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Tag: Stéphane Demoustier

MITI RIVISITATI E ANGELI CADUTI

ROBIN HOOD – IL PREZZO DEL SANGUE

Con un clamoroso errore di scrittura alla base (il mito bugiardo di Robin Hood doveva evidentemente nascere a fine narrazione, non all’inizio), Michael Sarnoski – autore che abbiamo apprezzato di più in A Quiet Place – Giorno 1 – spreca alcune delle potenzialità ben presenti nella sua versione sul bandito di Sherwood. Limitando l’azione cruenta al primo atto, imbastisce – nei successivi due – una lunga quanto dilatata espiazione, che rimanda nemmeno troppo di nascosto a Logan (Hugh Jackman è uno degli attori più “intertestuali” che esistano). Si tratta di uno di quei film che escono con dignità da una serie di confronti d’immaginario di cui tuttavia non riescono a pareggiare la forza e la potenza.

LA FINE DI OAK STREET

Quarto titolo di una carriera lentissima, questo di David Robert Mitchell rischia di confermare il sospetto che si sia trattato di un autore da un solo squillo (It Follows). Curiosamente simile al simultaneo The Last House (si vede che è il momento delle famigliole di quartiere assediate da orrori fantasy), la scorribanda dinosaurica dentro Oak Street rappresenta un irritante ibrido di tendenze contemporanee. Quello più rovinoso è il côté nostalgico (lo spielberghismo sta diventando più nocivo del tarantinismo di fine anni Novanta). E anche gli spunti più originali – dall’inettitudine del protagonista maschile alla mescolanza di family e horror quasi alla Joe Dante – si negano e contraddicono uno dopo l’altro, come quando il treno arriva in stazione e cambia di continuo i binari facendoci traballare. I più ben disposti lo hanno trovato divertente per questo, noi molto meno.

A USEFUL GHOST

Disponibile su MUBI, il Grand Prix della Semaine de la Critique a Cannes 2025 è una bella sorpresa. L’idea di una donna morta per l’inquinamento che torna dal marito sotto forma di aspirapolvere è di per sé splendidamente surreale (specie se rappresentata come una sorta di pop art domestica). Ma anche il fatto che da melodramma coniugale e commedia assurda si giunga ad allegoria politica (tutt’altro che ingenua) funziona benissimo. Ratchapoom Boonbunchachoke parte dalla tradizione thailandese e crea una riflessione audiovisiva sulla polvere come segno del film: ciò che i potenti vorrebbero rimuovere — corpi queer e classe operaia, in primis — continua invece a depositarsi ovunque. Insomma un esordio felicemente anomalo, che talvolta sbanda e barcolla, e chi se ne importa. Avercene, di cotanta urgenza.

BORGO

In questa estate di blockbuster mitologici e supereroistici, un piccolo grande film avrebbe meritato molto di più. La storia di Melissa, guardia carceraria, arrivata in Corsica con la famiglia, permette di scoprire un far west italo-francese dove il confine tra sorveglianza, compromessi e malavita è molto poroso. Demoustier (già ottimo autore di Lo sconosciuto del Grande Arco) parte da un fatto di cronaca e costruisce un polar morale più che un semplice thriller. Forse è scontato che il vero carcere sia fuori: l’isola, i clan, il lavoro, il bisogno di protezione. Ma l’interpretazione in levare di Hafsia Herzi, giustamente premiata ai César 2025, colma in tensione corporea quel che il racconto concede in termini di prevedibilità. Da recuperare.

CAVALLI ELETTRICI

Ecco una dimostrazione di quanto sia complicato fare il neo-mélo(drammatico). Questo inedito arrivato su piattaforma con un paio d’anni di ritardo, e interpretato dalle rising star Jacob Elordi e Daisy Edgar Jones, ambisce ad essere un fiammeggiante melodramma queer ambientato negli anni Cinquanta di un’America truffaldina ed escludente. Se le progressive scoperte della propria sessualità da parte di due solitudini intriga proprio per il contesto inedito, lo sviluppo più “patemico” del racconto si perde in così tante sfocature da rendere scivoloso persino il progressismo di partenza. Ed è curioso come, in un film dove tutto è esplicitato (corpi compresi), la reticenza sui personaggi rimanga insormontabile. Riassumendo: un’opera sensibile e incompiuta, forse più interessante nelle sue crepe che nella sua nostalgia.

GOOD FORTUNE

Altro inedito (su Prime Video). Un angelo pasticcione, Gabriel, prova a redimere un gig worker in difficoltà scambiandogli la vita con quella di un ricchissimo venture capitalist. Idea-base eccezionale. Da una parodia (evidente) di Il cielo sopra Berlino nasce una parabola morale, travestita da commedia sociale e servita come una favola comica da crisi del lavoro. Aziz Ansari ritrova i suoi temi migliori — l’imbarazzo del pesce-fuor-d’acqua, la ricerca di senso, il rapporto tra comfort e decenza — ma li trascina lontano dai tormenti etnici di Master of None per farne una riflessione durissima sul capitalismo contemporaneo. Momenti irresistibili: il rovesciamento di La vita è meravigliosa di Frank Capra, la passione per il junk food dell’angelo incarnato, i giochi meta-attoriali (e meta-recitativi) di e su Rogen e Reeves.

COSMOGONIE E FINITUDINI

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi. 

