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Tag: Sergei Loznitsa

POLITICHE DELLA CREAZIONE

HAMNET

Finta biografia del Bardo in favore della moglie Agnes, con annessa genesi di Amleto. Eguale e contraria a Emerald Fennell (che viene criticata per gli eccessi kitsch), Chloé Zhao suscita invece dubbi cinefili perché troppo midcult e pseudo-intellettuale. In verità, si tratta di una consapevolezza assoluta: la “strega” silvestre generata dal bosco e capace di vedere il futuro è madre di tutti, William compreso. Amleto è figlio di un autore che può generare arte solo prendendo le distanze dai buchi neri del lutto e dall’irrazionalità della foresta. Il buio e le latenze uterine vengono quindi riscattate dal teatro popolare e dal rito di piazza, dove si ristabilisce un ordine attraverso il sublime. Discorso molto più controverso e raffinato di quanto si crede.

IL MAGO DEL CREMLINO

Assayas non riesce a ritrovare il vigore storiografico di Carlos e re-interroga la storia contemporanea di nuovo “dalla parte dei cattivi” senza però trovare un cinema con cui parlare. Fiaccato da un impianto da film internazionale molto pesante e inverosimile, punta sulla pluri-autorialità (il testo di Da Empoli, la trasposizione di Carrère), sulla performance di attori mimetici, sull’inglese come esperanto di un discorso generale sul totalitarismo. Ma, oltre a un ripasso dell’ascesa di Putin, tutto sommato molto più spiazzante del suo presunto Rasputin (di cui ci vengono negate le azioni più significative), c’è poco e soprattutto non c’è uno sguardo meta-storico o un “racconto dei racconti” che offra di più di quel che già, purtroppo, sappiamo.

DUE PROCURATORI

Ancora la Russia, ma quella staliniana. Il potere centrale è lontano, eppure bastano le periferie del dispositivo e le architetture dell’apparato a dispiegare la forza tecnocratica della dittatura. Da una parte c’è il corpo segregato di chi viene punito e torturato per non essersi allineato; dall’altra c’è un giovane procuratore idealista che non ha capito dove si è arrestata l’utopia socialista. Loznitsa avanza implacabile nella visione kakfiana dello stalinismo, immergendo il protagonista in una grande, infinita anticamera della violenza statale – gestita attraverso lenti processi giuridici e interpretativi. Monumentale ancorché minimalista, è un film che non ha bisogno di alludere a nulla e che si spiega da solo, sia a livello formale sia a livello narrativo.

IL FILO DEL RICATTO

Tratto da una vera, incredibile vicenda di rapimento “in diretta” nell’America del 1977. Gus Van Sant lavora su una sceneggiatura pronta, ma fa sua una riflessione – ancora – sui margini degli Stati Uniti e sul populismo come chiave di volta in volta sana (rooseveltiana) o tossica (trumpiana, ante litteram in questo caso). Gonfio di premonizioni, dai mutui subprime agli effetti dei nuovi media, il film si gioca su quella strana coppia – rapitore e rapito – che sono collegati da un cavo di ferro, una specie di garrota ordita dal carnefice che, ben presto, scoprirà di esserne egli stesso simbolicamente imprigionato. Gli umori del cinema seventies (e in particolare Sidney Lumet), che l’autore conosce e cita, fanno il resto.

ELLA MCCAY

Ed è intimamente politica anche l’ultima fatica del grande vecchio James L. Brooks, alle prese con una storia di idealismo militante di una giovane governatrice. Capriana fino al midollo, la storia racconta di famiglie sostenute dalla forza femminile inter-generazionale, di mariti incapaci di reggere il successo della moglie, di un’America molecolare alle prese con gli “ultimi” dimenticati (compresi i bambini). Bridges fa un film di fantascienza (pur ambientandolo nel 2008), nascondendo dentro un intrattenimento leggero da Disney+ l’identikit dell’agenda democratica e dei futuri leader: non abbandonare il cittadino al populismo di destra ma garantirgli quello spazio di concreta utopia che, guarda un po’, a volte si realizza.

PILLION

Aria di “instant cult” per il racconto di queerness e BDSM di Harry Lighton. Funziona tutto: la fisicità autoironica di Alexander Skarsgard – che sembra uscito da Scorpio Rising -, la formazione cruda cui viene sottoposto Colin (esploratore goffo dei limiti del desiderio carnale, peraltro irrefrenabile), l’ironia delle pratiche di dominazione, l’ipocrisia delle famiglie aperte alla sessualità del figlio solo fino a quando ne approvano i findanzati, e in generale tutti i teneri corto circuiti della mascolinità. Vero, però, che – sebbene ci siano scene forti – Lighton resta molto attaccato a uno stile da sala d’essai, tenendo a bada il rischio di lasciar sbrigliare eros, mélo e corpi in maniera davvero “oscena” per puntare al bersaglio più borghese e meno arthouse. Capiremo tra un paio d’anni se avrà fatto bene e quanto ci ricorderemo di Pillion.

IL PIACERE DEL CINEMA E DELLE STORIE CHE CI RI-GUARDANO

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi. 

