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Tag: Louis Leterrier

CINE-MINACCE E CAPITALISMO IN SERIE

HOKUM

Passo falso nel percorso di crescita di Damian McCarthy nel cinema horror europeo. Il regista irlandese imbastisce un trito percorso di riconoscimento di sé e mescola in piccole porzioni folk horror, formula stranger-in-town, e persino meta-letteratura in salsa kinghiana senza mai decidere quale strada prendere. In assenza di invenzioni iconografiche potenti (quando appare la strega, sembra un vecchietto bisognoso di carità), in una confusione completa di “regole” (fantasmi che ora hanno poteri illimitati, ora seguono regole architettoniche tra diversi piani dell’albergo), Hokum non funziona nemmeno se si cerca di guardare la Luna invece del dito. Unico punto a favore (sempre che sia volontario): un protagonista talmente odioso – interpretato dall’ottimo Adam Scott – da farti desiderare che soccomba al più presto.

THE LAST HOUSE

Anche le piattaforme hanno i loro film estivi. Anzi, vista la compresenza di Nolan e Spdier-Man in sala, manca forse oggi il prodotto agostano “horror-con-bibita” da grande schermo. Ci pensa Netflix, pur coinvolgendo due attori di serie A da cinema d’autore (Moura e Lee, spaesati). Da Louis Leterrier non è che si possa pretendere gran che, ma speravamo in un vulgar auterism più smaccato. La storia, in verità, intriga: un attacco misterioso, soprannaturale, forse alieno, che chiude bunuelianamente e misteriosamente tutti in casa senza possibilità di uscita. Metafore del Covid fuori tempo massimo, ma anche un curioso survival domestico (ovvero la lotta contro la natura selvaggia ribaltata in resistenza barricata). Troppo poco per sopperire a una scrittura raffazzonata e alla banalità del messaggio ecologico.

THE SECOND ACT – BUONA LA PRIMA

La piattaforma IWonderfull ci regala un altro inedito del quasi infallibile Quentin Dupieux, un regista che continua a fare cinema sovversivo in forma demenziale e al contempo a mostrare alternative produttive al cinema d’autore classico transalpino. Qui riunisce un cast straordinario (Garrel, Lindon, Seydoux) per una “pirandellata” comica in epoca di AI, immaginando un film inscatolato in un altro film gestito da un algoritmo (qualcuno ricorda Il grande capo di von Trier?). In verità, The Second Act è girato in pochi giorni, con un paio di dialoghi fluviali in piano sequenza e una scena centrale al ristorante che si candida a macro-gag dell’anno. Come sempre in Dupieux, non sai perché stai ridendo fino alle lacrime finché alla fine ti accorgi che era tutta una tragedia umana.

CAPE FEAR

A parte il piacere di riascoltare per la terza volta il tenebroso tema di Bernard Hermann (dopo le versioni cinematografiche omonime di Thompson e Scorsese), si fa fatica a salvare molto della versione seriale ideata da Nick Antosca. L’idea è quella di un’espansione narrativa ampia e potente, che estremizzi la critica sociale ai nuclei perbenisti dell’America wasp, ricca e bianca. Ma il racconto è un boomerang, e la follia omicida portata da Max Cady, assumendo i caratteri ispanici di Javier Bardem, ha tutta l’aria di una minaccia vagamente trumpiana proveniente da un sud del mondo, capace di sedurre e rubare gli affetti di sangue. Il resto è stilisticamente molto acceso (gioco di formati, piani inclinati, mdp acrobatica) in nome del buon vecchio guilty pleadure.

HOUSE OF THE DRAGON 3

Scatto di reni per il prequel del Trono di spade. La terza stagione ritrova finalmente lo spirito della serie originaria, grazie a un potente meccanismo di intrighi politici e di lotte epiche tra pretendenti al regno (la famosa formula del “fantasy per chi non ama il fantasy”). Funzionano soprattutto le analogie con le guerre internaizonali di oggi e fa veramente impressione notare paralleli tra le strategie romanzesche (embargo, terrorismo, draghi come droni, alleanze strategiche, organizzazioni sovranazionali, crimini di guerra, ecc.) e la situazione che stiamo drammaticamente vivendo oggi – in fondo, non meno che nell’Odissea di Nolan. Nulla, appunto, che non facesse anche Game of Thrones ma con una qualità e una forza espressiva innegabili – cui va aggiunta una riflessione “bio-politica” sulla leadership femminile da non sottovalutare.

THE BEAR 5

Si conclude con una “stagione-scorciatoia” la lunga avventura di questa tempestiva serie sugli chef e sul mondo contemporaneo del lavoro. Schiacciato praticamente su una singola giornata di lavoro (per quanto apocalittica), l’ultimo The Bear esplicita tutte le qualità e i limiti del progetto seriale. Da una parte si confermano empatia e scrittura raffinata multi-etnica e multi-famigliare che ne hanno decretato il successo (unite a un cast in gran forma), dall’altra si ingigantisce la sensazione di un cane che si morde la coda dal punto di vista dei temi. I personaggi continuano a soffrire la professione capitalistica travestita da ricerca sul cibo, mentre non fanno altro che confermare di volerci vivere dentro, perché in fondo un paio di stelle Michelin occultano un meccanismo perverso che il montaggio frenetico e la bellezza scintillante del piatto fingono di esaltare. Sarebbe stato bello che la distanza e lo straniamento rispetto a questa euforia delle merci fossero stati trattati senza soccombervi.

IL MONDO IN UNA STANZA E ALTRE SFIDE

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi.

