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Tag: One Night Only

FUTURI INTORNO A NOI

SHEEP IN THE BOX

Curiosamente, la politique des auteurs sembra che valga solo per registi occidentali. E invece, visto che Koreeda è uno dei maggiori cineasti viventi, a maggior ragione deve essere operativa tra i cinefili. Questo significa che bisogna “salvare” Sheep in the Box da una natura di opera minore in virtù del discorso autoriale complessivo? Sì e no. Sì perché Koreeda riformula temi e interpretazioni sociali già ampiamente proposti in passato (qui c’è una sorta di ripetizione science fiction della famiglia radicalmente artificiale di Un affare di famiglia). No, perché nel trasferire quei temi all’epoca delle IA e dei robot si fa strada una visione ancora più sorprendente: da una parte nuovamente anti-biologica (la famiglia non è mai il sangue in Koreeda, anche se determina le nostre scelte) e dall’altra naturalista (shntoismo applicato alle macchine e al loro rapporto col Creato). E alla fine i dubbi iniziali svaniscono insieme al resto.

THE DOG STARS

Qui invece la politique des auteurs non è più attiva da tempo. Un po’ perché Scott continua a mescolare opere di qualità a dir poco altalenante, un po’ perché è dura trovare il bandolo della matassa in una filmografia ormai schizofrenica. Almeno qui si torna alla fantascienza. Scott è ormai un regista “esecutivo” che opera su sceneggiature (e spesso romanzi) già molto strutturate. Anche in questo post-atomico/post-pandemico il rischio déjà-vu è altissimo (compresa la vena intimista, chi si ricorda del bel Light of My Life di Casey Affleck?). Così come la consueta ideologia elastica di Scott, che può piacere a destra (rinascita della civiltà attraverso la religione e il puritanesimo) e a sinistra (l’America ridotta all’odio reciproco, la medicina e i vaccini come risorse), irrita. Invece è adorabile il lato western USA rurale girato in Friuli e Veneto, cioè sostanzialmente l’operazione contraria di Leone & co. Così come le schegge di storia statunitense depositate nelle varie avventure. Con una malinconia di fondo che salva il film (e il mondo).

ONE NIGHT ONLY

Ancora un futuro possibile, molto vicino al nostro presente dove il sesso è stato rimpiazzato dallo scrolling. Rendendo meno cruenta la saga della Notte del giudizio, qui ci si limita a una distopia lieve, dove i non sposati possono far l’amore una sola notte all’anno. E l’interesse di Will Gluck per la fantascienza sociale si ferma qui, ignorandone tutte le potenzialità. Nel nome di una sessuofobia sempre più macroscopica nel cinema americano (ci torneremo quando parleremo di The Invite), la tensione verso la liberazione dei sensi diventa presto un manifesto a-sex con un finale di “rivoluzione reazionaria”. Tutti questi racconti oscuri, che siano da fine del mondo o da totalitarismo imminente, sembrano sempre più sostituire l’allarme col desiderio (che tutto ciò accada davvero). Pur di scrollarsi di dosso l’hic et nunc.

TONY – DIARIO DI UN GIOVANE CUOCO

Alle origini di Anthony Bourdain, diciannovenne che finisce quasi per caso a Provincetown, lava piatti, apre ostriche, osserva una brigata di cucina e comincia a intuire il futuro mestiere. Matt Johnson evita il biopic completo e sceglie la strada della “estate di…”, un classico del romanzo di formazione. Serve ad alleggerire il mito. E il meglio è proprio la formazione sporca, fisica, da retrobottega. Il film funziona bene infatti proprio quando gioca tra pentole, puzza di pesce e casini giovanili. Poi tracolla in una origin story da feelgood movie. Il peggio, però, sono le allusioni al suicidio, che si potevano evitare visto che poi le didascalie finali preferiscono il pudore. Al protagonista Dominic Sessa basta ripetere il suo personaggio di The Holdovers.

L’UOMO DEI SUSSURRI

Direttamente su Netflix l’ultimo thriller della sterminata filmografia di De Niro (che secondo chi scrive ormai porta camicie e giubbotti da casa, sempre identici e dimessi). Se ci si fosse limitati a rispolverare il genere dei serial killer, avremmo anche chiuso gli occhi su varie incongruenze e apprezzato il confronto con Michael Keaton, una sorta di Hannibal più passivo-aggressivo e meno elegante (vista anche l’età delle vittime). Ma l’aggiunta di una sotto-trama paranormale ha dell’incredibile (già nel romanzo di partenza), specie per come è gestita, oltre che per la pigrizia nel casting (Adam Scott, qui ancora una volta nei panni di uno scrittore: lo avrà girato insieme a Hokum?). Al di là dei rilievi tecnici, che razza di cinema è questo? Netflix riesce sempre a dimostrare che aveva torto chi sperava in un immaginario cinematico streaming degno di questo nome.

TRAIN TO BUSAN

Qui da Occidente, dove straparliamo di altri paesi senza saperne nulla, è forse facile dire che il treno pieno di zombi non è solo il luogo dell’assedio, ma una Corea in miniatura – un po’ come in Snowpiercer. Di classi sociali, egoismi e istinto di sopravvivenza, del resto, questo cinema ci ha parlato molto spesso. Yeon Sang-ho in questo caso prende un dispositivo semplicissimo — un padre assente viaggia con la figlia mentre l’epidemia esplode — e lo spinge a una progressione innegabilmente riuscita. Il dinamismo degli zombi (che corrono, si accalcano, diventano una massa di carne) impressiona, così come l’homo homini lupus dei viventi. L’elemento mélo molto meno. Comunque una prova di cinema-cinema che ha meritato il suo statuto di piccolo cult in questi anni.

TERMINATOR 2 – IL GIORNO DEL GIUDIZIO

Il sequel perfetto? Sì se Cameron all’epoca non lo avesse già girato (Aliens). Terminator 2 è una macchina di immagini in cui tutto si sdoppia, dal T-800 al T-1000, dal figlio al padre possibile, dal futuro apocalittico al presente che lo contiene. Rivederlo in sala accresce la forza di questo action monumentale, dove convivono rappresentazioni neo-digitali di acciaio e carne, acqua e fuoco, destino e caso. Ben più visionarie degli Avatar (va detto con grande rispetto).
Skynet, poi, oggi inquieta più di ieri, perché la fantascienza di Cameron sembra aver anticipato le nostre paure. E il T-1000 resta una delle grandi invenzioni del cinema moderno: liquido, mimetico, è un simulacro dell’immagine stessa, un po’ come Schwarzenegger, qui meta-attore più che mai. Terminator 2 era già il blockbuster umanista prima che li chiamassimo così in onore di Nolan o Villeneuve.