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Tag: Quentin Dupieux

COSMOGONIE E FINITUDINI

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi. 

STRANGER THINGS 5

Snervante e prolissa, la quinta e ultima stagione della creatura dei Duffer Brothers chiude arrancando. Da una parte la narrazione si è mostrata ormai rigidamente legata a un unico schema (momento di azione + momento di confronto confessionale tra due o più personaggi + montaggio parallelo tra protagonisti intenti a coordinarsi), ripetuto ad nauseam. Dall’altra l’enfatizzazione del lato fantasy blockbuster, sebbene intelligente dal punto di vista dell’immaginario industriale (e legata ai quasi 500 milioni di dollari di budget), riduce al minimo la densità pop iper-realista “eighties” delle prime stagioni. Per carità, è difficilissimo trasformare qualcosa di limitato, originale e compatto in una saga kolossal multistrato dalle ambizioni generazionali, ma le ultime due annate denunciano uno spread drammatico tra rumore comunicativo e cose da raccontare (il citazionismo trasformato rete di salvataggio). Detto questo, un’operazione che ha fatto un pezzo di storia dello streaming.

L’ACCIDENT DE PIANO

Ormai Quentin Dupieux non è più un piccolo segreto ben custodito al di fuori della Francia e dei festival. Sempre più cinefili e critici hanno capito che Mr. Oizo va preso molto sul serio, anche quando appare disarmante per passione demenziale e gusto del nonsense. Stavolta, però (il film è su MUBI), sebbene alcune risate a denti stretti emergano spontanee, l’orrore per il presente la fa da protagonista. Nella storia di una influencer masochista che sfrutta la tolleranza al dolore per un jeu de massacre contro sé stessa, in un tripudio di infelicità e misantropia, a sconvolgere è la controparte: un pubblico di alienati e mentecatti, un circondario di sottoposti gretti, una giornalista profittatrice e moralista, un mondo in generale ridotto al cinismo e alla solitudine. Un racconto morale, secondo una certa tendenza del cinema filosofico francofono, gestito tuttavia secondo i canoni dinamitardi del regista.

LO SCONOSCIUTO DEL GRANDE ARCO

L’anno inizia con un controcanto al The Brutalist di dodici mesi fa. Non un ritratto di un uomo ossessionato dal dramma del suo popolo e intenzionato a “brutalizzare” il capitalismo americano, ma un architetto nord europeo alle prese con un sogno artistico e geometrico in trasferta (la Défense) che diviene prigione psicologica. Tanto era fisico ed elettrico Toth, quanto è introverso e maniacale Johann Otto von Spreckelsen. Entrambi inseguono l’idea di una “ragione poetica” in grado di raccontare una nazione (qui più che altro una città-Stato come Parigi). Demoustier ha meno ambizioni di Corbet ma non meno acume nel riaprire il grande libro del rapporto cinema/architettura per inserirvi pagine sottili, curiose, avvincenti.

LA PICCOLA AMÉLIE

Difficile resistere a questa bambina tra i due e i tre anni, con un io narrante ingenuo e saggio al tempo stesso, portatrice di una bellezza fanciullesca che sarà anche “catchy” ma risulta straordinariamente empatica. Dalle pagine autobiografiche di Amélie Nothomb, un romanzo di formazione infantile piuttosto originale (la bimba che si pensa come Dio e si misura con la mortalità), che sa sfruttare il Giappone come un universo ad altezza di bambino. Non inganni la sensazione di calore e benevolenza talora eccessiva: tra le righe si parla di dolore, ferite di guerra, sradicamento esteriore e interiore, differenza tra classi (con un paio di momenti che ricordano Roma di Cuarón).

L’ALBERO DEGLI ZOCCOLI

Riedizione del capolavoro contadino di Ermanno Olmi, che torna in sala grazie al progetto 10 e Luce con cui Luce Cinecittà riporta nei cinema italiani alcuni grandi film che hanno fatto la storia della sua distribuzione. Da quest’opera nasceranno tre linee: quella più “magica” di Alice Rohrwacher, quella del “cinema materiale” di Giorgio Diritti e quella recente e “mélo” di Maura Delpero – ovviamente con le dovute differenze di carriere diseguali per durata. Olmi, nel raccontare il mondo arcaico della bergamasca a fine ‘800, compie un gesto di “cosmogonia del passato”, dove la narrazione si incarica di rispettare rigorosamente tempi e spazi che – da soli – dovranno poi “significare” il resto. Lo si è definito conservatore, cattolico, familista. In verità piaccia o non piaccia, L’albero degli zoccoli è una carta d’identità di rara precisione, dove la micro-storia famigliare e la macro-antropologia nazionale si fondono con grande trasparenza.

