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Tag: Nia DaCosta

LINEE SOTTILI SOTTO LO SCHERMO

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi.

SIRAT

Quel famoso, sottilissimo filo tra capolavoro e nulla assoluto è il vero strapiombo su cui corre Oliver Laxe, più ancora dei camion dei raver sospesi sui crepacci. Mettiamola così: un film-performance, esperienziale, potente, talvolta traumatico che poggia su un bric-à-brac intellettualistico e spirituale di rara inconsistenza. Appare del tutto evidente che quello del galiziano è un cinema che punta al coinvolgimento fisico, che intuisce potenze visive e sensazioni audiovisive importanti, forse sconvolgenti. Dall’altra parte il tema apocalittico, l’addio all’antropocene, i copiosi riferimenti alla cultura islamica, i riferimenti a Friedkin e Miller sono davvero studenteschi. E sì, è possibile che il meglio e il peggio convivano in un solo film.

IL DONO PIÙ PREZIOSO

Cineasta prima sopravvalutato e poi sottovalutato fino all’oblio, Michel Hazanavicius ha una personalità forte e originale. Pochi avrebbero scommesso sul rilancio attraverso un cartone animato che rischiava il didascalismo da “giornata della memoria”. E invece, con il suo segno tremolante, i suoi riferimenti a una pittura semplice e materica, con la sua storia esemplare e commovente, con il suo profondo rispetto per le persone, Il dono più prezioso raggiunge il suo intento. Si segnalano almeno due scene: un bosco illuminato solo dalla luce delle sigarette dei soldati e una sparatoria fuori campo nella stamberga dei protagonisti, di fronte alla minaccia dei collaborazonisti antisemiti.

SORRY, BABY

Nessuno vuole sottovalutare l’esordio alla regia di Eva Victor. Personalità caustica e inclassificabile del contemporaneo (tra web e teatro), Victor sembra intercettare una sensibilità importante del femminismo post-woke, dove autoironia e decostruzione satirica dei sistemi binari del pensiero appaiono la cosa più vivace. Il film, che racconta un drammatico abuso in un college, troppo spesso però lavora sui cliché del cinema-Sundance, con una “traumedy” (traggo l’espressione) che gira intorno a quella cultura dello stupro che permea tanti dolorosi racconti di oggi. Un po’ Phoebe Waller-Bridge (l’alta dinoccolata indipendente), un po’ Dying for Sex (le due amiche che irridono medici e istituzioni), un po’ altre cose ricalcate – tra cui le migliori stand-up, che hanno talvolta detto più e meglio – attutiscono un’opera acerba, ma interessante.

28 ANNI DOPO – IL TEMPIO DELLE OSSA

Insomma, questa saga magnificamente (re)inventata da Alex Garland si sta rivelando più potente delle sue origini. Meno scintillante del precedente, il quarto capitolo contiene il budget, lavora sulla claustrofobia, indaga più la violenza tra uomini che la minaccia virale, con una svolta “medica” molto interessante. Nia DaCosta non fa rimpiangere gli eccessi postmodernisti di Boyle mentre la storia continua a esplorare la cultura britannica come deposito di idee, racconti, esperienze artistiche (qui la musica trionfa: indimenticabile il sabba di Ralph Fiennes su musica degli Iron Maiden). Forse troppo concentrato sulle gesta di acerbi “drughi” della post-Apocalisse, è comunque un episodio di passaggio, con sorpresa finale che rilancia per il terzo atto.

THE RIP – SOLDI SPORCHI

Ma quanto sanno essere anonimi e anodini i film internazionali di Netflix? Dopo un dicembre che avrebbe ammazzato un toro (con i mediocri Baumbach, Johnson, Berger), il 2026 si apre con uno dei polizieschi più spenti degli ultimi anni, capace di sprecare l’intero cast (Damon, Affleck, Taylor….). Senza nemmeno la scorza per essere davvero nera e dura, la vicenda di droga, refurtive, corruzioni galleggia in un atteggiamento rinunciatario e anestetizzato che mette malinconia per chi lo ha concepito e per chi lo ha imposto con queste caratteristiche. Va a fare buona compagnia a The Midnight Sky, a Wolfs, a The Gray Man, a Bird Box e altri titoli all-star delle piattaforme finiti nel cestone del dimenticatoio. Per fortuna che di tanto in tanto in streaming ci sono anche Bigelow, Soderbergh, McKay, Fincher….

IL FALSARIO

Ma quanto sanno essere anonimi e anodini i film italiani di Netflix? Sorrentino, a parte, Il divin codino, Yara, Nuovo Olimpo, L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, Il mio nome è Vendetta, Lo spietato fanno bella compagnia alla nuova fatica di Stefano Lodovichi. Si torna ai racconti ibridi tra crime e Storia, dove si intrecciano Banda della Magliana, Brigate Rosse, poteri occulti e tanto altro. Il protagonista avrebbe potuto garantire una riflessione sulla falsificazione come perenne identità italiana, ma si vola più basso: scanzonato quando dovrebbe essere umanamente serio e viceversa, Il falsario soffre di superficialità di scrittura e di attori poco credibili, a cominciare da Pietro Castellitto.

