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Tag: Richard Linklater

LINEE SOTTILI SOTTO LO SCHERMO

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi.

SIRAT

Quel famoso, sottilissimo filo tra capolavoro e nulla assoluto è il vero strapiombo su cui corre Oliver Laxe, più ancora dei camion dei raver sospesi sui crepacci. Mettiamola così: un film-performance, esperienziale, potente, talvolta traumatico che poggia su un bric-à-brac intellettualistico e spirituale di rara inconsistenza. Appare del tutto evidente che quello del galiziano è un cinema che punta al coinvolgimento fisico, che intuisce potenze visive e sensazioni audiovisive importanti, forse sconvolgenti. Dall’altra parte il tema apocalittico, l’addio all’antropocene, i copiosi riferimenti alla cultura islamica, i riferimenti a Friedkin e Miller sono davvero studenteschi. E sì, è possibile che il meglio e il peggio convivano in un solo film.

IL DONO PIÙ PREZIOSO

Cineasta prima sopravvalutato e poi sottovalutato fino all’oblio, Michel Hazanavicius ha una personalità forte e originale. Pochi avrebbero scommesso sul rilancio attraverso un cartone animato che rischiava il didascalismo da “giornata della memoria”. E invece, con il suo segno tremolante, i suoi riferimenti a una pittura semplice e materica, con la sua storia esemplare e commovente, con il suo profondo rispetto per le persone, Il dono più prezioso raggiunge il suo intento. Si segnalano almeno due scene: un bosco illuminato solo dalla luce delle sigarette dei soldati e una sparatoria fuori campo nella stamberga dei protagonisti, di fronte alla minaccia dei collaborazonisti antisemiti.

SORRY, BABY

Nessuno vuole sottovalutare l’esordio alla regia di Eva Victor. Personalità caustica e inclassificabile del contemporaneo (tra web e teatro), Victor sembra intercettare una sensibilità importante del femminismo post-woke, dove autoironia e decostruzione satirica dei sistemi binari del pensiero appaiono la cosa più vivace. Il film, che racconta un drammatico abuso in un college, troppo spesso però lavora sui cliché del cinema-Sundance, con una “traumedy” (traggo l’espressione) che gira intorno a quella cultura dello stupro che permea tanti dolorosi racconti di oggi. Un po’ Phoebe Waller-Bridge (l’alta dinoccolata indipendente), un po’ Dying for Sex (le due amiche che irridono medici e istituzioni), un po’ altre cose ricalcate – tra cui le migliori stand-up, che hanno talvolta detto più e meglio – attutiscono un’opera acerba, ma interessante.

28 ANNI DOPO – IL TEMPIO DELLE OSSA

Insomma, questa saga magnificamente (re)inventata da Alex Garland si sta rivelando più potente delle sue origini. Meno scintillante del precedente, il quarto capitolo contiene il budget, lavora sulla claustrofobia, indaga più la violenza tra uomini che la minaccia virale, con una svolta “medica” molto interessante. Nia DaCosta non fa rimpiangere gli eccessi postmodernisti di Boyle mentre la storia continua a esplorare la cultura britannica come deposito di idee, racconti, esperienze artistiche (qui la musica trionfa: indimenticabile il sabba di Ralph Fiennes su musica degli Iron Maiden). Forse troppo concentrato sulle gesta di acerbi “drughi” della post-Apocalisse, è comunque un episodio di passaggio, con sorpresa finale che rilancia per il terzo atto.

THE RIP – SOLDI SPORCHI

Ma quanto sanno essere anonimi e anodini i film internazionali di Netflix? Dopo un dicembre che avrebbe ammazzato un toro (con i mediocri Baumbach, Johnson, Berger), il 2026 si apre con uno dei polizieschi più spenti degli ultimi anni, capace di sprecare l’intero cast (Damon, Affleck, Taylor….). Senza nemmeno la scorza per essere davvero nera e dura, la vicenda di droga, refurtive, corruzioni galleggia in un atteggiamento rinunciatario e anestetizzato che mette malinconia per chi lo ha concepito e per chi lo ha imposto con queste caratteristiche. Va a fare buona compagnia a The Midnight Sky, a Wolfs, a The Gray Man, a Bird Box e altri titoli all-star delle piattaforme finiti nel cestone del dimenticatoio. Per fortuna che di tanto in tanto in streaming ci sono anche Bigelow, Soderbergh, McKay, Fincher….