INCONTRI RAVVICINATI DEL TERZO TIPO

Esce via via in tutta Italia a gennaio il restauro 4K del capolavoro di Spielberg, distribuito dalla Cineteca di Bologna. Per quanti alieni – pacifici o bellicosi – abbiano nel tempo calcato la Terra del cinema (ultimi quelli di Pluribus), Close Encounters non perde un grammo della sua forza evocativa, della sua sospensione fantastica, delle sue attese messianiche. Storia di un’ossessione e di un’attesa, il film quasi quasi è oggi più trascinante come racconto di famiglie, comunità, persone in difficoltosa ricerca della felicità (in un altrove forse solo immaginato). In ogni caso, la celeberrima scena madre finale – con il meta-Truffaut a dirigere il set dello sbarco – mozza tuttora il fiato. Ogni tanto devi ascoltare: cinque note che ci fanno da monito per il nostro mondo sordamente in guerra.

SCANDAGLIO DI PIATTAFORME TRA DESIDERI E IDENTITÀ 

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi. Questa settimana ci dedichiamo principalmente alle piattaforme.

SUPERSEX

D’accordo che la società Groenlandia sa il fatto suo quando deve scegliere storie attraenti e realizzare prodotti seriali con fiuto global (prima di questo, Lidia Poët): l’astuzia produttiva per chi scrive è sempre un valore. Ma i limiti di Supersex non sono solo tecnici (dalla recitazione mimetica a occhi spalancati e ghigno maialesco di Borghi al risaputo vintage pop di sapore Sibilia/Rovere come se fosse un Mixed by Rocco). A mancare è proprio uno sguardo onesto sul porno, di cui mancano (pur in un tripudio di nudi ansimanti) sia la potenza oscena sia la miseria deprimente – che c’erano, per esempio, nel pur imperfetto Pleasure di Ninja Thyberg del 2021. Così tutto diventa un “vorrei ma non posso”, con una parte di letteratura d’appendice matarazziana in realtà lagnosissima (la prostituta idealizzata di Jasmine Trinca, gli occhi della mamma, il modello mascolino fallito del fratello) e un’altra di riflessione sul godimento femminile cui non basta la scrittura giustamente affidata a una creatrice come Francesca Manieri. Una serie dalla struttura generalista sul c….o di Siffredi era una scommessa folle, ma ci voleva allora un approccio ben più visionario e (s)porco. E che ci stanno a fare le piattaforme come Netflix se poi si gira col freno a mano?

UN AMORE

Di sesso ce n’è anche qui, forse più del previsto. E anche in questo caso si testa il fragile “star system” nazionale alla prova della serialità, qui nell’area nobile e “prestige” di Sky. Al di là del titolo ormai abusato (e quanta nostalgia per l’omonimo mélo di Tavarelli del 1999), Un amore è un altro caso di modello trattenuto. Bisogna dire, però, che Audenino creatore e Lagi in regia non paiono almeno aver avuto timore di pescare da un certo gusto rétro alla Lelouch (che è parso il modello più evidente) e che Accorsi/Ramazzotti – fuor di ironie degli esterofili a tutti i costi – tengono su la baracca anche quando piove dal soffitto (narrativo). Dilatato all’impossibile, con troppi droni e troppi scorci emiliani, la miniserie cade comunque in piedi – bisogna però misurarne l’impatto, la sensazione è che molte serie italiane rischino una rapida irrilevanza.

ROADHOUSE

Come ha già fatto notare qualcuno, non è chiarissimo (se si esclude la morte prematura di Patrick Swayze) perché Il duro del Roadhouse sia diventato oggetto di nostalgia al punto da progettarne un remake. Un Jake Gyllenhaal leggermente fuori età lo sostituisce in ambiente più soleggiato (Florida), con un’accelerazione – letterale, considerati i vistosi interventi in postproduzione – di scazzottate e scontri fisici. Di certo non si può accusare Doug Liman, un tempo rispettato dai cinefili, di essersi preso troppo sul serio. Dobbiamo apprezzare l’autoconsapevolezza di questa vocazione allo svacco, al cinema scervellato, al film-pinta di birra, al cinema-MMA, ad Amazon che imita un Bud Spencer strafatto di anfetamina in go-pro? Mah.

