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Tag: Laura Samani

TENTATIVI DI (R)ESISTERE

È L’ULTIMA BATTUTA?

In passato parlammo della “generosità” di Bradley Cooper come autore, persino in film un po’ dispari come Maestro. Ed ecco la conferma. Qui, al suo miglior esito, il regista e attore nasconde un feelgood movie (ce ne sono di belli e di brutti, per questi ultimi si veda Coda) dentro un (ri)matrimonio in difficoltà e una carriera di stand up amatoriale che serve come terapia. Giocando su due performance eccezionali di Will Arnett e Laura Dern, Cooper mescola al meglio certe commedie isteriche anni Settanta, un disincanto tenero anni Novanta e tutta l’incertezza esistenziale di oggi. Trovando una dimensione verbale brillantissima sorretta da una regia sensibile, umanista e corporea (la colazione cantata allo chalet vale il film).

MR NOBODY AGAINST PUTIN

Il documentario di David Borenstein suscita – come spesso accade di fronte a rappresentazioni discutibili di persone coraggiose e ad imprese cinematografiche dove si rischia la vita – sentimenti contrastanti. Da un lato, infatti, lo stile catchy del racconto (e del montaggio) e la vena pedagogica nella denuncia della propaganda non lo collocano nel novero dei doc contemporanei che “fanno anche cinema”. Dall’altro, è inevitabile rimanere turbati dalla cronaca di un insider che narra in diretta la militarizzazione delle scuole russe. Nei suoi momenti più liberi, il film diventa una galleria di ritratti letterari di persone qualunque, gogoliane, trasformate in agenti di propaganda locale.

UN ANNO DI SCUOLA

2007. Una diciassettenne svedese arriva a Trieste e finisce nell’ultimo anno di un ITIS tutto maschile: fa amicizia con quattro ragazzi, che ne escono terremotati ma cresciuti.
Samani intuisce che è necessario attualizzare il romanzo di Giani Stuparich mantenendo però una forma di “passato”: gli anni Duemila pre-social newtork, una specie di archeologia contemporanea. Si tratta di un racconto lucido sul maschile come confine in mezzo ai confini geografici e sulla libertà come prezzo che si paga quasi fosse un pedaggio anagrafico. Evitando tutti gli snodi del film-formazione stereotipato, l’autrice riesce in un esperimento curioso, poliglotta, libero e aggraziato.

SCIATUNOSTRO

Benvenuta alla nuova distribuzione PostMov, legata alla nota sala d’essai perugina Postmodernissimo, che esordisce con un piccolo e intenso racconto di amicizia pre-adolescenziale. Le “estati di…” sono diventate un classico del cinema europeo, ma bisogna dire che la fotogenia dell’isola di Linosa e l’insularità fisica restituita dall’autore Leandro Picarella allontanano la sensazione di déjà vu. Inoltre, grazie al found footage e alle immagini amatoriali di un personaggio che raccoglie la dimensione più documentaria del racconto, emergono struggenti momenti di autenticità, in cui la memoria locale diventa collettiva e viceversa. Si conferma l’esistenza di un piccolo e vivissimo cinema italiano, cui bisognerebbe cucire un sistema sensato intorno.

URCHIN

Esordio alla regia Harris Dickinson nel segno del cinema sociale britannico, che l’attore/autore pare conoscere bene. In Mike, ex detenuto e tossicodipendente, sospeso tra lavori occasionali, servizi sociali e ricadute varie, ritroviamo parecchi padri putativi, da Loach a Leigh a risalire fino al free cinema. In effetti si parte dal realismo più ruvido e si va poi verso deviazioni oniriche. Dickinson evita vittimismo e paternalismo, e – se si sente l’opera prima – è spesso per i motivi migliori, ovvero per la scarsa esperienza nel capitalizzare soluzioni più ruffiane. Non è che Urchin lasci intravedere chissà quale autore ma almeno nella sua Inghilterra ci sono facce e ambienti credibili.