IL FALSARIO

Ma quanto sanno essere anonimi e anodini i film italiani di Netflix? Sorrentino, a parte, Il divin codino, Yara, Nuovo Olimpo, L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, Il mio nome è Vendetta, Lo spietato fanno bella compagnia alla nuova fatica di Stefano Lodovichi. Si torna ai racconti ibridi tra crime e Storia, dove si intrecciano Banda della Magliana, Brigate Rosse, poteri occulti e tanto altro. Il protagonista avrebbe potuto garantire una riflessione sulla falsificazione come perenne identità italiana, ma si vola più basso: scanzonato quando dovrebbe essere umanamente serio e viceversa, Il falsario soffre di superficialità di scrittura e di attori poco credibili, a cominciare da Pietro Castellitto.

BLUE MOON

Uscito direttamente a noleggio sulle piattaforme, il nuovo Linklater è un atto unico organizzato in pochi metri quadri. Racconta la notte verbosa, alcolica, seducente e al contempo umiliante del compositore Lorenz Hart, mollato da Richard Rodgers in favore di Oscar Hammerstein, nel giorno del trionfo di Oklahoma!. Il dietro le quinte di un musical del 1943 diventa un veicolo per lo strepitoso Ethan Hawke (candidato all’Oscar) e per un one-man-show che valorizza lo script teatrale (nel senso migliore) di Robert Kaplow. Linklater sa perfettamente quando è necessario “fare bene le cose” senza mostrarsi: regia felpata, in sottrazione, a suo modo perfetta, per un film che magari gli appartiene solo in parte ma dove non rinuncia a dare il meglio. E la lunga scena Hawke/Qualley vale il noleggio.

BOTOLE CINEFILE

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi.

HIT MAN

Clamoroso trattato sull’identità contemporanea travestito da giallo-rosa. Le botole di Richard Linklater si aprono a ogni svolta fisiognomica del protagonista, fino a farci cascare dentro anche molti avveduti cinefili. Strepitoso come si parli di filosofia nei dialoghi, ma poi si scarti in maniera evidente il bric-à-brac continentale e diventare infine un vero saggio di riflessione analitica. Vertiginoso, divertentissimo, sexy, il film vale anche come opzione meta-cinematografica, ma quel che importa è la domanda esistenziale profonda: chi sei e a quale costo sei disposto a cambiare? Occhio al finale col sacchetto in testa: si sorride ma sarebbe meglio rimanere inorriditi, a dimostrazione della splendida ambiguità dei personaggi.

A QUIET PLACE – GIORNO 1

A Quiet Place: Giorno 1, la recensione | Darkside Cinema

Sorprendente sequel ben scritto e diretto da Michael Sarnoski, che per una buona mezz’ora sembra nascondersi dentro il ben noto meccanismo fanta-horror (attacchi di alieni animaleschi e silenzio come unica salvezza), e poi vira verso una malinconica ballata sulla morte della vecchia New York e l’addio alla comunità. E sebbene si debba sospendere l’incredulità molto ma molto intensamente (l’immortale gattino che sopravvive sott’acqua), non è questo che conta. Conta il mood, espressamente jazzy. Strepitosa (la scelta di) Lupita Nyong’o, che dopo Us amplia il ventaglio della sua “alterità horror”.

SBATTI IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA

Restaurato e immediatamente re-distribuito in prima visione, il lavoro meno “personale” di Marco Bellocchio (scritto con Goffredo Fofi a partire da una bozza di Sergio Donati) è tuttora un signor film: è vero che a impressionare di più è il clima d piombo che si respira dalle strade, dalle piazze, dai volti, ma sarebbe poco generoso buttare via l’indagine sul giornalismo bieco e schifoso della destra borghese. C’è aria di Petri, ma non è certo un difetto. Poi ovviamente è anche un tassello di Gian Maria Volonté come autore, poiché modella il suo personaggio dentro una galleria di rara coerenza e in un contesto di impegno civile oggi impossibile persino da immaginare.