STRANGER THINGS 5

Snervante e prolissa, la quinta e ultima stagione della creatura dei Duffer Brothers chiude arrancando. Da una parte la narrazione si è mostrata ormai rigidamente legata a un unico schema (momento di azione + momento di confronto confessionale tra due o più personaggi + montaggio parallelo tra protagonisti intenti a coordinarsi), ripetuto ad nauseam. Dall’altra l’enfatizzazione del lato fantasy blockbuster, sebbene intelligente dal punto di vista dell’immaginario industriale (e legata ai quasi 500 milioni di dollari di budget), riduce al minimo la densità pop iper-realista “eighties” delle prime stagioni. Per carità, è difficilissimo trasformare qualcosa di limitato, originale e compatto in una saga kolossal multistrato dalle ambizioni generazionali, ma le ultime due annate denunciano uno spread drammatico tra rumore comunicativo e cose da raccontare (il citazionismo trasformato rete di salvataggio). Detto questo, un’operazione che ha fatto un pezzo di storia dello streaming.

L’ACCIDENT DE PIANO

Ormai Quentin Dupieux non è più un piccolo segreto ben custodito al di fuori della Francia e dei festival. Sempre più cinefili e critici hanno capito che Mr. Oizo va preso molto sul serio, anche quando appare disarmante per passione demenziale e gusto del nonsense. Stavolta, però (il film è su MUBI), sebbene alcune risate a denti stretti emergano spontanee, l’orrore per il presente la fa da protagonista. Nella storia di una influencer masochista che sfrutta la tolleranza al dolore per un jeu de massacre contro sé stessa, in un tripudio di infelicità e misantropia, a sconvolgere è la controparte: un pubblico di alienati e mentecatti, un circondario di sottoposti gretti, una giornalista profittatrice e moralista, un mondo in generale ridotto al cinismo e alla solitudine. Un racconto morale, secondo una certa tendenza del cinema filosofico francofono, gestito tuttavia secondo i canoni dinamitardi del regista.

LO SCONOSCIUTO DEL GRANDE ARCO

L’anno inizia con un controcanto al The Brutalist di dodici mesi fa. Non un ritratto di un uomo ossessionato dal dramma del suo popolo e intenzionato a “brutalizzare” il capitalismo americano, ma un architetto nord europeo alle prese con un sogno artistico e geometrico in trasferta (la Défense) che diviene prigione psicologica. Tanto era fisico ed elettrico Toth, quanto è introverso e maniacale Johann Otto von Spreckelsen. Entrambi inseguono l’idea di una “ragione poetica” in grado di raccontare una nazione (qui più che altro una città-Stato come Parigi). Demoustier ha meno ambizioni di Corbet ma non meno acume nel riaprire il grande libro del rapporto cinema/architettura per inserirvi pagine sottili, curiose, avvincenti.

LA PICCOLA AMÉLIE

Difficile resistere a questa bambina tra i due e i tre anni, con un io narrante ingenuo e saggio al tempo stesso, portatrice di una bellezza fanciullesca che sarà anche “catchy” ma risulta straordinariamente empatica. Dalle pagine autobiografiche di Amélie Nothomb, un romanzo di formazione infantile piuttosto originale (la bimba che si pensa come Dio e si misura con la mortalità), che sa sfruttare il Giappone come un universo ad altezza di bambino. Non inganni la sensazione di calore e benevolenza talora eccessiva: tra le righe si parla di dolore, ferite di guerra, sradicamento esteriore e interiore, differenza tra classi (con un paio di momenti che ricordano Roma di Cuarón).

L’ALBERO DEGLI ZOCCOLI

Riedizione del capolavoro contadino di Ermanno Olmi, che torna in sala grazie al progetto 10 e Luce con cui Luce Cinecittà riporta nei cinema italiani alcuni grandi film che hanno fatto la storia della sua distribuzione. Da quest’opera nasceranno tre linee: quella più “magica” di Alice Rohrwacher, quella del “cinema materiale” di Giorgio Diritti e quella recente e “mélo” di Maura Delpero – ovviamente con le dovute differenze di carriere diseguali per durata. Olmi, nel raccontare il mondo arcaico della bergamasca a fine ‘800, compie un gesto di “cosmogonia del passato”, dove la narrazione si incarica di rispettare rigorosamente tempi e spazi che – da soli – dovranno poi “significare” il resto. Lo si è definito conservatore, cattolico, familista. In verità piaccia o non piaccia, L’albero degli zoccoli è una carta d’identità di rara precisione, dove la micro-storia famigliare e la macro-antropologia nazionale si fondono con grande trasparenza.

INCONTRI RAVVICINATI DEL TERZO TIPO

Esce via via in tutta Italia a gennaio il restauro 4K del capolavoro di Spielberg, distribuito dalla Cineteca di Bologna. Per quanti alieni – pacifici o bellicosi – abbiano nel tempo calcato la Terra del cinema (ultimi quelli di Pluribus), Close Encounters non perde un grammo della sua forza evocativa, della sua sospensione fantastica, delle sue attese messianiche. Storia di un’ossessione e di un’attesa, il film quasi quasi è oggi più trascinante come racconto di famiglie, comunità, persone in difficoltosa ricerca della felicità (in un altrove forse solo immaginato). In ogni caso, la celeberrima scena madre finale – con il meta-Truffaut a dirigere il set dello sbarco – mozza tuttora il fiato. Ogni tanto devi ascoltare: cinque note che ci fanno da monito per il nostro mondo sordamente in guerra.