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Tag: Stefano Lodovichi

LINEE SOTTILI SOTTO LO SCHERMO

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi.

SIRAT

Quel famoso, sottilissimo filo tra capolavoro e nulla assoluto è il vero strapiombo su cui corre Oliver Laxe, più ancora dei camion dei raver sospesi sui crepacci. Mettiamola così: un film-performance, esperienziale, potente, talvolta traumatico che poggia su un bric-à-brac intellettualistico e spirituale di rara inconsistenza. Appare del tutto evidente che quello del galiziano è un cinema che punta al coinvolgimento fisico, che intuisce potenze visive e sensazioni audiovisive importanti, forse sconvolgenti. Dall’altra parte il tema apocalittico, l’addio all’antropocene, i copiosi riferimenti alla cultura islamica, i riferimenti a Friedkin e Miller sono davvero studenteschi. E sì, è possibile che il meglio e il peggio convivano in un solo film.

IL DONO PIÙ PREZIOSO

Cineasta prima sopravvalutato e poi sottovalutato fino all’oblio, Michel Hazanavicius ha una personalità forte e originale. Pochi avrebbero scommesso sul rilancio attraverso un cartone animato che rischiava il didascalismo da “giornata della memoria”. E invece, con il suo segno tremolante, i suoi riferimenti a una pittura semplice e materica, con la sua storia esemplare e commovente, con il suo profondo rispetto per le persone, Il dono più prezioso raggiunge il suo intento. Si segnalano almeno due scene: un bosco illuminato solo dalla luce delle sigarette dei soldati e una sparatoria fuori campo nella stamberga dei protagonisti, di fronte alla minaccia dei collaborazonisti antisemiti.

SORRY, BABY

Nessuno vuole sottovalutare l’esordio alla regia di Eva Victor. Personalità caustica e inclassificabile del contemporaneo (tra web e teatro), Victor sembra intercettare una sensibilità importante del femminismo post-woke, dove autoironia e decostruzione satirica dei sistemi binari del pensiero appaiono la cosa più vivace. Il film, che racconta un drammatico abuso in un college, troppo spesso però lavora sui cliché del cinema-Sundance, con una “traumedy” (traggo l’espressione) che gira intorno a quella cultura dello stupro che permea tanti dolorosi racconti di oggi. Un po’ Phoebe Waller-Bridge (l’alta dinoccolata indipendente), un po’ Dying for Sex (le due amiche che irridono medici e istituzioni), un po’ altre cose ricalcate – tra cui le migliori stand-up, che hanno talvolta detto più e meglio – attutiscono un’opera acerba, ma interessante.

28 ANNI DOPO – IL TEMPIO DELLE OSSA

Insomma, questa saga magnificamente (re)inventata da Alex Garland si sta rivelando più potente delle sue origini. Meno scintillante del precedente, il quarto capitolo contiene il budget, lavora sulla claustrofobia, indaga più la violenza tra uomini che la minaccia virale, con una svolta “medica” molto interessante. Nia DaCosta non fa rimpiangere gli eccessi postmodernisti di Boyle mentre la storia continua a esplorare la cultura britannica come deposito di idee, racconti, esperienze artistiche (qui la musica trionfa: indimenticabile il sabba di Ralph Fiennes su musica degli Iron Maiden). Forse troppo concentrato sulle gesta di acerbi “drughi” della post-Apocalisse, è comunque un episodio di passaggio, con sorpresa finale che rilancia per il terzo atto.

THE RIP – SOLDI SPORCHI

Ma quanto sanno essere anonimi e anodini i film internazionali di Netflix? Dopo un dicembre che avrebbe ammazzato un toro (con i mediocri Baumbach, Johnson, Berger), il 2026 si apre con uno dei polizieschi più spenti degli ultimi anni, capace di sprecare l’intero cast (Damon, Affleck, Taylor….). Senza nemmeno la scorza per essere davvero nera e dura, la vicenda di droga, refurtive, corruzioni galleggia in un atteggiamento rinunciatario e anestetizzato che mette malinconia per chi lo ha concepito e per chi lo ha imposto con queste caratteristiche. Va a fare buona compagnia a The Midnight Sky, a Wolfs, a The Gray Man, a Bird Box e altri titoli all-star delle piattaforme finiti nel cestone del dimenticatoio. Per fortuna che di tanto in tanto in streaming ci sono anche Bigelow, Soderbergh, McKay, Fincher….

IL FALSARIO

Ma quanto sanno essere anonimi e anodini i film italiani di Netflix? Sorrentino, a parte, Il divin codino, Yara, Nuovo Olimpo, L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, Il mio nome è Vendetta, Lo spietato fanno bella compagnia alla nuova fatica di Stefano Lodovichi. Si torna ai racconti ibridi tra crime e Storia, dove si intrecciano Banda della Magliana, Brigate Rosse, poteri occulti e tanto altro. Il protagonista avrebbe potuto garantire una riflessione sulla falsificazione come perenne identità italiana, ma si vola più basso: scanzonato quando dovrebbe essere umanamente serio e viceversa, Il falsario soffre di superficialità di scrittura e di attori poco credibili, a cominciare da Pietro Castellitto.

