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Tag: James Cameron

FUTURI INTORNO A NOI

SHEEP IN THE BOX

Curiosamente, la politique des auteurs sembra che valga solo per registi occidentali. E invece, visto che Koreeda è uno dei maggiori cineasti viventi, a maggior ragione deve essere operativa tra i cinefili. Questo significa che bisogna “salvare” Sheep in the Box da una natura di opera minore in virtù del discorso autoriale complessivo? Sì e no. Sì perché Koreeda riformula temi e interpretazioni sociali già ampiamente proposti in passato (qui c’è una sorta di ripetizione science fiction della famiglia radicalmente artificiale di Un affare di famiglia). No, perché nel trasferire quei temi all’epoca delle IA e dei robot si fa strada una visione ancora più sorprendente: da una parte nuovamente anti-biologica (la famiglia non è mai il sangue in Koreeda, anche se determina le nostre scelte) e dall’altra naturalista (shntoismo applicato alle macchine e al loro rapporto col Creato). E alla fine i dubbi iniziali svaniscono insieme al resto.

THE DOG STARS

Qui invece la politique des auteurs non è più attiva da tempo. Un po’ perché Scott continua a mescolare opere di qualità a dir poco altalenante, un po’ perché è dura trovare il bandolo della matassa in una filmografia ormai schizofrenica. Almeno qui si torna alla fantascienza. Scott è ormai un regista “esecutivo” che opera su sceneggiature (e spesso romanzi) già molto strutturate. Anche in questo post-atomico/post-pandemico il rischio déjà-vu è altissimo (compresa la vena intimista, chi si ricorda del bel Light of My Life di Casey Affleck?). Così come la consueta ideologia elastica di Scott, che può piacere a destra (rinascita della civiltà attraverso la religione e il puritanesimo) e a sinistra (l’America ridotta all’odio reciproco, la medicina e i vaccini come risorse), irrita. Invece è adorabile il lato western USA rurale girato in Friuli e Veneto, cioè sostanzialmente l’operazione contraria di Leone & co. Così come le schegge di storia statunitense depositate nelle varie avventure. Con una malinconia di fondo che salva il film (e il mondo).

ONE NIGHT ONLY

Ancora un futuro possibile, molto vicino al nostro presente dove il sesso è stato rimpiazzato dallo scrolling. Rendendo meno cruenta la saga della Notte del giudizio, qui ci si limita a una distopia lieve, dove i non sposati possono far l’amore una sola notte all’anno. E l’interesse di Will Gluck per la fantascienza sociale si ferma qui, ignorandone tutte le potenzialità. Nel nome di una sessuofobia sempre più macroscopica nel cinema americano (ci torneremo quando parleremo di The Invite), la tensione verso la liberazione dei sensi diventa presto un manifesto a-sex con un finale di “rivoluzione reazionaria”. Tutti questi racconti oscuri, che siano da fine del mondo o da totalitarismo imminente, sembrano sempre più sostituire l’allarme col desiderio (che tutto ciò accada davvero). Pur di scrollarsi di dosso l’hic et nunc.

TONY – DIARIO DI UN GIOVANE CUOCO

Alle origini di Anthony Bourdain, diciannovenne che finisce quasi per caso a Provincetown, lava piatti, apre ostriche, osserva una brigata di cucina e comincia a intuire il futuro mestiere. Matt Johnson evita il biopic completo e sceglie la strada della “estate di…”, un classico del romanzo di formazione. Serve ad alleggerire il mito. E il meglio è proprio la formazione sporca, fisica, da retrobottega. Il film funziona bene infatti proprio quando gioca tra pentole, puzza di pesce e casini giovanili. Poi tracolla in una origin story da feelgood movie. Il peggio, però, sono le allusioni al suicidio, che si potevano evitare visto che poi le didascalie finali preferiscono il pudore. Al protagonista Dominic Sessa basta ripetere il suo personaggio di The Holdovers.

