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Tag: Pedro Almodovar

LA VIA DELLA CREAZIONE

THE MANDALORIAN & GROGU

Non è chiaro che cosa si possa dire dell’estensione cinematografica ideata da Disney, Lucasfilm e Jon Favreau. Da una parte, si tratta evidentemente di un doppio episodio “intensificato” (un po’ come quando distribuivano Goldrake in sala accumulando collage di puntate TV). Dall’altra, la quantità di specie aliene, di combattimenti, di momenti infantili e zingarate interstellari continua ad essere più simpatica di quanto faticosamente prodotto dal mondo Star Wars negli ultimi anni. Il problema principale è che mancano calore e sorpresa. Che magari non sono categorie critiche degne di questo nome, ma sono delusioni condivise dalla quasi totalità dei fan della saga. Al cinema si è perso forse ciò che di trasparente e semplice Mandalorian aveva portato in piattaforma, tanto per ribadire che film su grande schermo e serialità sono elementi da trattare separatamente.

BACKROOMS

La sensazione di bicchiere mezzo vuoto (la creepy pasta del web era decisamente più perturbante) non tiene conto del fatto che il cinema in questo caso serve a compattare e divulgare le spinte centrifughe dei prodotti digitali. Dunque Backrooms diventa una sorta di film-antologia dell’immaginario horror di YouTube, trasformandolo in una serie di allusioni terrificanti all’arte contemporanea – da Escher a… Ostlund. Per il resto rimane la suggestione di partenza: questi luoghi che proliferano senza tenere conto di noi umani (o recandone tracce distorte, pupazzi di carne mal assemblati) sono al tempo stesso l’indice luttuoso del post-umano artificiale e il potente desiderio del cinema di generare sempre nuovi mondi, aprire nuove porte, scoprire nuovi angoli (una resurrection liminale). Inutile cercare la latenze spaziali lynchiane, qui non le troverete: è proprio un’altra cosa. Molto pop, e divertente fino a un certo punto.

OBSESSION

Comincia come un post-teen movie: un commesso timido ama non corrisposto una ragazza. Poi compra un giocattolo maledetto (One Wish Willow) e formula il desiderio che la ragazza lo ami “più di chiunque altro”. Accade. Da quel momento la relazione diventa puro possesso ma è come amare uno zombi, che per di più si trasforma paradossalmente in stalker. Barker è molto lucido nel fare dell’elemento soprannaturale un’allegoria brutale dei rapporti tossici (e di come si avvitano contortamente) e dell’idea di dominio maschile: il controllo emotivo e il consenso estorto diventano letteralmente disgustosi. E la donna intrappolata in sé stessa è metafora ancora più potente dell’uomo fragile trasformato in tiranno. Segno ulteriore di vitalità dell’horror, che pare aver ritrovato l’approccio bio-politico che aveva un po’ perso.

AMARGA NAVIDAD

Dio salvi Pedro Almodóvar. E Dio aiuti chi non comprende la trama di un film! In alcune recensioni sembra che non si sia capito che cosa accade negli ultimi dieci minuti. E non perché non lo si possa dire per rispetto al lettore (non lo fareno nemmeno noi), ma perché viene giudicato normale e coerente con il resto del progetto. E invece no, L’autore spagnolo decostruisce in modo radicale le allusioni meta-cinematografiche di Dolor y Gloria e tutto l’almodrama in generale, con un’accusa piuttosto feroce verso la propria stessa maniera, in aggiunta a una confessione altrettanto spudorata del fatto di non poter smettere (d’accordo l’ispirazione, ma qui il cinema sembra quasi una dipendenza da psicofarmaci). L’ironia crudele trafigge tutto, persino i brand che punteggiano le inquadrature. Occhio quindi al film-nel-film, un disastro drammaturgico che viene concepito come tale: è la prima volta che qualcuno ci dice “tutto quello che avete visto va buttato nel cestino?” dopo F for Fake?

