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Tag: Olivier Assayas

PIATTAFORME DELL’IMMAGINARIO

GHOST ELEPHANTS

Non sarà l’Herzog migliore di sempre (un po’ ambiguo sulla sua presenza, su chi muove la mdp, su chi narra) ma rimane il solito pezzo di grande cinema documentario. Da una parte l’idea stessa degli elefanti fantasma, laddove la natura e il mito folclorico si saldano dentro un immaginario “anti-Dumbo”; dall’altra le continue deviazioni verso la culla dell’umanità, con i boscimani che escono dalla cultura letteraria coloniale e riconquistano il centro della scena, con la loro lingua “aliena”. Tra Angola e Pandora il passo è breve, ed è sempre questione di immagini (e da dove provengono). Ecco perché la collocazione su Disney+, che potrebbe apparire beffarda, è invece perfetta per i corto circuiti cinefili che innesca.

IN UN BATTER D’OCCHI

Ancora Disney+, con distribuzione a dir poco in sordina. Il regista Pixar Andrew Stanton, in vacanza premio live action, intreccia tre storie in tre tempi (preistoria, presente, futuro su un’astronave). In tutti i casi si deve preservare la vita e sfruttare la tecnica, sempre sostenuta dall’umanità – e dall’umanesimo. Non è un osso lanciato verso il cielo, ma poco ci manca (con più ottimismo di Kubrick, però). Il film ha l’ambizione giusta e una certa grazia “pixariana”, appunto: la rappresentazione delle emozioni passa attraverso la forza delle soluzioni, come sempre (e viceversa). Certo, quando i personaggi smettono di spiegarsi funziona molto meglio.

CRIME 101

Dopo una fantasmatico passaggio in sala, il bel noir di Bart Layton arriva su Prime Video. Storia di un ladro di diamanti “disciplinato” che lavora lungo la 101 di Los Angeles, di un detective ostinato che lo bracca (senza conoscerlo), e di un’assicuratrice che finisce nel gorgo del colpo grosso. Facce giuste e un’aria da cinema criminale degno di questo nome: non c’è bisogno di essere Walter Hill o Michael Mann per fare buoni film, thriller tesi e asciutti che sostanzialmente non si vedono più. Hemsworth e Ruffalo reggono il gioco, con Halle Berry sempre più bella e qui deliziosamente vulnerabile.

I DIARI DI ANGELA – NOI DUE CINEASTI. CAPITOLO TERZO

Si può vedere su Raiplay lo straziante e al contempo asciutto, orgoglioso terzo capitolo dei diari di Gianikian/Ricci Lucchi, questa volta collegati anche alla malattia di Angela e alle varie fasi della sua sofferenza. Il film diventa insieme origine e commiato, con la solita etica e sobrietà. Più che un’epigrafe, è un modo di stare al mondo (con le immagini): con trasparenza, senza alzare la voce, lasciando che sia il tempo a parlare. L’addio è pensato come prosecuzione del lavoro – Gianikian ha fatto sapere che non va considerato un finale di carriera o un testamento. E alla fine l’intera trilogia è anche il canto libero di una donna, un’artista eccezionale, e della sua pratica esistenziale come cocciuta ricerca di Storia, memoria e cinema (non importa che sia found footage).

SCUOLA DI SEDUZIONE

Ha destato giustamente scalpore la rinuncia di Carlo Verdone alla sala, e senza più la scusa della pandemia: il nuovo lungometraggio sbarca solo su Paramount+ (peraltro una delle piattaforme meno viste). Purtroppo Scuola di seduzione (dove precipita malinconicamente anche Karla Sofia Gascòn, colpita da damnatio internazionale) pare una puntata lunga di Vita da Carlo, che almeno è stato un onesto tentativo di comedy all’italiana, sebbene lontano anni luci dei modelli anglo-americani. Poi (in questo remake buonista di Ma che colpa abbiamo noi) alla fine il garbo e l’umanità sono tali che gli si perdonano anche questo volare basso e questo auto-esilio digitale. Però un po’ di mestizia c’è.

AFFETTI COLLATERALI – HORS DU TEMPS

Ecco su IWonderfull il penultimo film di Olivier Assayas, inedito. Siamo ad aprile 2020, in pieno confinamento da COVID, ma la clausura diventa “en plein air” grazie a una casa di campagna, dove tornano due fratelli con le rispettive compagne. Tutto qui: la vita passa tra discussioni, ricordi, piccole ossessioni. Assayas ci mette anche un po’ di vena autobiografica, lasciando entrare spettri privati (foto, memorie, arte, citazioni cinefile). L’idea è che il lockdown diventi un’analisi da scatola degli attrezzi, una pausa per “opera minore” – quale ovviamente non è. Torna l’ossessione del fantasma come chiave per la teoria dell’immagine, tipica del cineasta. C’è, alla fin fine, una leggerezza malinconica che forse mancava da molto: il tempo e lo spazio, così determinati, costringono a ripensarsi, talvolta con auto-ironia. Con un bellissimo finale.

