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Tag: Sean Baker

IL CINEMA DI NATALE 2025

LA MIA FAMIGLIA A TAIPEI

Scritto, co-prodotto e diretto da Shih-Ching Tsou – storica collaboratrice, attrice, co-autrice e co-produttrice di Sean Baker (qui a sua volta produttore, sceneggiatore, montatore) – il film va considerato non uno spin off del cinema bakeriano bensì una sua parte integrante. Sempre con lo spirito (quello originario) del film-making indipendente, Tsou mette in scena una curiosa e intensa storia di famiglia, che parte con la leggerezza di una commedia “far east” e si complica via via. Mostrando un’analisi tutt’altro che scontata della commercializzazione degli spazi antropici e della conseguente crisi delle relazioni e delle comunicazioni. Con il corpo (un ventre o una mano sinistra) sempre al centro di un discorso eminentemente politico.

NORIMBERGA

Non fate vedere questo film a scuola, se no diventano tutti nazisti. Si scherza macabro, ma non troppo. Perché il disastro di James Vanderbilt è totale e controproducente. Non bastasse una struttura narrativa schizofrenica (non si sa se è un dramma giudiziario, un affresco storico, un kammerspiel psicologico, un period drama pedagogico), e un miscasting quasi glorioso (Rami Malek in giubbotto dovrebbe essere candidato unico al Razzie Award), l’idea di rendere Goering un bad guy felino e carismatico supera ogni oscenità. Non parliamo poi delle allusioni al populismo contemporaneo, altrettanto abissali. Si tratta del classico monstrum progressista, un boomerang ideologico dovuto all’assenza di una qualsivoglia idea di cinema.

WAKE UP DEAD MAN: KNIVES OUT

L’unico modo di salvare il terzo episodio della trascurabile saga di Rian Johnson (ed è un modo talmente arzigogolato da rendersi improbabile) è immaginare che abbia simulato la rozza piattezza dei gialli per la televisione, iniettandovi divismo e entertainment cinematico da piattaforma per suggerire una meta-narrazione teorica. sul piccolo schermo. Anche fosse, non basterebbe a salvare un mistero stiracchiato, travestito da thriller progressista anti-trumpiano (che peraltro non riesce ad essere), da far rimpiangere persino il Branagh degli adattamenti da Agatha Christie (dove almeno c’è un po’ di amore “leggero” per la letteratura di genere). E qualcuno salvi da sé stesso Daniel Craig, alla ricerca del dopo-Bond attraverso mascherate stridenti e tic esasperati (sì, purtroppo ci riferiamo anche a Queer).

JAY KELLY

La dura verità che che Noah Baumbach non è mai stato un grande cineasta. Interessante nel periodo più commedico e verbocentrico insieme a Greta Gerwig, ha da tempo alzato senza successo l’asticella, passando da un progetto ambizioso all’altro ma con una concezione molto banale di “intensità” cinematografica. Qui abbiamo un ritratto di star interessante per gli studi accademici sull’aging del divismo, che mette sul piatto i suoi modelli scolastici (Il posto delle fragole e La dolce vita) e scivola lentamente in una parodia non si sa quanto volontaria. Interessante la prova di Clooney. che gioca tra testo e co-testo (Clooney gigioneggia perché il personaggio di piacione è ispirato proprio a un Clooney in versione gigioneggiante: labirintico). Ma poco altro – a parte Adam Sandler, la cui malinconia ormai trascende ogni script.

MONSIEUR AZNAVOUR

Grand public, come si dice in Francia. Ovvero un film di largo respiro per spettatori che non siano parigini snob interessati solo a Guiraudie, Lapid o Serra. La storia del grande cantante francese di origine armena si srotola in un contesto da “costumone” televisivo, contratto in poco più di due ore, dove Tahar Rahim fa il possibile – pur risultando davvero caricaturale nella prima parte (c’è un limite al mimetismo, come ben sa chiunque abbia tristemente assistito a Bohemian Rhaposody – povero Malik, quanti strali). Una cinefilia severa dovrebbe semplicemente far detonare le sale dove si proietta. Ma, visto che certi furori sono fuori moda e fuori scala, possiamo dire che – di fronte a certi orrori del biopic musicale contemporaneo (Back to Black, Whitney, Love & Mercy, Rocketman, Springsteen) – qui troviamo un po’ amore e un po’ di cultura musicale.

TONY, SHELLY E LA LUCE MAGICA

Il vero, grande film di Natale forse è questa animazione stop motion del regista ceco Filip Pošivač. Distribuito in poche sale, questo batuffolo semovente di cinema spartano si divora i Na’vi da 400 milioni di dollari e i pur divertenti animali della “zootopia” distopica Disney. Una storia di condominio e di paure infantili, dove programmaticamente si danno appuntamento il realismo renoiriano e la tradizione di Jiří Trnka, capaci di dialogare con l’infanzia e lasciare speranza senza nemmeno dover passare attraverso i traumi occulti di Selick o Gaiman. Tattile, scalare, osservativo e bozzettistico (nel senso migliore del termine, come quando lo si dice di Pagnol), Tony, Shelly e la luce magica mette insieme umiltà artistica e urgenza espressiva, binomio difficilissimo.