L’AMORE CHE RIMANE

In L’amore che rimane seguiamo un anno nella vita di una famiglia mentre i genitori, già separati, continuano a gravitarsi attorno, tra figli, casa, lavoro e stagioni che passano. È un Pálmason decisamente più domestico del solito, visto che si aggira tra quadri controllatissimi (e questo lo sappiamo) ma anche tra dialoghi a volte brillanti e volte un po’ straniati in un contesto microcoscmico. Il punto è che tanta finezza finisce, come gli accade non di rado, per mettere un vetro tra noi e i personaggi. La struttura per frammenti e micro-incidenti offre una grazia da cinema d’autore già confezionato, con pochi veri momenti di rischio. Purtroppo si ha la sensazione che si tratti di un autore tecnicamente dotatissimo ma con limiti poetici ormai evidenti.

PETER HUJAR’S DAY

Chi scrive ha un problema con Ira Sachs, i cui film appaiono ai nostri occhi come il catalogo più significativo di tutto ciò che di odioso viene attribuito all’arthouse. Dopo opere più che altro accademiche (ma anodine, vedi I toni dell’amore o Little Men), l’autore ha dato vita a un’estetizzazione formalmente ineccepibile quanto tematicamente imbarazzante (come dimostra Passages, sequela sadica di ovvietà su amore e arte). Non cambia molto con questo inedito su MUBI, nel quale si parte da una bella inutizione – “scrivere” per immagini, parola per parola, un’intervista registrata tra veri artisti anni ’70 – che sfocia in una maratona di valori tecnici esibiti e di sforzi recitativi irricevibili in nome di una costruzione di autenticità vecchia come un rottame modernista. Speriamo nel prossimo, di cui a Cannes colleghi stimati han parlato bene.

HEN – STORIA DI UNA GALLINA

György Pálfi, regista sempre inclassificabile, segue lo spunto di titoli come Eo e Gunda per dis-antropizzare il punto di vista del cinema. Si tratta dell’epopea anti-Dreamworks di una gallina nera, dall’allevamento industriale alla fuga, che incrocia un’umanità europea alla deriva (trafficanti, migranti, apolidi vari). L’idea è potente e, a tratti, persino inquietante per come nega l’empatia verso un animale guidato solo dalla sua sopravvivenza minima. E qui comincia qualche problema: la fiaba nera chiede allo spettatore di sopportare il cinismo “biologico” del racconto, e alla fine la pretesa di essere un po’ ironici (il rapporto sentimentale col gallo) e un po’ scioccanti (la scena della strage dei migranti è molto discutibile) fa finire Hen in un limbo vagamente sconcertante. Resta un esperimento notevole, ma con uno sguardo instabile e talvolta inumano. Voluto?

IL MEDIUM CINEMATOGRAFICO E I SUOI SPIRITI ERRANTI

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi. 

STRANGE WAY OF LIFE

Strano scivolone per Pedro Almodóvar, che non sembra aver percepito la presenza qualche annetto fa di Brokeback Mountain. Non che non si possano raccontare anche mille storie queer nel West (anzi), ma senza questo malcelato stupore e soprattutto questa strana, svogliata, poco nitida messa in scena. Si tratta, come già del resto per The Human Voice, di un fashion-film che viene legittimato per la sala e per MUBI. Eppure, persino di quella forma mancano l’estetizzazione euforica e il senso epidermico dell’immagine digitale: come se Pedro ci credesse davvero ma non abbastanza da curare scrittura e regia come da par suo.

TALK TO ME

Come spesso accade, si rischia di giudicare il film in base alle attese o alle recensioni precedenti invece che nel merito. E nel merito questo cupo racconto di spiriti cattivi (e corpi adolescenziali che si candidano stupidamente a farsene carico) è ambivalente. Ha una prima parte dove il groviglio di metafore teen funziona ottimamente ma una seconda dove il fuoco del discorso si perde in una fibrillazione piuttosto confusa. Peccato anche il sottofondo reazionario (basta vedere che cosa fanno i personaggi non-bianchi e non-binari per rimanere a dir poco perplessi). La storia peraltro si conclude proprio quando avremmo voluto che cominciasse: il controcampo dell’orrore.