A KNIGHT OF THE SEVEN KINGDOMS

E alla fine, il colpo che non ti aspetti. Se House of the Dragon soffre della sua dipendenza da GoT (estetica e narrativa: questione irrisolta che lo fa sembrare una costola anonima), la nuova – breve – serie tratta dai racconti di Martin è molto più autonoma: via eccessi di draghi e di geopolitica in formato da enciclopedia “fan service”, solo un cavaliere errante gigante (Dunk) e uno scudiero minuscolo (Egg) che affrontano prove a dir poco pesanti. L’idea è picaresca, con una forma di ballata che prevede anche un ricorso frequente all’elemento scatologico e al registro basso-corporeo – mostrando una certa qual consapevolezza culturale e letteraria. Indicazione anche per futuri spin-off: lavorare ai margini funziona meglio che evocare il fantasma primario con l’Ouija degli sceneggiatori.

POLITICHE DELLA CREAZIONE

HAMNET

Finta biografia del Bardo in favore della moglie Agnes, con annessa genesi di Amleto. Eguale e contraria a Emerald Fennell (che viene criticata per gli eccessi kitsch), Chloé Zhao suscita invece dubbi cinefili perché troppo midcult e pseudo-intellettuale. In verità, si tratta di una consapevolezza assoluta: la “strega” silvestre generata dal bosco e capace di vedere il futuro è madre di tutti, William compreso. Amleto è figlio di un autore che può generare arte solo prendendo le distanze dai buchi neri del lutto e dall’irrazionalità della foresta. Il buio e le latenze uterine vengono quindi riscattate dal teatro popolare e dal rito di piazza, dove si ristabilisce un ordine attraverso il sublime. Discorso molto più controverso e raffinato di quanto si crede.

IL MAGO DEL CREMLINO

Assayas non riesce a ritrovare il vigore storiografico di Carlos e re-interroga la storia contemporanea di nuovo “dalla parte dei cattivi” senza però trovare un cinema con cui parlare. Fiaccato da un impianto da film internazionale molto pesante e inverosimile, punta sulla pluri-autorialità (il testo di Da Empoli, la trasposizione di Carrère), sulla performance di attori mimetici, sull’inglese come esperanto di un discorso generale sul totalitarismo. Ma, oltre a un ripasso dell’ascesa di Putin, tutto sommato molto più spiazzante del suo presunto Rasputin (di cui ci vengono negate le azioni più significative), c’è poco e soprattutto non c’è uno sguardo meta-storico o un “racconto dei racconti” che offra di più di quel che già, purtroppo, sappiamo.

DUE PROCURATORI

Ancora la Russia, ma quella staliniana. Il potere centrale è lontano, eppure bastano le periferie del dispositivo e le architetture dell’apparato a dispiegare la forza tecnocratica della dittatura. Da una parte c’è il corpo segregato di chi viene punito e torturato per non essersi allineato; dall’altra c’è un giovane procuratore idealista che non ha capito dove si è arrestata l’utopia socialista. Loznitsa avanza implacabile nella visione kakfiana dello stalinismo, immergendo il protagonista in una grande, infinita anticamera della violenza statale – gestita attraverso lenti processi giuridici e interpretativi. Monumentale ancorché minimalista, è un film che non ha bisogno di alludere a nulla e che si spiega da solo, sia a livello formale sia a livello narrativo.

IL FILO DEL RICATTO

Tratto da una vera, incredibile vicenda di rapimento “in diretta” nell’America del 1977. Gus Van Sant lavora su una sceneggiatura pronta, ma fa sua una riflessione – ancora – sui margini degli Stati Uniti e sul populismo come chiave di volta in volta sana (rooseveltiana) o tossica (trumpiana, ante litteram in questo caso). Gonfio di premonizioni, dai mutui subprime agli effetti dei nuovi media, il film si gioca su quella strana coppia – rapitore e rapito – che sono collegati da un cavo di ferro, una specie di garrota ordita dal carnefice che, ben presto, scoprirà di esserne egli stesso simbolicamente imprigionato. Gli umori del cinema seventies (e in particolare Sidney Lumet), che l’autore conosce e cita, fanno il resto.

ELLA MCCAY

Ed è intimamente politica anche l’ultima fatica del grande vecchio James L. Brooks, alle prese con una storia di idealismo militante di una giovane governatrice. Capriana fino al midollo, la storia racconta di famiglie sostenute dalla forza femminile inter-generazionale, di mariti incapaci di reggere il successo della moglie, di un’America molecolare alle prese con gli “ultimi” dimenticati (compresi i bambini). Bridges fa un film di fantascienza (pur ambientandolo nel 2008), nascondendo dentro un intrattenimento leggero da Disney+ l’identikit dell’agenda democratica e dei futuri leader: non abbandonare il cittadino al populismo di destra ma garantirgli quello spazio di concreta utopia che, guarda un po’, a volte si realizza.

PILLION

Aria di “instant cult” per il racconto di queerness e BDSM di Harry Lighton. Funziona tutto: la fisicità autoironica di Alexander Skarsgard – che sembra uscito da Scorpio Rising -, la formazione cruda cui viene sottoposto Colin (esploratore goffo dei limiti del desiderio carnale, peraltro irrefrenabile), l’ironia delle pratiche di dominazione, l’ipocrisia delle famiglie aperte alla sessualità del figlio solo fino a quando ne approvano i findanzati, e in generale tutti i teneri corto circuiti della mascolinità. Vero, però, che – sebbene ci siano scene forti – Lighton resta molto attaccato a uno stile da sala d’essai, tenendo a bada il rischio di lasciar sbrigliare eros, mélo e corpi in maniera davvero “oscena” per puntare al bersaglio più borghese e meno arthouse. Capiremo tra un paio d’anni se avrà fatto bene e quanto ci ricorderemo di Pillion.