PLAYING GOD

Su Youtube fino all’11 gennaio è visibile il bellissimo corto di Matteo Burani e dello Studio Croma, finito a sorpresa (o forse non tanto) nella shortlist degli Oscar 2026. Si tratta di nove minuti strazianti e inquietanti che raccontano – ad altezza di statuina – la creazione di un personaggio da parte di un artefice in cerca di un piccolo Golem a lui gradito. La massa informe dei suoi “errori” vive in uno stato di pena dantesca e mugola di dolore, in attesa che qualcosa cambi. L’idea straordinaria è l’ispirazione proveniente dal Compianto sul Cristo Morto di Nicolò dell’Arca, di cui costituisce una specie di fantasioso e folle crito-film.

GIRO DI CINEMA TRA TERRA E CIELO

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi.

ANORA

Destrutturazione molecolare dei tre atti della commedia americana, il nuovo racconto americanologico di Sean Baker sceglie una traiettoria spiazzante e amorfa. La giuria di Cannes 2024, facendosi dire “non sarà troppo una Palma per questa commediola?” ha dato lezione di cinefilia, scoprendo la dimensione elitaria del gusto festivaliero. In verità si tratta – come ha detto Ilaria Feole e confermato da Baker – di Le notti di Cabiria meets John Hughes. E già questo basta, Ma in più abbiamo un’analisi di un sogno migratorio americano totalmente rovesciato, un’analisi dei rapporti di classe attraverso l’uso del corpo, e una disamina filosofica della distruzione della realtà illusoria (mai visto un personaggio ricondotto alla sua mediocrità quanto il protagonista). Sorprendente.

FLOW

FLOW - Un mondo da salvare 02 - Teodora Film

Che stagione per l’animazione (di tutti i tipo, si pensi solo a Invelle e Il robot selvaggio)! Il film di Gints Zilbalodis, senza dialoghi e senza esseri umani, può essere considerato un tempestivo racconto di abissalità naturale in epoca di panico climatico. E se il gattino protagonista riesce ad essere straordinariamente credibile nelle sue movenze, è invece in un’astrazione anti-mimetica che si nasconde il valore del film, a-temporale (quando è ambientato?) e universalistico (la solidarietà tra specie giunge attraverso una negoziazione tutt’altro che lineare con gli istinti). Eccezionali anche i piani-sequenza, per quanto animati, e la rappresentazione dell’acqua, che funziona sia come specchio sia come microcosmo di vita e di morte.

BERLINGUER

C’è chi ha citato il Rossellini didattico, per il nuovo lavoro di Segre. Non sapremmo se essere d’accordo (e magari con qualche dubbio storico su quel Rossellini), certo è che Berlinguer si gioca su una lotta sottilissima tra cinema e baratro del docu-drama televisivo stile RAI. Autore e sceneggiatore sono troppo intelligenti per cadere nel burrone, ma la dimensione pedagogica è talvolta così sottolineata da rischiare l’irritazione. L’altra battaglia – su come si lavora, oggi, con i materiali d’archivio nell’epoca in cui tutti lo fanno – è anch’essa al limite. Di fondo, un film sulla perdita: della sinistra, certo, ma anche di un intero sistema sociale, quasi da far sospettare che si rimpianga la separazione netta tra le classi e tra gli elettorati piuttosto che cantare la nostalgia dell’azione politica.

IL RAGAZZO DAI PANTALONI ROSA

Per fortuna che dietro la macchina da presa c’è una regista cinefila. Altrimenti questo sarebbe stata la solita lezione morale tratta dalla cronaca, con il ditino alzato e l’inutilità assoluta del parlare ai già convinti. Avendo invece trasformato la storia del protagonista in un coming-of-age adolescenziale tenero e stratificato (con suggestioni pop tra Harry Potter e il cinema alla Stand By Me), l’autrice ha buon gioco nel moltiplicare la virulenza del comportamento bullistico e l’insopportabilità della perdita. La cosa migliore, in fondo, non è tanto la denuncia della violenza quanto lo spreco irreparabile del potenziale umano e del futuro adulto, in particolare la fine del rapporto con l’amica del cuore, vero carburante emotivo del racconto.

QUI NON È HOLLYWOOD

Dopo tante polemiche inutili e infantili, il lavoro di Mezzapesa si rivela uno dei migliori true crime di questi anni. Non solo viene superato d’un balzo il malefico sensazionalismo delle docu-serie (come quella irricevibile su Yara), ma viene costruito anche una narrazione a mosaico abbastanza inedita – pochi hanno notato che i punti di vista diversi si passano il testimone mentre il racconto avanza cronologicamente (non è Rashomon, insomma). A parte i virtuosismi sceneggiatoriali, Qui non è Hollywood funziona – a dispetto del titolo – proprio perché è un po’ americano: quanti avrebbero lodato la disamina della provincia statunitense se al posto di Avetrana ci fosse stato un paesino della Louisiana o del Texas? Ecco, la stessa cosa – sul puritanesimo, la pochezza umana, il ruolo tossico della famiglia tradizionale, la perdita di punti di riferimento sociali – viene svolta qui.

PARIS, TEXAS

Wim Wenders è tornato. Gli ultimi tempi già segnati dal commovente Perfect Days e dal ritorno in sala di Il cielo sopra Berlino si arricchiscono del restauro (magnifico, e ve lo dice chi non è grande appassionato di colori in 4K) di Paris, Texas. Quel che allora era parso un racconto potente segnato da qualche dispersione, e da alcuni auto-compiacimenti in salsa shepardiana, mostra 40 anni dopo una limpidezza straordinaria, una trasparenza classica che lo sospinge verso la New Hollywood molto più che verso il cinema d’autore internazionale di oggi. E anche le rappresentazioni iper-realistiche del paesaggio USA, per quanto iconograficamente note, restano spettacolari e toccanti, quanto lo è Nastassja Kinski, di rara vulnerabilità.