EXPATS

La creatrice Lulu Wang è quella di The Farewell (caso del 2019 leggermente meno fortunato di Past Lives ma non troppo). Qui adatta un romanzo di Janice Y. K. Lee, in un tripudio di identità nazionali e culturali: americani e inglesi a Hong Kong, coreani e filippini che affrontano il passaggio dell’ex colonia alla Cina, e in generale un crogiuolo di tensioni geo-sociali che impattano sulla vita dei protagonisti. La formula è il “melodramma di prestigio”, con pesanti problemi di credibilità (Nicole Kidman fuori età) e non richiesti simbolismi. Bisogna però ammettere che il contesto è originale, e tutto sommato propone anche una terza via al globalismo delle piattaforme, dove – invece che reagire all’allocazione dei fondi produttivi – si cerca di ragionare sulle potenzialità dei racconti di migrazione (anche se di livello alto borghese).

NOTRE CORPS

Esce su MUBI un doc che si candida ad essere tra i film più importanti del 2024. Claire Simon parte con un’idea semplice ma potente (osservare il corpo delle donne “medicalizzato” all’interno di un importante ospedale – tra visite, esami, diagnosi, riflessioni sul sé e sulla salute), e giunge poi a un colpo di scena imprevisto (la propria malattia, che affida anch’essa alla macchina da presa). Ne esce un lavoro che va oltre Wiseman e pone domande frontali e fortissime sulle donne, girando peer to peer un’osservazione al tempo stesso pudica e sfrontata, delicata e nuda, dove i ruoli – inizialmente distanti – finiscono col ribaltarsi (su spettatrici e spettatori). Bisognerà riparlarne con calma.

FUMARE FA TOSSIRE

Grazie alla piattaforma I Wonderfull si possono recuperare vari, recenti inediti di Quentin Dupieux (tra cui anche l’eccezionale Incredibile ma vero), un autore totale e tutt’altro che riconducibile al demenziale che esibisce. Anche qui i meccanismi più deliranti (una banda di supereroi deficienti che, mentre salva il mondo, racconta intorno al fuoco alcune storielle descrivibili come un creepshow ideato dai Monty Python) nascondono un animo profondamente kafkiano. E in mezzo a splatter, parodie, elementi da film di serie Z e famosi attori che stanno al gioco, si fa strada un infinito pessimismo umano e sociale, cui solo lo sberleffo dona elementi di un vitalismo degno di esistere.

CRIMINAL RECORD

Il crime seriale inglese occupa un posto tutto suo nel ricco panorama di genere. Questa serie (visibile su Apple TV+) mette in fila figure carismatiche come Peter Capaldi e Cush Jumbo dentro una vicenda nera di femminicidi, tensioni etniche, abusi di polizia, razzismo e depistaggi. La Gran Bretagna post-Brexit che ne viene fuori è particolarmente violenta e oscura, mentre la sfiducia nelle istituzioni rischia di avvelenare anche le comunità inter-razziali o annichilire ogni speranza di riforma interna (comunque affidata a donne, e ancora meglio a donne nere). Non tutto funziona, specie un ultimo episodio deludente e involuto, ma se si guarda all’affresco più che al plot vale una visita.

THE CURSE

Questa la teniamo per ultima solo perché la recensione è in grave ritardo, ma si tratta di una serie tra le più imprevedibili e clamorose della stagione. Complice una Emma Stone sempre più selvaggiamente spericolata (qui nuovamente produttrice e attrice), questa parodia nera e rovinosa dei factual si estende a una lettura isterica dell’America contemporanea dove non ce n’è proprio per nessuno. E se la lunghissima durata (della serie e anche dei singoli episodi) offre tutto il tempo ai fratelli Safdie a a Nathan Fielder (poco conosciuto da noi) per imbastire un racconto surreale, satirico, quasi un horror sociale sul capitalismo post-pandemia, nulla può comunque preparare al disagio inquietante dell’ultimo episodio. Che lasciamo scoprire a chi ancora non l’ha vista (su Paramount+).

RACCONTI PRIVATI TRA UMANESIMO E FARSA

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi. 