L’UOMO DEI SUSSURRI

Direttamente su Netflix l’ultimo thriller della sterminata filmografia di De Niro (che secondo chi scrive ormai porta camicie e giubbotti da casa, sempre identici e dimessi). Se ci si fosse limitati a rispolverare il genere dei serial killer, avremmo anche chiuso gli occhi su varie incongruenze e apprezzato il confronto con Michael Keaton, una sorta di Hannibal più passivo-aggressivo e meno elegante (vista anche l’età delle vittime). Ma l’aggiunta di una sotto-trama paranormale ha dell’incredibile (già nel romanzo di partenza), specie per come è gestita, oltre che per la pigrizia nel casting (Adam Scott, qui ancora una volta nei panni di uno scrittore: lo avrà girato insieme a Hokum?). Al di là dei rilievi tecnici, che razza di cinema è questo? Netflix riesce sempre a dimostrare che aveva torto chi sperava in un immaginario cinematico streaming degno di questo nome.

TRAIN TO BUSAN

Qui da Occidente, dove straparliamo di altri paesi senza saperne nulla, è forse facile dire che il treno pieno di zombi non è solo il luogo dell’assedio, ma una Corea in miniatura – un po’ come in Snowpiercer. Di classi sociali, egoismi e istinto di sopravvivenza, del resto, questo cinema ci ha parlato molto spesso. Yeon Sang-ho in questo caso prende un dispositivo semplicissimo — un padre assente viaggia con la figlia mentre l’epidemia esplode — e lo spinge a una progressione innegabilmente riuscita. Il dinamismo degli zombi (che corrono, si accalcano, diventano una massa di carne) impressiona, così come l’homo homini lupus dei viventi. L’elemento mélo molto meno. Comunque una prova di cinema-cinema che ha meritato il suo statuto di piccolo cult in questi anni.

TERMINATOR 2 – IL GIORNO DEL GIUDIZIO

Il sequel perfetto? Sì se Cameron all’epoca non lo avesse già girato (Aliens). Terminator 2 è una macchina di immagini in cui tutto si sdoppia, dal T-800 al T-1000, dal figlio al padre possibile, dal futuro apocalittico al presente che lo contiene. Rivederlo in sala accresce la forza di questo action monumentale, dove convivono rappresentazioni neo-digitali di acciaio e carne, acqua e fuoco, destino e caso. Ben più visionarie degli Avatar (va detto con grande rispetto).
Skynet, poi, oggi inquieta più di ieri, perché la fantascienza di Cameron sembra aver anticipato le nostre paure. E il T-1000 resta una delle grandi invenzioni del cinema moderno: liquido, mimetico, è un simulacro dell’immagine stessa, un po’ come Schwarzenegger, qui meta-attore più che mai. Terminator 2 era già il blockbuster umanista prima che li chiamassimo così in onore di Nolan o Villeneuve.

IL CINEMA REINVENTATO DI JAMES CAMERON (E BILLIE EILISH)

Per chi, come il sottoscritto, Avatar sta lentamente trasformandosi nella prigione di James Cameron, Billie Eilish – Hit Me Hard And Soft: The Tour arriva come una bomba inaspettata e permette di ritrovare il genio dell’autore alle prese con una radicale reinvenzione del film-concerto. E del cinema tutto.

Apparentemente, Cameron compie un gesto visto fin troppe volte in questi anni: la registrazione del (o dei) live di una popstar condita da interviste dietro le quinte e montato come una perfetta playlist per i fan, impacchettato in due ore di film-evento in cui la sala è semplicemente il luogo più consono per godere dell’esperienza del cine-concerto.

Alla prova della visione, invece, ci troviamo di fronte tutt’altro. Un film musicale, forse il miglior popumentary di sempre, nel quale il dispositivo e la macchina-cinema esplodono con una flagranza clamorosa, sia per la qualità tecnica incredibile (il 3D è l’unica modalità possibile per vedere Billie Eilish – Hit Me Hard And Soft: The Tour e l’immersività creata tra palco e pubblico lascia sbalorditi), sia per la densità concettuale che si nasconde tra le pieghe dell’emozionante performance di questa straordinaria artista.

Il palco, infatti, è concepito da James Cameron come una straordinaria opportunità per raccontare la costruzione di un set che diventa immaginario. Se Billie sceglie per il suo tour di spogliare il palco di ballerini e parafernalia per poterlo abitare da sola (una ragazza molto piccola che espone la sua voglia di performare lo spazio/tempo su una piattaforma gigante), Cameron asseconda il progetto estetico decostruendo e ricostruendo di continuo le traiettorie possibili dello sguardo sceno-tecnico (spesso lasciando che sia la cantante a maneggiare la camera per moltiplicare i significati possibili: questo è un doc su Billie Eilish o su come un’artista guarda il suo pubblico mentre il suo pubblico guarda lei?).