UN SACCO BELLO

Mentre Verdone è alle prese con una fase di gestione faticosa del presente crepuscolare, i suoi tipi degli anni Settanta/Ottanta rimangono intatti. Probabilmente, rivisto oggi, Un sacco bello apparirà più archeologico del previsto, ma racconta benissimo la fase di passaggio estetica e narrativa tra la commedia all’italiana precedente e le forme un po’ naïf dei nuovi comici, dai Giancattivi a Troisi. Il passaggio linguistico dagli sketch televisivi, in cui Verdone dava il meglio, al film a episodi è indispensabile per la moltiplicazione delle performance. I bulli, gli ingenui, gli alternativi, i preti, le mamme, le donne e gli uomini pieni di incertezze e malinconie non sono poi così lontani dal mondo attuale, come del resto quell’Italia così sola, così vuota, così abbandonata.



DAL PIANETA DEL CINEMA E DEGLI AUTORI

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi.

PICCOLO CORPO

Piccolo corpo - Cinematografo

Si sta evidentemente producendo un cinema italiano della “Storia minore”, che scava nel passato dei territori e delle comunità trovando contemporaneamente strumenti estetici autoriali di forte interesse. Certo, il contesto è quello del “cinema da festival” e dei pubblici di nicchia, ma film come Piccolo corpo, Re Granchio, Menocchio e altri hanno forza espressiva da vendere e capacità di sfruttare appieno la ricchezza linguistica e antropologica del nostro Paese. Toccando il tema sensibile della maternità, e mettendolo a confronto con un mondo sospeso di superstizioni fantastiche, Laura Samani costruisce anche un percorso sui generis e sui generi (anche sessuali) sfruttando sane ambiguità formali e narrative. Il tema delle forze naturali e della materialità si impone su tutto il resto, anche a livello compositivo, cosicché i temi e le allegorie arrivino solo dopo l’autenticità espressiva del film – un percorso poetico, questo, che non pare molto chiaro a un’altra fetta di cinema italiano dove nascono prima i messaggi e poi le domande su come rappresentarli. Piccolo corpo ama scorrere vicino al confine, tra abisso e caverna, e ci riesce benissimo.

DAL PIANETA DEGLI UMANI

Dal pianeta degli umani - Film (2021) - MYmovies.it

Possiamo ben dire che ormai Giovanni Cioni è una certezza. Il suo cinema si è guadagnato il rispetto di tutti grazie e quel rigore misto a spericolatezza, a quell’attenzione che non esclude un po’ di anarchia, tali da farsi amare nel tempo. In questo progetto quasi indefinibile (documentario, found footage, fanta-reportage, home movie di un alieno….), Cioni si occupa della frontiera Ventimiglia-Mentone e va alla ricerca della tratta dei migranti, accorgendosi però che essi sono come inghiottiti dall’invisibilità imposta dal confine e dalla morte. Ma il film devia, e si trasforma nel racconto di un medico visionario del luogo, Voronoff, realmente esistito e per un certo periodo amato dalla bella società, autore di esperimenti a metà tra il frankensteiniano e l’eugenetica. I temi si intrecciano sempre di più, e l’indagine si allarga a cerchi concentrici abbracciando diverse forme di audiovisivo e ampie aree del pensiero: dalla storia della scienza alla filosofia, dalla biopolitica alla cinefilia, in un vortice di ispirazioni sempre più eccitante. E alla fine è come se fosse proprio il cinema nella sua funzione di medium che risorge da se stesso a fungere da elemento catalizzatore di tante vite, vicende, memorie disperse nelle zone d’ombra della Storia.

AFTER LOVE

After Love": scontro di civiltà tra Dover e Calais che ha sorpreso Cannes e  il pubblico inglese - L'Espresso

Il ricco sotto-filone dei segreti matrimoniali scoperti solo dopo la morte del coniuge si arricchisce di questo esordio dell’ anglo-pakistano Aleem Khan, pluri-candidato ai Bafta Awards. La storia, molto semplice, di una vedova inglese convertita all’Islam e della sua ricerca della “seconda famiglia” dell’insospettabile marito, viene condotta attraverso il massimo pudore possibile. La strategia di sceneggiatura per la quale, con feroce annotazione sociale, la protagonista viene scambiata per una sorta di collaboratrice domestica, permette alle due vedove di confrontarsi senza che una delle due sappia dell’altra. L’osservazione di classe, e una qualche annotazione sui corpi e sull’erotismo di autenticità non banale, fanno sì che After Love eviti le trappole del sentimentalismo, almeno fino a un certo punto del racconto. Certo, gira un po’ aria di “cinema d’essai standard” e la regia sembra più preoccupata di non esagerare che di costruire un mondo complesso, tuttavia ogni cinismo sarebbe ingeneroso. Interessante notare che film come questo – a differenza di un certo tipo di cinema medio all’americana – non sarebbero molto appetibili per un mercato di streaming diretto, avendo il loro “acquario antropologico” proprio nel consumo delle sale di qualità.