NO ONE WILL SAVE YOU

Arrivato in sordina, il sci fi a basso costo di Disney+ sta cominciando a farsi strada nelle difficili curve del “caso streaming”. Infinitamente meno oirignale del primo A Quiet Place, cui è stato accostato, questo thriller domestico virato in sardonica invasione aliena ha dalla sua l’assenza di dialoghi e un certo spirito di sopravvivenza (al citazionismo inevitabile), che di questi tempi aiuta. Probabile allegoria di un’America traumatizzata e preda dei deliri di Qanon, la sarabanda di Brian Duffield è un altro tassello di una filmografia (da regista, sceneggiatore, produttore) fatta di lacerti d’immaginario a metà tra l’abisso del nulla da dire e il dirlo con talento.

CASSANDRO

Che dire di questo biopic che sembra disperdere tutta l’alterità del wrestler gay Cassandro, impacchettandolo in seratina streaming per tutti i palati e non spiegando veramente nulla di lui? Un solo consiglio: sostituitelo con Cassandro the Exotico! diretto da Marie Losier nel 2018.

ASSASSINIO A VENEZIA

Perseverare diabolicum. E infatti Branagh, con un maggior grado di reinvenzione di Agatha Christie, spinge il terzo episodio di Poirot proprio in territori horror. Chiunque conosca il razionalismo del protagonista capisce dopo mezzora come stanno le cose – per assenza di altre possibilità (almeno il vero horror vive del bivio irrazionale, mentre qui è vietato in partenza). E così, con gli spiegoni in primo piano a raccontare ciò che in nessun modo viene sviluppato narrativamente, ci troviamo nuovamente immersi nel grande canale della mediocrità cui ci ha purtroppo abituati il pur volenteroso autore nord irlandese.

LA VERITÀ SECONDO MAUREEN K.

Come se d’improvviso si fosse stancato (come noi, del resto) della sua ironia modestamente kitsch, Jean-Pierre Salomé costruisce un giallo giudiziario e sindacale intorno a Isabelle Huppert. La storia di una donna stuprata e malmenata da emissari dei “poteri forti” (e questa volta è proprio il caso di dirlo) funziona sul doppio livello della denuncia contro le multinazionali e dell’esempio di un sistema poliziesco sessista e compromesso. Niente di particolarmente rimarchevole, ma solidissimo, per lo più grazie alla diva (diva non per caso).

CINEMA CHE CORRE, SERIE CHE PARLANO

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi.

THE FLASH

Questo è ancora un DCU pre-Gunn, anche se ha l’aria di quello che getta il guanto di sfida alla Marvel. Ne scopiazza i multiversi in modo plateale (almeno rispetto alla Sony: qui sono i vari Batman della storia a tornare, più qualche Superman), offre retromarce cronologiche legnose – pur ispirate al Richard Donner del primo Kent di Christopher Reeve – e si salva con un doppio Flash decisamente spassoso. Che dire? Meglio dell’ultimo MCU ma – se paragonato per esempio allo SpiderVerse – sembra un pachiderma rugoso e anziano, per di più disegnato malino. Andy Muschietti comunque merita di essere seguito nei prossimi passi super-eroistici.

TYLER RAKE 2

Ecco la differenza tra l’evoluzione dell’action targata John Wick (che proprio nell’attitudine meccanica e parossistica trova il senso del presente) e quelli di Netflix. Il virtuosismo si conferma: anche nel sequel troviamo un piano-sequenza (23 minuti) vertiginoso, a dire il vero non purissimo per un paio di evidenti interventi al montaggio. Ma la domanda è: chi se ne frega? Rake non racconta nulla, né il mercenarismo post-coloniale, né l’estetica della violenza, né il nichilismo dell’eroe. La sfumatura mélo del killer con sentimenti paterni non fa che rendere il tutto ancora più increscioso. PS.: ma quanto è bella a 40 anni Golshifteh Farahani?