PLEASURE

Pleasure Trailer: Ninja Thyberg Skewers LA Porn Industry in Neon Film |  IndieWire

Molto chiacchierato fin dalla sua presentazione al Sundance, rilanciato dal Biografilm di Bologna e ora giunto in distribuzione esclusiva su MUBI, il film di Ninja Thyberg è dedicato al mondo del porno. Come se non esistessero le trasformazioni digitali e del porno amatoriale, la storia potrebbe essere serenamente ambientata anche 30 anni fa (esclusa la presenza dei social media). Il punto di vista che ci guida, come in tanti meta-film sul mondo dello spettacolo, è quello di una giovane donna in cerca di carriera. L’obiettivo è narrare i meccanismi di potere del set e del capitalismo pornografico, dove persino gli organi genitali sono power dress. Thyberg perde l’occasione per riflettere sull’immagine del corpo nel porno, tranne forse nella straordinaria sequenza dell’hard estremo dove due uomini, gentilissimi fuori scena, appena scatta il ciak la brutalizzano in tutti i modi. Se il porno è finzione attraverso la realtà organica, che cosa ne è dello stupro messo in scena attraverso l’umiliazione dell’attrice? Il consenso è sufficiente per evitare una violazione? Forse il porno ci sta parlando di #metoo? Avremmo voluto saperne di più.

HUSTLE

Hustle, il film più serio sul basket è quello con Adam Sandler | Wired  Italia

Il sottogenere “basketball movie” sfonda ovviamente porte aperte tra gli appassionati. Ma anche i cinefili apprezzano, anche perché ci si sono misurati autori come William Friedkin, Spike Lee, Steven Soderbergh. Ultimamente, anche grazie a serie e docu-serie di successo, l’elemento del capitalismo NBA e dei simboli della franchigia sono prevalenti. Unisce umanesimo americano e storia di redenzione il nuovo film “serio” con Adam Sandler, meno urticante di Uncut Gems (dove pure si parlava molto di basket, per traverso), ma con grandi opportunità recitative. Certo, il cliché del loser innamorato del gioco ben oltre l’avidità dei nuovi padroni, legato ai tycoon d’un tempo (fenomenale Robert Duvall), rappresenta un frappé di retorica quasi irricevibile. Ma c’è tanta roba che seduce, tanta passione, tanta sana malinconia, e alla fine – visto anche il livello medio dei lungometraggi Netflix – l’arresto e tiro entra nel canestro senza nemmeno l’aiuto del tabellone.

CHA CHA REAL SMOOTH

Cha Cha Real Smooth: The feel-good comedy that could be the crowd-pleasing  hit of the year | The Independent

Dopo aver acquisito, con lungimiranza, i diritti su Coda (poi premiato immeritatamente con l’Oscar) Apple+ sta alzando quantitativamente l’offerta e continua a pescare dal Sundance con il secondo film del giovanissimo Cooper Raiff. Regista, sceneggiatore e attore protagonista di questo tipico racconto di formazione sbilenco con elementi mumblecore, Raiff passa da next big thing a realtà presente. Che cosa distingue Cha Cha dall’over-produzione di storie d’amore malinconiche e imperfette di tanto cinema indie di questi anni? Assolutamente nulla. E allora perché funziona? Per la dedizione nel non concedere troppo alle aspettative feel good del pubblico, per la sottovalutata e bellissima Dakota Johnson, per un senso di inadeguatezza che salta fuori con minor packaging intellettuale di quello cui siamo abituati.

THE PRINCESS

THE PRINCESS (2022) UK Movie Trailer: Ed Perkins' Deep-dive Documentary on  Princess Diana | FilmBook

Lady D. Ancoraaaa? Ebbene sì. Ormai mitologema contemporaneo di una celebrity che evidentemente manca a molti e delinea ante litteram i processi mediali del presente, Diana Spencer è stata osservata in molti modi. Dopo il feroce racconto di esclusione di The Crown, dopo l’analisi interiore della clausura spazio-temporale di Spencer, The Princess lavora su un montaggio serratissimo di soli filmati editi. Potrebbe essere Asif Kapadia e invece è Ed Perkins. Lavoro d’archivio e di montaggio naturalmente da elogiare, ma il documentarista manca clamorosamente il bersaglio del significato. Il ronzio dei media intorno a Diana restituisce un’ossessione senza spiegarla, ci offre una goffaggine invece di un capro espiatorio, ci racconta di mostri che si mettono in posa, e mostra un’opinione pubblica pre-social network senza darle una soggettività. Quindi se vi chiedete che necessità c’è di un altro film su Diana, la risposta è una sola: only for fans.

MR. LANDSBERGIS

Recensione: Mr. Landsbergis - Cineuropa

Non so se Sergei Loznitsa possa essere ormai considerato il miglior documentarista vivente. Certo è che questo suo ultimo lavoro – presentato a Biografilm 2022 e si spera in futuro distribuito in qualche modo dalle nostre parti – ne conferma la forza impressionante. Le 4 ore che ricostruiscono meticolosamente il processo di indipendenza lituana dalla Russia sono eccezionali. Dire che sono tempestive sarebbe al tempo stesso vero e riduttivo. L’ossessione di Loznitsa intorno all’ex impero sovietico è palese, ma il modo di affrontarla (con un atteggiamento archivistico e militante, mix apparentemente impossibile) evita qualsiasi ambiguità. E così assistere a sequenze che al solo nominarle farebbero pensare al sonno istantaneo (lunghe discussioni tra partiti filo-sovietici e partiti indipendentisti del parlamento lituano: provate a proporre quest’ultima frase a un amico non cinefilo) diventa un’esperienza trascinante: la Storia, oltre le bombe, è ideologia che si nutre di burocrazia. La Lituania trionfa? Solo fino a ieri.