Dal punto di vista autoriale, c’è tutto Cameron: il sotto-palco sono i cunicoli di Aliens, le gabbie con cui Billie sale, scende, si nasconde ed emerge sono The Abyss, il librarsi sul bordo del palco davanti all’oceano dei fan è Titanic, il melodramma cameroniano spunta ovunque (l’arrivo di Finneas, certo, ma anche in generale la commozione che indubitabilmente ci coglie nel vedere il rapporto così intenso dei fan con la cantante). E più in generale, il concerto, il qui-e-ora della performance, sono un altro mondo-utopia del cineasta: la Pandora di Billie Eilish e della sua comunità – non a caso una comunità spesso composta di fragili, di vulnerabili, di persone dall’identità transitoria e incerta che si sentono compresi e svelati dai testi di Billie.

Altre tre annotazioni.

Uno: Cameron sa come si filma la musica, e lescia ai brani la loro integralità, senza interromperli, spezzettarli o altre pratiche oscene solitamente utilizzate da registi che pensano di essere fighi.

Due: questo è un film co-firmato dal regista americano e da Billie Eilish. Attenzione a non considerarlo un dato meramente contrattuale: l’artista, pur giovanissima, è l’artefice del suo live show fin nei minimi dettagli ed è cameraman di alcune scene, come detto, dunque va considerata co-autrice dell’intera operazione.

Tre: vedere il film in una sala strapiena di giovani che a un certo punto non ce la fanno più a stare fermi e vanno sotto lo schermo a cantare e ballare, continunando a inforcare gli occhiali 3D, innesscando un corto circuito tecnico/linguistico quando riprendono con i loro smartphone il pubblico dentro al film a sua volta col cellulare in mano… ebbene è impagabile.

Billie Eilish – Hit Me Hard And Soft: The Tour è dunque il film con cui Cameron chiarisce ancora una volta il suo progetto contemporaneo: dimostrare che tra immagini di sintesi (Avatar) e tecnologia estrema applicata al live action (in tutti i sensi, qui) non c’è differenza, l’idea è sempre che il cinema sia l’unica macchina possibile per entrare al cuore delle cose, per credere nel grande spettacolo collettivo e per reinventare di volta in volta lo spazio di manovra immaginario della Settima Arte.

P.S. vedere a casa propria questo film, senza stare in sala tutti insieme, sarà un’esperienza attutita e deludente. Sì, il cinema di Cameron trionfa su grande schermo. Punto.

IL MONDO IN UNA STANZA E ALTRE SFIDE

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi.

PACIFICTION

Pensate ad Avatar se fosse girato da Lav Diaz. Se vi è difficile da immaginare, ci pensa Albert Serra ad estrarre un prodigio dell’assurdo: il post-colonialismo, la difesa dei nativi, la Polinesia incantata, lo sfruttamento delle risorse, il capitalismo predatorio sono anche qui temi principali, annegati però in un clima arty, umido e ubriaco, nel quale si aggira un Alto Commissario che – tra uno stordimento e l’altro – cerca di tenere insieme tutte le esigenze in gioco. Nel contesto di una paranoia nucleare fatta di piccoli spionaggi impalpabili, segnato da un continuo richiamo all’impossibilità di vedere (chiaro), Pacifiction è un viaggio fatto di stasi, un errare irresistibile e seduttivo, una danza sul mondo di oggi raccontato da un punto di osservazione potente, (in)corrotto, come le onde che – con flagranza straubiana – vengono mostrate con la mdp a fianco della cresta.

FAST X

Tra i lamenti di chi forse non ricorda che razza di disastro erano i capitoli 8 e 9, esce questo decimo, ben consapevole di che cosa bisogna fare a questo punto: ridurre al minimo (ma mai abbastanza) i pipponi su Dio e famiglia o una trama di un qualche senso, e sparare a mille la musica della distruzione totale, lasciando allo spettatore pochissimo tempo per formulare qualcosa di più di una reazione epidermica. Sempre più globale come il suo cast, Fast X fa polpette della politica internazionale e le serve, fritte e unte, dentro un panino di spettacolo meravigliosamente decerebrato, dove tutti gli attori sono cani e le uniche brave – Charlize Theron e Michelle Rodriguez – appena si vedono si massacrano di botte in un badass catfight. Inutile rimpiangere i primi episodi: meglio così, cafoni fino in fondo (come ha capito un Jason Momoa psycho queer), che restare a metà del guado.