FEDERER – GLI ULTIMI 12 GIORNI/JIM HENSON – IDEA MAN

Mettiamo insieme due documentari da piattaforma. Entrambi mediocri. Nel primo caso dobbiamo decidere quali occhiali indossare: da studioso di trasformazioni dei media, è interessante questa produzione sul passaggio (piccola morte?) del campione dalla carriera al post-carriera; dal punto di vista artistico, invece, il risultato è di rara pigrizia, fallendo persino l’obiettivo minimo del bromance tra Roger e Rafa, assai più riuscito nella realtà che sullo schermo. Nel caso del doc di Ron Howard invece l’interessantissimo materiale di partenza funziona nella ricostruzione della carriera di Henson e del sistema televisivo e cinematografico nel quale emerge, ma poi si (dis)perde nel biografismo più “pettinato” con interviste di atroce bruttezza.

SUGAR

Beh, se siete riusciti a non sapere nulla della serie, la sorpresa che si svela a un certo punto entra negli annali della serialità contemporanea (se qualcuno afferma di averlo immaginato in anticipo deve portare le prove scritte). Difficile parlarne senza fare spoiler. Diciamo allora che l’impianto neo-noir, sebbene appesantito dalle fighetterie in regia di Fernando Meirelles, fa perno sul personaggio principale e su un Colin Farrell in grado di esprimere alle perfezione le vulnerabilità del protagonista. La quota cinefila, espressa attraverso segmenti brevissimi di vecchi classici in B/N, per fortuna non irrita e – sempre alla luce del colpo di scena – diventa davvero curiosa per come viene giocata rispetto all’immaginario del detective.

IMMAGINI GLOBALI DALLA TERRA ALLA LUNA

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi.

APOLLO 10 1/2

Apollo 10 1/2: A Space Age Childhood - La recensione

Di nuovo alle prese con l’animazione al rotoscopio, l’impagabile Richard Linklater (che ancora gode di uno “scalino critico” più in basso di quel che merita) offre uno strepitoso catalogo di gioventù che si intreccia con la fantasia adolescenziale di un ragazzo che immagina di andare sulla Luna. L’intreccio sorprendente tra ucronia e nostalgia offre un impatto melanconico e umoristico di rara ispirazione, ma soprattutto la prima ora – dove lo srotolamento dei ricordi, degli oggetti, dei materiali mnestici diventa torrenziale – è grande cinema a tutti i livelli.

GLI AMORI DI SUZANNA ANDLER

Gli amori di Suzanna Andler - Film (2021) - MYmovies.it

Sul nuovo numero di Film TV (numero 16, 2022), l’amico Pietro Bianchi spiega dettagliatamente perché Benoit Jacquot è un signor cineasta. Letto tutto l’articolo, devo dargli ragione. Eppure ho fatto una enorme fatica a scalare questa montagna, pièce in unità di luogo tratta da uno scritto poi in parte ripudiato di Marguerite Duras. I tormenti, più che gli amori, di Suzanna sono tutti didascalici e i “récadrage” della messa in scena ovvii e noiosissimi, e il gioco delle parti – con sorprese – non è sorprendente. Abbiamo rimpianto La voce umana di Almodóvar.

C’MON C’MON

C'mon C'mon - Film (2021) - MYmovies.it

Qui c’è un bel problema di discorsi critico-estetici. Ovvero: questo è chiaramente un film hipster, modaiolo, furbastro, col bianco e nero fighetto, ecc ecc. Ma siamo certi che sia il giusto punto di vista? Quando diciamo che ormai il cinema “indie” è un genere, perché poi non lo giudichiamo con il metro del genere? Se nei film action ci sono gli inseguimenti e gli scontri, nel cinema “indie” c’è il bianco e nero, c’è Joaquin Phoenix, c’è la meta-riflessione sul documentario, c’è tutta questa roba qua. Quindi come “film di genere” C’mon C’mon funziona o no? Secondo me sì.

