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Tag: Michael Sarnoski

MITI RIVISITATI E ANGELI CADUTI

ROBIN HOOD – IL PREZZO DEL SANGUE

Con un clamoroso errore di scrittura alla base (il mito bugiardo di Robin Hood doveva evidentemente nascere a fine narrazione, non all’inizio), Michael Sarnoski – autore che abbiamo apprezzato di più in A Quiet Place – Giorno 1 – spreca alcune delle potenzialità ben presenti nella sua versione sul bandito di Sherwood. Limitando l’azione cruenta al primo atto, imbastisce – nei successivi due – una lunga quanto dilatata espiazione, che rimanda nemmeno troppo di nascosto a Logan (Hugh Jackman è uno degli attori più “intertestuali” che esistano). Si tratta di uno di quei film che escono con dignità da una serie di confronti d’immaginario di cui tuttavia non riescono a pareggiare la forza e la potenza.

LA FINE DI OAK STREET

Quarto titolo di una carriera lentissima, questo di David Robert Mitchell rischia di confermare il sospetto che si sia trattato di un autore da un solo squillo (It Follows). Curiosamente simile al simultaneo The Last House (si vede che è il momento delle famigliole di quartiere assediate da orrori fantasy), la scorribanda dinosaurica dentro Oak Street rappresenta un irritante ibrido di tendenze contemporanee. Quello più rovinoso è il côté nostalgico (lo spielberghismo sta diventando più nocivo del tarantinismo di fine anni Novanta). E anche gli spunti più originali – dall’inettitudine del protagonista maschile alla mescolanza di family e horror quasi alla Joe Dante – si negano e contraddicono uno dopo l’altro, come quando il treno arriva in stazione e cambia di continuo i binari facendoci traballare. I più ben disposti lo hanno trovato divertente per questo, noi molto meno.

A USEFUL GHOST

Disponibile su MUBI, il Grand Prix della Semaine de la Critique a Cannes 2025 è una bella sorpresa. L’idea di una donna morta per l’inquinamento che torna dal marito sotto forma di aspirapolvere è di per sé splendidamente surreale (specie se rappresentata come una sorta di pop art domestica). Ma anche il fatto che da melodramma coniugale e commedia assurda si giunga ad allegoria politica (tutt’altro che ingenua) funziona benissimo. Ratchapoom Boonbunchachoke parte dalla tradizione thailandese e crea una riflessione audiovisiva sulla polvere come segno del film: ciò che i potenti vorrebbero rimuovere — corpi queer e classe operaia, in primis — continua invece a depositarsi ovunque. Insomma un esordio felicemente anomalo, che talvolta sbanda e barcolla, e chi se ne importa. Avercene, di cotanta urgenza.

BORGO

In questa estate di blockbuster mitologici e supereroistici, un piccolo grande film avrebbe meritato molto di più. La storia di Melissa, guardia carceraria, arrivata in Corsica con la famiglia, permette di scoprire un far west italo-francese dove il confine tra sorveglianza, compromessi e malavita è molto poroso. Demoustier (già ottimo autore di Lo sconosciuto del Grande Arco) parte da un fatto di cronaca e costruisce un polar morale più che un semplice thriller. Forse è scontato che il vero carcere sia fuori: l’isola, i clan, il lavoro, il bisogno di protezione. Ma l’interpretazione in levare di Hafsia Herzi, giustamente premiata ai César 2025, colma in tensione corporea quel che il racconto concede in termini di prevedibilità. Da recuperare.

CAVALLI ELETTRICI

Ecco una dimostrazione di quanto sia complicato fare il neo-mélo(drammatico). Questo inedito arrivato su piattaforma con un paio d’anni di ritardo, e interpretato dalle rising star Jacob Elordi e Daisy Edgar Jones, ambisce ad essere un fiammeggiante melodramma queer ambientato negli anni Cinquanta di un’America truffaldina ed escludente. Se le progressive scoperte della propria sessualità da parte di due solitudini intriga proprio per il contesto inedito, lo sviluppo più “patemico” del racconto si perde in così tante sfocature da rendere scivoloso persino il progressismo di partenza. Ed è curioso come, in un film dove tutto è esplicitato (corpi compresi), la reticenza sui personaggi rimanga insormontabile. Riassumendo: un’opera sensibile e incompiuta, forse più interessante nelle sue crepe che nella sua nostalgia.

