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Tag: Jumpers

DENTRO LA MATERIA DEL MONDO

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi.

IL TESTAMENTO DI ANN LEE

Mona Fastvold racconta la parabola di una giovane operaia di Manchester che, dopo lutti e gravidanze spezzate, entra nel gruppo dei mistici chiamati Shakers e ne diventa guida carismatica. È un biopic che si traveste da musical: i canti e i corpi contraddicono la sessuofobia della fondatrice, in fondo dando ragione all’idea che nel musical i numeri sostituiscano il rapporto sessuale (qui tra orgia e rave). Amanda Seyfried incarna una santità inquieta, insieme politica e visionaria, capace di accendere fedeli e oppositori. Anche Fastvold (e Corbet) sembrano un po’ fanatici, col loro cinema ossessivo, pieno di metafore ebraiche, sulll’idea di utopia negata e in fondo autodistrutta per la sua stessa origine impossibile (Israele?). E quest’America puritana e maniacale ricostruita in Ungheria è già di per sé un’idea di cinema mentale, anti-spettacolare e vitale.

ARCO

In Arco Ugo Bienvenu costruisce una favola di fantascienza luminosa: un bambino del futuro, durante un volo di prova con una tuta-arcobaleno, precipita per errore nel 2075 (a lui anteriore).
La narrazione procede per tappe nette (nascondiglio, inseguimenti, alleanze improvvisate), con l’idea semplice e forte di un’amicizia come dispositivo di salvataggio. Sul fondo, la Terra è un pianeta ferito e l’utopia “sospesa” del domani diventa domanda politica: chi si salva, e a quale prezzo. L’animazione ha un tratto morbido, da romanzo grafico in movimento, debitore di tanto disegno europeo, ed è capace di trasformare la tecnologia in immaginazione. A sua volta la storia di fantascienza, anche solo come idee futuribili, è davvero riuscita, con un finale commovente.

JUMPERS

Jumpers prosegue la linea dei titoli laterali Pixar, lineari e con poche diramazioni narrative (in attesa dei sequel delle saghe maggiori). Daniel Chong inventa un body-swap curioso (cervello umano, corpo robotico, comunità animale) e lo incanala in una parabola ecologista molto chiara.
Il castoro-robot funziona, ma i temi etologici/antropologici ricordano Il robot selvaggio, con meno spessore e meno rischio. Nel “salto” avrebbe potuto esplodere una meraviglia più libera; invece resta come trattenuta, pur con qualche guizzo (anche miyazakiano) sul mutare degli animali.

THE KEEPER

Oz Perkins prende un cliché da weekend romantico (coppia in baita per l’anniversario) e lo restringe fino a farlo diventare una wunderkammer delle paure. Lui esce di scena quasi subito, lei resta sola con la casa: stanze, scricchiolii, oggetti, visioni incerte. Siamo decisamente più vicini a Images di Altman che a Cabin Fever. E Oz Perkins, cui bisogna riconoscere una certa capacità di costruire sempre immagini horror originali e potenti, gioca con l’informale fino a farlo diventare cifra dell’intero film. Basta la sensazione che la casa sappia già tutto di te a mettere i brividi. Poi è vero che la storia è abbastanza confusa e contraddittoria, ma si perdona volentieri.

UNDER SALT MARSH

Dopo anni di scorribande americane nei ranch narrativi di Taylor Sheridan, la straordinaria Kelly Reilly torna alla sua Gran Bretagna per una miniserie crime piccola e fangosa. Tutta ambientata in una cittadina gallese minacciata dalle acque in procinto di sommergerla, racconta di terribili infanticidi e di oscure trame nascoste. Funziona lo stato d’assedio in un luogo inospitale battuto dal vento e dalle intemperie. Magari un po’ lenta e comatosa – come spesso accade nella serialità contemporanea – la serie conferma però un certo stato di salute della produzione inglese noir. E gli attori (citiamo anche Rafe Spall e Jonathan Pryce) aiutano non poco.

BÉLA TARR

Tornano in sala. grazie a Movies Inspired, alcuni capolavori restaurati di Béla Tarr. La rassegna include quattro titoli importanti come Perdizione (1988), Satantango (1994), Le armonie di Werckmeister (2000), Il cavallo di Torino (2011). Bene vederli su grande schermo, visto che Tarr “logora” il tempo spettatoriale finché diventa materia, fango, vento, biologia. Non c’è trama che basti: c’è un’idea di destino sociale, di miseria metafisica, di potere che scorre tra corpi stanchi e paesaggi senza promessa. Senza dimenticare l’umorismo nero che affiora in questo autore troppo facilmente rubricato nel cinema contemplativo e arthouse senza ragionare sugli aspetti più ampiamente filosofici (a parte ovviamente chi lo ha studiato accademicamente a fondo).
Rivederli insieme significa affrontare a viso aperto (e dolorosamente) un cinema semplice e crudele.