SUNDOWN

Sundown, in anteprima il trailer ufficiale del film con Tim Roth e  Charlotte Gainsbourg

Non ho ben capito perché Michel Franco sia così bersagliato. Di Nuevo Orden alcune recensioni non avevano nemmeno capito la trama della seconda parte del film, eppure era un (rozzo) esempio di pamhplet sulla simmetria del populismi dal basso e dall’alto con elementi intriganti di costruzione narrativa. Questa lenta disgregazione morale di un riccastro nella dark side di Acapulco è probabilmente un film di Ulrich Seidl senza la dimensione corporea e antropofagica del cineasta austriaco. Ma Franco continua ad essere un regista interessante e i suoi apologhi meritano una qualche riflessione.

CALIFORNIE

CALIFORNIE | Biglietti omaggio per il cinema Tibur di Roma - MovieDigger

Non ricordo un momento così ricco per il cinema italiano piccolo e piccolissimo quale quello degli ultimi anni. Anche Californie spicca in un panorama di micro-cinema di assoluto valore. La storia di una ragazza di origine marocchina, seguita dalla mdp per alcuni anni (dai 9 ai 14), in un impasto tra documentario e finzione, che per una volta è frutto di scelte lunghe e consapevoli, colpisce e commuove. Lo sbertucciato cinema del reale in verità continua a rivelarsi un caleidoscopio di progetti in cui convivono talvolta velleitarismi ma anche, come in questo caso, progetti intensi e riusciti.

UN FIGLIO

Un figlio (2019) di Mehdi Barsaoui - Recensione | Asbury Movies

La formula è quella “farhadiana” che sta diventano un modello: scelte drammatiche che mettono in conflitto il singolo e l’istituzione (o il dispositivo sociale) con svelamento progressivo di tracce oscurantiste nel vissuto dei protagonisti. Mehdi Barsaoui traspone la strategia nella Tunisia del 2011 – con tutto quel che comporta – e scolpisce un melodramma matarazziano raffreddato cui purtroppo manca proprio il coraggio di farsi fiammeggiante, rimanendo inchiodato nei moduli del cinema d’essai e del film “da discussione”. Peccato per Sami Bouajila, al solito enorme.

UNA MADRE, UNA FIGLIA

“Una madre, una figlia”, un film toccante su un legame sacro (e  indissolubile)

Scene di patriarcato in Ciad. Mahamat-Saleh Haroun racconta “femmine folli” orgogliosamente indipendenti in posti in cui sarebbe meglio non esserlo. La sottile linea tra “terzo cinema” didattico e cinema-cinema è risolta a favore di questo film grazie a elementi di pura messa in scena. Bastano l’inizio e la fine. La prima scena del lavoro manuale sulla gomma è strepitosa, materica, onesta. Il momento “revenge” è labirintico, duro, secco come il colpo del bastone che schiocca sulla testa. Qua e là poi le cose funzionano meno, ma con un atteggiamento cinematico di questo tipo perdoniamo tutto.

GRANCHIO NERO

Granchio nero (2022) - La recensione del film su CinemaLux

Action fantascientifico svedese con l’onnipresente e tostissima Noomi Rapace. Siamo in un futuro “ucrainizzato” con una guerra devastante che ha ridotto il Paese in macerie. Una combattente va in missione semi-suicida sui ghiacci con la speranza di incontrare la figlia strappata dagli invasori. Lasciando perdere ogni riflessione in materia, Adam Berg imbastisce un’avventura fin troppo lunga con alcune idee formidabili e con dignità assoluta per il genere europeo. Sia la guerriglia urbana sia la lunga parte su pattini sono da applausi. Poi sbraca, ma è un piacere (e in Italia si potrebbe fare?).

ANTIDISTURBIOS

Antidisturbios - Delitto e Castigo al TFF 2020 - ArteSettima

Arrivata a sorpresa su Disney+, la serie di Isabel Peña e Rodrigo Sorogoyen (sempre più interessante come autore contemporaneo) ha già fatto il pieno di elogi. Ci accodiamo, notando l’ossessione di Sorogoyen per la corruzione in Spagna, e notando come i problemi dei corpi di polizia – volgarmente, i celerini – siano simili dappertutto. Vincente l’idea di promuovere a protagonista una giovane donna (Vicky Luego, un grumo di bellezza e tensione), e vincente l’idea di guardare al vulcano sociale di oggi come a un conflitto tra persone troppo abituate a scontrarsi per capire il male che fanno ai presunti nemici. L’indagine convince meno dell’affresco ma è un dettaglio.