PACIFICTION

Pensate ad Avatar se fosse girato da Lav Diaz. Se vi è difficile da immaginare, ci pensa Albert Serra ad estrarre un prodigio dell’assurdo: il post-colonialismo, la difesa dei nativi, la Polinesia incantata, lo sfruttamento delle risorse, il capitalismo predatorio sono anche qui temi principali, annegati però in un clima arty, umido e ubriaco, nel quale si aggira un Alto Commissario che – tra uno stordimento e l’altro – cerca di tenere insieme tutte le esigenze in gioco. Nel contesto di una paranoia nucleare fatta di piccoli spionaggi impalpabili, segnato da un continuo richiamo all’impossibilità di vedere (chiaro), Pacifiction è un viaggio fatto di stasi, un errare irresistibile e seduttivo, una danza sul mondo di oggi raccontato da un punto di osservazione potente, (in)corrotto, come le onde che – con flagranza straubiana – vengono mostrate con la mdp a fianco della cresta.

FAST X

Tra i lamenti di chi forse non ricorda che razza di disastro erano i capitoli 8 e 9, esce questo decimo, ben consapevole di che cosa bisogna fare a questo punto: ridurre al minimo (ma mai abbastanza) i pipponi su Dio e famiglia o una trama di un qualche senso, e sparare a mille la musica della distruzione totale, lasciando allo spettatore pochissimo tempo per formulare qualcosa di più di una reazione epidermica. Sempre più globale come il suo cast, Fast X fa polpette della politica internazionale e le serve, fritte e unte, dentro un panino di spettacolo meravigliosamente decerebrato, dove tutti gli attori sono cani e le uniche brave – Charlize Theron e Michelle Rodriguez – appena si vedono si massacrano di botte in un badass catfight. Inutile rimpiangere i primi episodi: meglio così, cafoni fino in fondo (come ha capito un Jason Momoa psycho queer), che restare a metà del guado.

THE FIRST SLAM DUNK

Esito finale di un processo culturale pop lungo anni, che attraversa fumetto e animazione, il film scritto e diretto da Takehiko Inoue ha frantumato il botteghino giapponese ed è arrivato in Italia forte di un rispetto guadagnato in partenza. Il racconto ruota su una sola partita di basket, inframezzata da flashback dedicati a una storia famigliare mélo (la cosa francamente più indigesta). Snervante per chi non ama questa grafica e questo tratto, ma incredibilmente coinvolgente per chi entra nella dilatazione temporale e psicologica del narrato, The First Slam Dunk vanta anche una credibilità nella rappresentazione cestistica e nei movimenti dei giocatori davvero sorprendente.

THE MOTHER

Abbiamo già insistito più volte sul fatto che gli action Netflix puntino a una semplificazione narrativa per pubblici vasti (190 Paesi!) e che la routinarietà action non ne sia limite, ma fine ultimo. A tal punto che basta la personalità di una come Jennifer Lopez per infondere un po’ di calore a una storia che verrebbe applaudita solo se ideata da uno studente di quinta elementare in un momento di noia durante la merenda pomeridiana. Narcos, guerra e survival si mescolano senza grandi disastri, a patto di essere comprensivi verso il conto in banca da rimpinguare di Joseph Fiennes e soprattutto di Gael Garcia Bernal. Dirige Niki Caro, un tempo più ambiziosa, ora shooter spersonalizzata di film eterodiretti con qualche spruzzata di paesaggi naturali.

SANCTUARY

Una stanza di hotel, due personaggi, 90 minuti. Si tratta di dominatrice e schiavo, ma anche di un gioco di maschere che copre via via: famiglia, potere, sesso, denaro, America. Con una teoria di base vecchia come Marx: il capitalismo regola i rapporti di forza, coinvolge i corpi e si incarna nel sentimento borghese. C’è un’aria da indie movie di quelli senza troppo cinema dentro, purtroppo. Fortunatamente, c’è Margaret Qualley che, sfruttando il personaggio più carismatico dei due, porta il compito fino in fondo appropriandosi della scena, in tutti i sensi. Da decidere se dopo l’ora e mezza ne esca normalizzata o vincente. A partire da questo sospetto si gioca anche la valutazione del film.

STILL

Invece che da Michael J. Fox partiamo da Davis Guggenheim, il regista del doc di Apple+ TV. Noto come autore embedded (come dimostrano i film su Obama e Gates), sembra impossibilitato a uno sguardo critico, distanziato, autonomo. Riprendendo Fox e la sua malattia, finge di porgli domande scomode ma si limita a celebrarne forza, personalità, famiglia. Del resto, è anche comprensibile. Il peggio, però, viene dall’uso del materiale: al tempo stesso quantitativamente scarso e giocosamente manipolatorio, sembra escludere sia la biografia cronologica sia la destrutturazione creativa di una carriera. Per fortuna rimane Michael, umanissimo baby face invecchiato nella malattia; e rimangono alcune strepitose sequenze di sitcom (quasi estreme) in cui il Parkinson era già visibile ma nessuno lo sapeva, stando davanti al piccolo schermo. Titolo intelligente, che prometteva meglio (con tutto il rispetto, ovviamente).

ALIEN/S

Tornano in sala i primi due capitoli – i più importanti – della saga xenomorfa. Che cosa si può dire in 5 righe di due capolavori? Forse che è molto interessante rivederli uno dietro l’altro, perché dimostrano l’elasticità della fantascienza: Ridley Scott gira un horror gotico, James Cameron in film di guerra stile Vietnam, ed entrambi riplasmano il genere senza negarlo. Punto di contatto, di ebollizione, di continuità battagliera è ovviamente Ripley, cui Sigourney Weaver ha saputo donare – con la sua spigolosa bellezza e il suo talento ansioso – un archetipo indimenticabile di donna epica. Il resto, e sia per una volta detto con cognizione di causa, è storia.