BLUE MOON

Uscito direttamente a noleggio sulle piattaforme, il nuovo Linklater è un atto unico organizzato in pochi metri quadri. Racconta la notte verbosa, alcolica, seducente e al contempo umiliante del compositore Lorenz Hart, mollato da Richard Rodgers in favore di Oscar Hammerstein, nel giorno del trionfo di Oklahoma!. Il dietro le quinte di un musical del 1943 diventa un veicolo per lo strepitoso Ethan Hawke (candidato all’Oscar) e per un one-man-show che valorizza lo script teatrale (nel senso migliore) di Robert Kaplow. Linklater sa perfettamente quando è necessario “fare bene le cose” senza mostrarsi: regia felpata, in sottrazione, a suo modo perfetta, per un film che magari gli appartiene solo in parte ma dove non rinuncia a dare il meglio. E la lunga scena Hawke/Qualley vale il noleggio.

CORPI ED EUFORIE NELLE RECENTI SERIE TV

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi.

EUPHORIA 2

Euphoria 2x07 - The Theater and It's Double | Recensione

Pur senza la carica pornografica e virulenta della prima stagione, la creatura di Sam Levinson (e Zendaya) continua a produrre ottima serialità. Lo slittamento frenetico tra teen drama, serie shock, crime (più sviluppato stavolta, e non a caso) e tossicità varie funziona con intermittenze sempre più studiate. Dal punto di vista narrativo trionfa il montaggio alternato corale, dal punto di vista stilistico ricompaiono – forse meno esibite – le acrobazie di camera work che avevano portato la prima stagione ad essere analizzate nelle aule universitarie e nelle scuole di cinema. Per il resto potremmo parlare per ore di colori, fotografia, fashion, makeup e del caleidoscopio visuale che fa la forza di Euphoria, ma ci limitiamo a segnalare le ultime due puntate, con uno spettacolo teatrale che moltiplica e porta a vertigine la materia del racconto. Nel mentre, scorrono a commento musicale le note di Ennio Morricone, Nino Rota, Francis Lai, Georges Delerue, e altre colonne sonore famose e meno famose, con ghiotta cinefilia e piacevoli spiazzamenti audio-sonori. Menzione d’onore alle formidabili Maud Apatow e Sydney Sweeney.

PAM & TOMMY

Pam & Tommy': Sebastian Stan Shares His Hesitations About Playing Tommy Lee

Quel che doveva essere e quel che è stato. Quel che doveva essere: un American Crime Story dedicato al sex scandal di Pamela Anderson e Tommy Lee, un’indagine sulle origini del voyerismo Internet, una riflessione sul mezzo audiovisivo e sul fandom, una storia andersoniana di dropout e di poveri diavoli americani, una radiografia della celebrity culture anni Novanta, un racconto vintage sulla cultura pop di fine secolo, un ritratto di Pamela come vittima di un sistema mediatico brutalmente maschilista. Quel che è stato: tutta questa roba ma confusissima, scritta in modo scriteriato, girata con totale discontinuità tra un episodio e l’altro, dispersiva e magmatica. Detto questo, mentiremmo se dicessimo che non ci siamo divertiti, soprattutto grazie a Lily James, generosissima. Curiosamente, la serie comincia apparentemente incendiaria dal punto di vista sessuale (con tanto di pene “parlante” di Tommy Lee) per finire castissima: il video incriminato è fuori campo, il seno di Pam sempre occultato, la pruderie in soffitta.

FEDELTÀ

Dove è stata girata Fedeltà: la casa e le location della nuova serie di  Netflix

Il partito del disastro ha già spernacchiato la serie tratta da Missiroli e diretta da Cipani e Molaioli. E infatti non si può certo affermare che sia una serie riuscita, ma di certo aveva un progetto produttivo piuttosto chiaro: adattare il romanzo in direzione Sfumature (meno eros e niente sadomaso, ovviamente, ma l’estetica e le musiche sono quelle lì) e parlare di coppie precarie con desideri inconfessabili a un pubblico di trenta-quarantenni. Per una volta, insomma, niente teen e niente fantasy (non è che le altre serie italiane su Netflix abbiano del resto brillato). Irrita la Milano dei loft, delle gallerie e dei bistrot intellettuali – simile a quella di Supereroi, che però era più imperdonabile – ma se si abbandonano un po’ di pretese e si guarda alla cosa senza aspettarsi più di tanto c’è di peggio (almeno per chi si nutre del plancton audiovisivo ogni giorno della sua vita e ne vede di tutti i colori). Bisogna poi ammettere che almeno Fedeltà non fa parte di quelle “fiction” che potremmo vedere sui canali generalisti, capitate per caso sulle piattaforme (strategia Prime Video).