DENTI DA SQUALO

Siamo tornati alla famigerata “operina prima”? Non si ha nessuna voglia di essere sarcastici, sia chiaro. Eppure rimane un po’ di amaro in bocca a constatare che l’atteso esordio di un regista apprezzato nei corti (Davide Gentile) punta su una storia così basilare, su un’idea interessante ma ribadita ad nauseam spolpandone ogni possibile metafora (uno squalo intrappolato in una piscina di una villa abbandonata), su una storia di formazione delicata quanto automatica. Un po’ di voglia di spaccare tutto il giovane cinema italiano non ce l’ha mai? Giovani attori molto generosi, al contrario di Virginia Raffaele che si conferma inadatta al grande schermo.

EMILY

Della biografia di Emily Brontë (diretta da Frances O’Connor) piace che non spacci Cime tempestose per un romanzo piacevole e sentimentale. Del resto Charlotte, nella prima scena (si parte dal letto di morte di Emily), le chiede come abbia potuto ideare qualcosa di così sordido. Non a caso l’autrice è impersonata da Emma Mackey, che ricordiamo bene in Sex Education già indipendente e ruvida. Spigolosa anche qui, riesce a parare i rischi da feuilleton (e ce ne sono) con il piacere di rovinare le feste e la buona società.

PEDRO-MANIA

Tornano in sala cinque film storici di Pedro Almodóvar in versione restaurata. E cioè L’indiscreto fascino del peccato, Che ho fatto io per meritare questo?, La legge del desiderio, Donne sull’orlo di una crisi di nervi e Tacchi a spillo. Si tratta di recuperare il cinema incendiario degli esordi e capire (di nuovo) quanto fu sovversivo per il post-franchismo e per l’Europa tutta, mentre si srotolava la transizione dai blocchi ideologici a una nuova era dal futuro incerto. Il lavoro sulle identità sessuali, sulla struttura del racconto, sulla cinefilia punk, sul design e sui colori, è lo stesso che troviamo oggi più formalizzato, forse ammaestrato, talvolta potentissimo, senza il salutare (sebbene irritante) spirito anarcoide – specie nei primi tre titoli elencati.

ANIMAL HOUSE

Nella retro-mania che sta ormai seducendo sale e pubblico di questi tempi salutiamo con piacere il ritorno di un cult movie che tutti pensiamo di conoscere a menadito, forse meno noto però alle nuove generazioni. Il tempo passa e, se lo spirito irriverente e la caciara animalesca da universitari sbronzi appare inevitabilmente saccheggiata da tanti imitatori a seguire, ne guadagnano invece la lucidità politica e il neo-classicismo comico di Landis. Con attenzione al personaggio-chiave: Niedermeyer, sadico americano medio militarizzato e bifolco, che fa ridere ma fino a un certo punto. Una satira anti-Trump quasi 40 anni prima di Trump.

LA DIPLOMATICA

Prima stagione con botto finale (cliffhanger financo eccessivo) di una strana creatura che appare un frutto più creativo che algoritmico dello streaming, non foss’altro che per la luminosa, ironica, tosta e umanissima Keri Russell, che già ci aveva avvinto in The Americans. Quasi come una nemesi di quella spia russa irriducibile fino all’ultimo, qui si trova invece a fare il contrario: mediare, oliare, fare compromessi, convincere, smussare le leadership mascoline, Sullo sfondo, il multilateralismo caotico del 2023 (si parla anche di guerra in Ucraina). Divertente, intelligente, un po’ monotono nei continui confronti dialogici in interni, trova comunque il modo giusto per la serialità di processare la politica internazionale attraverso l’intensificazione narrativa.

SERVANT

Arriviamo in ritardo al bilancio della serie, conclusa qualche tempo fa dopo quattro stagioni horror e satiriche. Troppe. Ma il giochino del sadomasochismo borghese (tra food porn, Polanski, ossessione familista, rapporti di classe) ha funzionato così bene che forse possiamo chiudere un occhio sulla conclusione anodina. Come sempre accade, quando il fantastico passa dall’esitazione alla spiegazione soprannaturale, cede interesse. Rimarranno tuttavia nella memoria i ribaltamenti concettuali d’impronta Shyamalan (produttore e autore di alcuni episodi, come anche la figlia, a prima impressione regista di talento) e la sarcastica claustrofobia onirico-sociale ideata dal creatore Tony Basgallop.