IL DISCORSO PERFETTO

Il discorso perfetto: recensione del film - Cinematographe.it

Ottimo esempio di commedia che si dota di una struttura intrigante. Laurent Tirard imposta diversi piani temporali che partono come vettori da una apparentemente infinita cena di famiglia, in cui l’indolente protagonista intreccia flashback e flashforward (taluni per di più ingannevoli) legati alla propria vita sentimentale. Il tutto ambientato in uno “spazio bianco” tra un sms e la sua mancata risposta, mandato dall’uomo alla sua ex. Non bastasse, Tirard utilizza massicciamente ogni tipo di astrazione, a cominciare dall’interpellazione allo spettatore – che di solito, quando se ne abusa, fa cadere le ginocchia. E, bisogna ammetterlo, Il discorso perfetto è in grado di irritare, o persino di far perdere il lume della ragione ai cinefili più esigenti in cerca del cinema-cinema e non di una commedia francese vagamente alleniana e decisamente maschio-centrica. Ma in queste righe, sebbene ispirate alla cinefilia, prevale l’interesse verso la costruzione dei film, verso la teoria sottostante, e perché no verso la dimensione comparatistica (commedia italiana, batti un colpo: Genovese e Genovesi, pur diversi, chiamati direttamente in causa).

I CIELI DI ALICE

La recensione di I cieli di Alice | Cineforum

Esordio al lungometraggio di una regista star del corto, Chloé Mazlo. E il suo primo film sembra proprio introiettare sistematicamente nella narrazione la dimensione – anche spaziale – del cinema breve. Non solo perché ci sono tecniche miste, con la stop motion ad arricchire in certi momenti la ripresa tradizionale, ma anche perché azioni, avvenimenti e vicende assumono l’aspetto di tante piccole miniature, attraversate “a striscia” da un’Alba Rohrwacher che si spoglia di alcune isterie da cinema italiano per approdare a una più sottile figura di extraterrestre fragile. La storia è al tempo stesso surreale e intima: negli anni Cinquanta una ragazza svizzera si catapulta in Libano dove si innamora di un astrofisico. Le connessioni bizzarre sono pane quotidiano del cinema d’autore internazionale, e qui Mazlo non se ne fa mancare nessuna: guerra civile e conquista dello spazio, genere romantico e animazione, apologo storico e capricci stilistici. Di notevole c’è che I cieli di Alice approda a un’estetica: di quanti registi esordienti possiamo dire lo stesso? Bene comunque ha fatto I Wonder a optare per una distribuzione mista sala/streaming: il percorso di questo film sarà lungo e rarefatto.

GIULIA

Giulia | Pointblank

Terzo film di Ciro de Caro, sceneggiato e interpretato dalla stessa persona, Rosa Palasciano, che funge da baricentro assoluto del film e lo incarna in tutto e per tutto. Raccontando un’estate di fragilità, incertezza a precarietà (lavorativa e sentimentale) de Caro e Palasciano delegano tutto ai percorsi erratici della protagonista, al suo anticonformismo e al suo senso di malcelata delusione rispetto agli essere umani – immaturi e superficiali – che intercetta. Nulla di particolarmente nuovo, ma almeno dopo i tanti Peter Pan maschili del recente cinema italiano (spesso narcisisti e insopportabili), una figura di giovane donna autonoma e imprevedibile. Il film è ambientato – anche qui finalmente – in epoca Covid e ne introietta alcuni aspetti (mascherine e comportamenti di distanziazione) che permettono anche una contestualizzazione storica che sottrae ulteriore solidità all’Italia strampalata e vacua che Giulia attraversa. Minimalista, con qualche eco post-morettiano da anni Ottanta, ma tutto sommato atipico.