GOOD FORTUNE

Altro inedito (su Prime Video). Un angelo pasticcione, Gabriel, prova a redimere un gig worker in difficoltà scambiandogli la vita con quella di un ricchissimo venture capitalist. Idea-base eccezionale. Da una parodia (evidente) di Il cielo sopra Berlino nasce una parabola morale, travestita da commedia sociale e servita come una favola comica da crisi del lavoro. Aziz Ansari ritrova i suoi temi migliori — l’imbarazzo del pesce-fuor-d’acqua, la ricerca di senso, il rapporto tra comfort e decenza — ma li trascina lontano dai tormenti etnici di Master of None per farne una riflessione durissima sul capitalismo contemporaneo. Momenti irresistibili: il rovesciamento di La vita è meravigliosa di Frank Capra, la passione per il junk food dell’angelo incarnato, i giochi meta-attoriali (e meta-recitativi) di e su Rogen e Reeves.

BOTOLE CINEFILE

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi.

HIT MAN

Clamoroso trattato sull’identità contemporanea travestito da giallo-rosa. Le botole di Richard Linklater si aprono a ogni svolta fisiognomica del protagonista, fino a farci cascare dentro anche molti avveduti cinefili. Strepitoso come si parli di filosofia nei dialoghi, ma poi si scarti in maniera evidente il bric-à-brac continentale e diventare infine un vero saggio di riflessione analitica. Vertiginoso, divertentissimo, sexy, il film vale anche come opzione meta-cinematografica, ma quel che importa è la domanda esistenziale profonda: chi sei e a quale costo sei disposto a cambiare? Occhio al finale col sacchetto in testa: si sorride ma sarebbe meglio rimanere inorriditi, a dimostrazione della splendida ambiguità dei personaggi.

A QUIET PLACE – GIORNO 1

A Quiet Place: Giorno 1, la recensione | Darkside Cinema

Sorprendente sequel ben scritto e diretto da Michael Sarnoski, che per una buona mezz’ora sembra nascondersi dentro il ben noto meccanismo fanta-horror (attacchi di alieni animaleschi e silenzio come unica salvezza), e poi vira verso una malinconica ballata sulla morte della vecchia New York e l’addio alla comunità. E sebbene si debba sospendere l’incredulità molto ma molto intensamente (l’immortale gattino che sopravvive sott’acqua), non è questo che conta. Conta il mood, espressamente jazzy. Strepitosa (la scelta di) Lupita Nyong’o, che dopo Us amplia il ventaglio della sua “alterità horror”.

SBATTI IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA

Restaurato e immediatamente re-distribuito in prima visione, il lavoro meno “personale” di Marco Bellocchio (scritto con Goffredo Fofi a partire da una bozza di Sergio Donati) è tuttora un signor film: è vero che a impressionare di più è il clima d piombo che si respira dalle strade, dalle piazze, dai volti, ma sarebbe poco generoso buttare via l’indagine sul giornalismo bieco e schifoso della destra borghese. C’è aria di Petri, ma non è certo un difetto. Poi ovviamente è anche un tassello di Gian Maria Volonté come autore, poiché modella il suo personaggio dentro una galleria di rara coerenza e in un contesto di impegno civile oggi impossibile persino da immaginare.

FEDERER – GLI ULTIMI 12 GIORNI/JIM HENSON – IDEA MAN

Mettiamo insieme due documentari da piattaforma. Entrambi mediocri. Nel primo caso dobbiamo decidere quali occhiali indossare: da studioso di trasformazioni dei media, è interessante questa produzione sul passaggio (piccola morte?) del campione dalla carriera al post-carriera; dal punto di vista artistico, invece, il risultato è di rara pigrizia, fallendo persino l’obiettivo minimo del bromance tra Roger e Rafa, assai più riuscito nella realtà che sullo schermo. Nel caso del doc di Ron Howard invece l’interessantissimo materiale di partenza funziona nella ricostruzione della carriera di Henson e del sistema televisivo e cinematografico nel quale emerge, ma poi si (dis)perde nel biografismo più “pettinato” con interviste di atroce bruttezza.

SUGAR

Beh, se siete riusciti a non sapere nulla della serie, la sorpresa che si svela a un certo punto entra negli annali della serialità contemporanea (se qualcuno afferma di averlo immaginato in anticipo deve portare le prove scritte). Difficile parlarne senza fare spoiler. Diciamo allora che l’impianto neo-noir, sebbene appesantito dalle fighetterie in regia di Fernando Meirelles, fa perno sul personaggio principale e su un Colin Farrell in grado di esprimere alle perfezione le vulnerabilità del protagonista. La quota cinefila, espressa attraverso segmenti brevissimi di vecchi classici in B/N, per fortuna non irrita e – sempre alla luce del colpo di scena – diventa davvero curiosa per come viene giocata rispetto all’immaginario del detective.