THE HOLDOVERS

Autore sensibile, ma quasi condannato a una empatia controllata che non si trasforma mai né in mélo esplicito né in drama dal consapevole gusto hollywoodiano, Payne porta avanti una filmografia tanto coerente quanto poco incisiva. Lontani i tempi urticanti di Election, la scuola ridiventa sfondo per un racconto che gioca di sponda tra umanesimo salingeriano e cinema anni Settanta, evocato però superficialmente, forse soffrendo di un complesso di inferiorità verso Paul Thomas Anderson (che sembra uno spettro che si aggira minaccioso per il film, capace di costringere Payne alla timidezza). Ovviamente, nessuno nega si tratti di un lavoro di qualità, dalla direzione degli attori alle finezze narrative e psicologiche, ma il rischio di smussare gli angoli a forza di tenerezza è quello di disperdere un talento su cui si avevano ben altre aspettative.

YANNICK

Ormai bisogna prenderlo sul serio, Quentin Dupieux. Autore totale e ambizioso (anche se l’apparenza è opposta: un regista sornione, parodistico, che sovverte i canoni della seriosità francese), questa volta racconta – con mirabile unità di tempo, luogo e azione – una ribellione spettatoriale che diventa ambigua riscrittura umoristica della solitudine. Ma mentre altri si sarebbero accontentati di un gioco pirandelliano, magari anche gustosissimo, Dupieux riesce a spiazzare le attese, seminare domande più che risposte, farci dubitare del sistema estetico in cui viviamo, e sfiorare anche il tema del populismo – senza ditino alzato. Appena sotto Mandibules e Incoryable mais vrai, ma sempre ad alta quota.

I SOLITI IDIOTI 3

A proposito di toni finto-demenziali, certo Biggio e Mandelli non sono Dupieux ma giocano su un campo non troppo dissimile. Unici comici in Italia oggi che flirtano con il pecoreccio e l’escrementizio (il paragone più utile è Sacha Baron Cohen), costruiscono – se si sta al gioco – un film a tratti esilarante, dove il nichilismo corrisponde a una precisa visione (apocalittica) del presente. Il turpiloquio diventa pura surrealtà, e le gag – pur spesso riciclate dai personaggi ben noti (tornati per rilanciare il duo) – funzionano spesso. C’è poi la sequenza al museo che vale il biglietto, per come satireggia il sistema sempre più autoreferenziale dell’arte (super)contemporanea.

FARGO 5

Dagli idioti agli stupidi (buoni e cattivi) che popolano come sempre la serie di Noah Hawley. Lo showrunner, consapevole di aver smarginato in territori troppo sbadati nella quarta stagione, torna sontuosamente con un racconto denso e fantasioso. Al centro, l’americanologia aggiornata al trumpismo, dove vengono messi a confronto un populismo buono, un militarismo biblico e un’imprenditoria cinica – che però sa riconoscere ciò che è importante salvaguardare quando tutto va a rotoli. Come al solito, la filmografia coeniana è saccheggiata in orizzontale, e le due protagoniste (con menzione d’onore per Juno Temple) meritano il piedistallo.

MONARCH

Sinceramente ben pochi avrebbero scommesso un soldo bucato su una serie spin off del già non irresistibile (eufemismo) MonsterVerse di Warner/Legendary. Certo non è un capolavoro, ma bisogna ammettere che questa serie a zonzo tra gli anni ’50 (con aggiornamento realistico della FS d’epoca) e presente alternativo funziona meglio del previsto. Il budget non può essere gigantesco, quindi i mostri si vedono pochino, ma basta Kurt Russell – con figlio clone come coprotagonista – a fare simpatia, tra ricordi carpenteriani e un’attitudine da B-movie più sincera di quella dei lungometraggi collegati.

SKAM 6

L’interesse verso Skam sta vertiginosamente scendendo, lo si capisce a livello empirico (e i dati confermano). Peccato perché il disimpegno dei giovani spettatori sembra dovuto alla mal sopportazione verso un difficile transito verso nuovi volti, nuove storie, nuove atmosfere (lontane dagli esordi). Ma, anche se è possibile che la serie di Bessegato stia diventando un plaesure consapevole per spettatori anagraficamente maturi, bisogna concedere l’onore delle armi. Non tutto funziona, e la casistica dei disordini patologici adolescenziali rischia di limitare la freschezza degli argomenti. Detto questo, si continua a restare a livelli che gran parte dei teen drama nazionali si sogna, specie per direzione degli attori e credibilità dell’universo messo in scena.