Una sorta di neorealismo infinito, che nutre gli immaginari di tanti paesi in difficoltà economiche e politiche Di qui tutto il bene del mondo (Hasan Hadi è un signor regista) e al contempo tutti i limiti di questo atteggiamento, come se la struttura fiabesca volesse proteggere lo spettatore dall’urto vero della Storia.

GLI OCCHI DEGLI ALTRI
Elena e il marito vengono ospitati nella villa-isola del marchese Lelio: un invito apparentemente mondano che finisce presto in un gorgo di desiderio, controllo e violenza: è ver che si tratta, come si legge, di una “macchina erotico-borghese”? Trinca e Timi sono molto esposti (lei in particolare, coraggiosamente corporea) sempre sul crinale tra attrazione e potere. Il problema è che la traiettoria, pur tesa, appare rispondere a un’idea piuttosto vetusta di eros/thanatos con pesanti riflessi moralistici. Ne esce un thriller raffinato e inquieto, però meno disturbante di quanto vorrebbe e pericolosamente vicino a un’occasione mancata. De Sica rimane comunque uno tra i pochi in Italia che lavora al confine dei generi e delle pulsioni.
TI UCCIDERANNO
Quando la satira di classe prova a graffiare, ma resta decorativa, rimangono le buone intenzioni al posto del veleno. Si tratta di un ibrido tra Kill Bill (e l’ottima Zazie Beetz si merita un personaggio badass), La casa di Raimi e la sovversione politica di Jordan Peele. Purtroppo gli shock sono solo un cumulo di effetti gore che appaiono stracotti e senza la furia degli anni Ottanta. Il cult a comando non esiste: è una legge sempre valida. Sostanzialmente manca il piacere di fare cinema, altrimenti si sarebbero rappresentate con maggior rispetto Heather Graham e Patricia Arquette, ridotte a nazistelle attempate senza nemmeno una battuta decente da declamare. La “morale” dei registi cinefili spesso si capisce da come trattano i loro attori.

HUNDREDS OF BEAVERS
Il contrario del film precedente. Qui il delirio è molto più credibile e autentico. Vero e proprio slapstick post-umano: un cacciatore contro un’orda di castori e lupi, nel gelo del Wisconsin, in un contesto dove La febbre dell’oro incontra i Looney Tunes. Certo, muto e cartoon sono sempre stati imparentati, ma le gag (a catena) qui sfidano ogni logica, meccanica e razionalità, arrivando a momenti di sublime filosofia del survival. Il manifesto sul corpo comico contro la natura ostile funziona, anche dopo che – all’inizio – ci si chiede come potrà mai durare due ore. Il bianco e nero, unito a grafica e puppet show, reca un sano disturbo mentale, ed era parecchio che non si provavano sensazioni goliardiche con un senso preciso (il Dark Star di questa generazione)?
UN POETA
Óscar Restrepo è un poeta fallito che, a Medellín, campa di corsi, alcool e risentimenti finché incontra Yurlady, adolescente di origine umile, e decide di coltivarne il talento di poetessa. A leggere la trama, il solito racconto edificante di riscatto degli umili. E invece, tra Kafka e Fantozzi, parte una storia a doppio taglio: lui cerca un riscatto per interposta persona, lei rischia di essere trascinata nel teatrino degli adulti (che parlano di arte come si parlerebbe di poste e telegrafi). Simón Mesa Soto ha un gusto crudele per il sabotaggio delle attese: la poesia come vocazione e insieme come trappola, il sistema della cultura come vera e propria macchina dell’inautenticità. E il suo cinema per fortuna mostra spigoli umani e corpi non retorici.
SE SOLO POTESSI, TI PRENDEREI A CALCI
Sta pian piano diventando un piccolo culto la satira femminista e polanskiana di Mary Bronstein. Il lavoro con e su Rose Byrne – che si “porta dietro” anche la commedia post-demenziale del mondo di Seth Rogen ma stravolgendola in malessere – è eccezionale. E nel vasto cinema ” del trauma” così presente nel contemporaneo, qui c’è un’idea di regia fortissima: il fuori campo della figlia, una specie di legame (un tubo, in effetti), che intossica tutto l’ambiente mentale circostante. Il balletto di frustrazione domestica conduce a una perdita di spazio/tempo, che fa detonare un’isteria degli oggetti e dell’esistenza raramente dipinta con tale angoscia.