BLUE MOON

Uscito direttamente a noleggio sulle piattaforme, il nuovo Linklater è un atto unico organizzato in pochi metri quadri. Racconta la notte verbosa, alcolica, seducente e al contempo umiliante del compositore Lorenz Hart, mollato da Richard Rodgers in favore di Oscar Hammerstein, nel giorno del trionfo di Oklahoma!. Il dietro le quinte di un musical del 1943 diventa un veicolo per lo strepitoso Ethan Hawke (candidato all’Oscar) e per un one-man-show che valorizza lo script teatrale (nel senso migliore) di Robert Kaplow. Linklater sa perfettamente quando è necessario “fare bene le cose” senza mostrarsi: regia felpata, in sottrazione, a suo modo perfetta, per un film che magari gli appartiene solo in parte ma dove non rinuncia a dare il meglio. E la lunga scena Hawke/Qualley vale il noleggio.

DI MOSTRI, CREATURE E DELITTI

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi. Questa volta ci addentriamo in alcune produzioni molto oscure dello streaming di queste settimane.

FRANKENSTEIN

Il problema dei film su Frankensitein non sta nella loro numerosità (o non del tutto), e neppure nella difficoltà ad evitare l’effetto-parodia di Mel Brooks (spartiacque decisivo). Il vero limite è che le metafore innescate dal “mostro” sono ormai ovvie e risapute; trasformarle in qualcos’altro si dimostra sempre complicatissimo. Del Toro imposta un racconto attuale, dove Victor è un privilegiato che sfrutta le guerre e la carne da cannone per i suoi fini morbosi, come fosse un Musk ante litteram. Poi però la suggestione si inceppa, e la “presa di parola” della Creatura, con il punto di vista narrativo, rinuncia al politico per il patetico, cancellando involontariamente il ritratto del “fascio-scienziato”. Si salva una certa inventiva gore. Molto meno il barocco di Del Toro, depotenziato dall’estetica streaming.

IL MOSTRO

Mostri più reali, quelli (al plurale?) di Firenze. Stefano Sollima decostruisce tutte le attese (e ottiene musi lunghi più che applausi) “mostrificando” l’Italia intera. Si stava meglio nella buona vecchia nazione pre-social media e pre-populismo? Per nulla: un Paese violento, guardone, arcaico, sessuofobo, misogino, dove i comportamenti dentro quattro mura o in piazza erano solo l’anticamera di una storia orribile e maniacale. Nessun attore famoso, un “presepe” visivo che viene insanguinato ad arte, un puzzle che si compone piano piano, di punto di vista in punto di vista (in attesa di una prossima stagione). Forse con Sollima e Mezzapesa stiamo trovando il modo di reinventare a modo nostro il genere true crime.

MONSTER – LA STORIA DI ED GEIN

Complementare la scelta di Ian Brennan (e del “brand” Ryan Murphy) su un mostro altrettanto letale. Qui il serial killer archetipico viene raccontato dall’interno, senza che ci sia il minimo dubbio sulla sua identità. La morbosità anatomica giunge a livelli forse inediti per Netflix, mentre lo spettatore oscilla tra (molti) dubbi etici e ammirazione per l’affresco da incubo. Sebbene non convincano né le tesi di Ed Gein come prodotto dell’America oscurantista, né quella di Ed Gein come icona pop per un pubblico affamato di orrori (una specie di meta-discorso sullo spettatore del true crime), entrambe sono intriganti. E quel dopo-guerra USA sottratto alla caramellosa rappresentazione nostalgica per farne uscire l’anima nera, diffusissima, non è poi così frequente da vedere.

GOOD BOY

No, non è la soggettiva di un cane; è il punto di vista di un cane (attraverso un misto di semi-soggettive e oggettive, primi piani e steadicam a precedere o seguire). In ogni caso, una scelta inedita per l’horror, sempre in cerca di approcci sorprendenti al dispositivo, come la POV-mania di qualche tempo fa o la soggettiva dello spettro in Presence. Interessante, in questo film distribuito direttamente in streaming, la sfida di farci negoziare tra ciò che sappiamo dei cani e ciò che crediamo di sapere dell’animalità. Anche perché il finale, oltre a colpire, chiede di riprocessare tutto ciò che abbiamo visto. Non solo per spiegazione narrativa ma proprio perché smonta la presunzione specista del nostro sguardo.

TASK

Sarà forse esagerato fare politique des auteurs su Brad Ingelsby, ma con Omicidio a Easttown e questo Task (da lui ideati), più la sceneggiatura dell’altrettanto recente The Lost Bus, si intravede una linea ben precisa: lavoro sui generi che non rinuncia a una profonda descrizione di piccole comunità e nuclei famigliari. Qui, complice un Mark Ruffalo splendidamente appesantito e affaticato, il dato noir (omicidi che hanno stravolto i sopravvissuti, motociclisti criminali, faide e vendette) si stempera nell’umanesimo che già aleggiava nella serie con Kate Winslet – anche se qui forse manca un personaggio del suo carisma. Tanto basta, comunque, a confermare tuttora HBO come habitat naturale delle mini-serie di prestigio fatte bene.