L’AMICA GENIALE 3

L'amica geniale” 3, tutto quello che c'è da sapere sulla nuova stagione  della serie tratta dai romanzi di Elena Ferrante - Corriere.it

Terza stagione con un cambio importante in regia. Dopo Saverio Costanzo (che aveva anche compiti da showrunner) arriva Daniele Luchetti, che ha l’umiltà – e forse il mandato – di non modificare stile e impianto. Magari mancano i momenti più flagranti e stilosi, per esempio quelli delle puntate al mare realizzate da Alice Rohrwacher nella stagione 2, ma l’impianto regge, anche grazie a una direzione di cast molto attenta e a una ricostruzione storica che risente meno del solito della “rigatteria” da fiction Rai Uno. L’operazione ha sapore internazionale e così si spiegano i dialoghi crudi quanto nel romanzo e la scelta del sottotitolaggio, solitamente tabù per la prima serata della TV di Stato. In ogni caso la verità rimane sempre la stessa: mettere mano al fluviale romanzo in quattro parti di Elena Ferrante poteva essere una scelta suicida e un disastro annunciato, e invece si può affermare ormai che – giunti a una sola stagione dalla fine – L’amica geniale serie TV cade in piedi.

CHRISTIAN

Christian recensione: la nuova serie Sky Original con Edoardo Pesce e  Claudio Santamaria

Si è conclusa un po’ nell’anonimato della risposta critica e di pubblico questo interessante esperimento Sky. Tratta da una potente graphic novel di Mattotti e Piersanti, e diretta da un regista che sta caparbiamente cercando strade di genere atipiche in Italia (Stefano Lodovichi), la serie intreccia misticismo e suburra in un curioso mix tra violenza e miracoli probabilmente – fin dalle intenzioni – non lontano dalle atmosfere mainettiane. Edoardo Pesce e la conferma di un’ormai affermatissima Silvia D’Amico fungono da boa per l’impianto narrativo, che funziona a corrente alternata ma con una solidità estetica e diegetica innegabili. Manca forse l’elemento davvero sovvertitore, quell’andare fino in fondo che le serie italiane quality sembrano un po’ aver paura a mettere in atto (compresa la versione seriosa di questo: Il miracolo di Ammaniti, più a suo agio con l’ottimo Anna). Comunque, dal punto di vista industriale, è un bene la creazione di numerosi prototipi, segnale di curiosità non priva di qualche coraggio strategico.

“Il processo” e i patemi della fiction complessa

Si è molto parlato, in questi giorni, di Il processo, una serie italiana che avrebbe dovuto costituire un esperimento per Canale 5 (e per Mediaset): innalzare gradualmente la complessità narrativa e stilistica della fiction per mettersi in linea con la serialità contemporanea e con alcuni progressi in tal senso della RAI. Per farlo, sono state arruolate alcune eccellenze del campo, tra cui Alessandro Fabbri in sede di scrittura (praticamente una certezza). Ma anche Stefano Lodovichi alla regia è una scelta che va nella medesima direzione.

Diciamo “avrebbe dovuto” perché i risultati in termini di ascolti sono stati a dir poco tiepidi. L’esordio della serie, prodotta da Lucky Red con Fiction Mediaset, è stato seguito da 2 milioni 138mila spettatori, con il 10,2% di share. E la seconda puntata non ha cambiato la situazione, tanto che la rete ha ridotto le serate, compattando gli episodi. E qualcuno parla già di fallimento, di pubblico troppo conservatore e troppo popolare, che del resto non può essere sballottato – nella stessa linea editoriale – da Non è la D’Urso alla serialità para-Sky. Ora, chi ha visto i primi episodi ha notato, certo, un lavoro fine se paragonato ad altre fiction di Mediaset, ma ben lontano dalla qualità e dalla libertà anche morale delle fiction di Sky. E quindi se è vero (non lo sappiamo dire, sinceramente) che a tenere lontano il pubblico è stata la difficoltà del prodotto, c’è davvero da preoccuparsi sull’utenza di Canale 5.

In ogni caso, appare chiaro che la televisione free tradizionale sta giocando una partita molto complicata sui contenuti narrativi seriali, e chi si occupa (come chi scrive) principalmente di estetica degli audiovisivi e di riflessione valoriale tende sempre a valorizzare l’innovazione, magari a scapito di una comprensione più ampia dei fenomeni legati alle industrie culturali e alle logiche produttive che alternano prototipi e riduzione del rischio di impresa. Tuttavia, ci permettiamo di sperare che non si chiudano qui le esperienze più innovative di Mediaset (a proposito: su Mediaset Play la fruizione è piuttosto farraginosa e muoversi dentro il testo è complicato dalla pubblicità – inevitabilmente presente, ci mancherebbe – e dal sistema in generale. Anche qui serve più cura).