THE FIRST SLAM DUNK

Esito finale di un processo culturale pop lungo anni, che attraversa fumetto e animazione, il film scritto e diretto da Takehiko Inoue ha frantumato il botteghino giapponese ed è arrivato in Italia forte di un rispetto guadagnato in partenza. Il racconto ruota su una sola partita di basket, inframezzata da flashback dedicati a una storia famigliare mélo (la cosa francamente più indigesta). Snervante per chi non ama questa grafica e questo tratto, ma incredibilmente coinvolgente per chi entra nella dilatazione temporale e psicologica del narrato, The First Slam Dunk vanta anche una credibilità nella rappresentazione cestistica e nei movimenti dei giocatori davvero sorprendente.

THE MOTHER

Abbiamo già insistito più volte sul fatto che gli action Netflix puntino a una semplificazione narrativa per pubblici vasti (190 Paesi!) e che la routinarietà action non ne sia limite, ma fine ultimo. A tal punto che basta la personalità di una come Jennifer Lopez per infondere un po’ di calore a una storia che verrebbe applaudita solo se ideata da uno studente di quinta elementare in un momento di noia durante la merenda pomeridiana. Narcos, guerra e survival si mescolano senza grandi disastri, a patto di essere comprensivi verso il conto in banca da rimpinguare di Joseph Fiennes e soprattutto di Gael Garcia Bernal. Dirige Niki Caro, un tempo più ambiziosa, ora shooter spersonalizzata di film eterodiretti con qualche spruzzata di paesaggi naturali.

SANCTUARY

Una stanza di hotel, due personaggi, 90 minuti. Si tratta di dominatrice e schiavo, ma anche di un gioco di maschere che copre via via: famiglia, potere, sesso, denaro, America. Con una teoria di base vecchia come Marx: il capitalismo regola i rapporti di forza, coinvolge i corpi e si incarna nel sentimento borghese. C’è un’aria da indie movie di quelli senza troppo cinema dentro, purtroppo. Fortunatamente, c’è Margaret Qualley che, sfruttando il personaggio più carismatico dei due, porta il compito fino in fondo appropriandosi della scena, in tutti i sensi. Da decidere se dopo l’ora e mezza ne esca normalizzata o vincente. A partire da questo sospetto si gioca anche la valutazione del film.

STILL

Invece che da Michael J. Fox partiamo da Davis Guggenheim, il regista del doc di Apple+ TV. Noto come autore embedded (come dimostrano i film su Obama e Gates), sembra impossibilitato a uno sguardo critico, distanziato, autonomo. Riprendendo Fox e la sua malattia, finge di porgli domande scomode ma si limita a celebrarne forza, personalità, famiglia. Del resto, è anche comprensibile. Il peggio, però, viene dall’uso del materiale: al tempo stesso quantitativamente scarso e giocosamente manipolatorio, sembra escludere sia la biografia cronologica sia la destrutturazione creativa di una carriera. Per fortuna rimane Michael, umanissimo baby face invecchiato nella malattia; e rimangono alcune strepitose sequenze di sitcom (quasi estreme) in cui il Parkinson era già visibile ma nessuno lo sapeva, stando davanti al piccolo schermo. Titolo intelligente, che prometteva meglio (con tutto il rispetto, ovviamente).

ALIEN/S

Tornano in sala i primi due capitoli – i più importanti – della saga xenomorfa. Che cosa si può dire in 5 righe di due capolavori? Forse che è molto interessante rivederli uno dietro l’altro, perché dimostrano l’elasticità della fantascienza: Ridley Scott gira un horror gotico, James Cameron in film di guerra stile Vietnam, ed entrambi riplasmano il genere senza negarlo. Punto di contatto, di ebollizione, di continuità battagliera è ovviamente Ripley, cui Sigourney Weaver ha saputo donare – con la sua spigolosa bellezza e il suo talento ansioso – un archetipo indimenticabile di donna epica. Il resto, e sia per una volta detto con cognizione di causa, è storia.