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Tag: Steven Spielberg

COSMOGONIE E FINITUDINI

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi. 

STRANGER THINGS 5

Snervante e prolissa, la quinta e ultima stagione della creatura dei Duffer Brothers chiude arrancando. Da una parte la narrazione si è mostrata ormai rigidamente legata a un unico schema (momento di azione + momento di confronto confessionale tra due o più personaggi + montaggio parallelo tra protagonisti intenti a coordinarsi), ripetuto ad nauseam. Dall’altra l’enfatizzazione del lato fantasy blockbuster, sebbene intelligente dal punto di vista dell’immaginario industriale (e legata ai quasi 500 milioni di dollari di budget), riduce al minimo la densità pop iper-realista “eighties” delle prime stagioni. Per carità, è difficilissimo trasformare qualcosa di limitato, originale e compatto in una saga kolossal multistrato dalle ambizioni generazionali, ma le ultime due annate denunciano uno spread drammatico tra rumore comunicativo e cose da raccontare (il citazionismo trasformato rete di salvataggio). Detto questo, un’operazione che ha fatto un pezzo di storia dello streaming.

L’ACCIDENT DE PIANO

Ormai Quentin Dupieux non è più un piccolo segreto ben custodito al di fuori della Francia e dei festival. Sempre più cinefili e critici hanno capito che Mr. Oizo va preso molto sul serio, anche quando appare disarmante per passione demenziale e gusto del nonsense. Stavolta, però (il film è su MUBI), sebbene alcune risate a denti stretti emergano spontanee, l’orrore per il presente la fa da protagonista. Nella storia di una influencer masochista che sfrutta la tolleranza al dolore per un jeu de massacre contro sé stessa, in un tripudio di infelicità e misantropia, a sconvolgere è la controparte: un pubblico di alienati e mentecatti, un circondario di sottoposti gretti, una giornalista profittatrice e moralista, un mondo in generale ridotto al cinismo e alla solitudine. Un racconto morale, secondo una certa tendenza del cinema filosofico francofono, gestito tuttavia secondo i canoni dinamitardi del regista.

LO SCONOSCIUTO DEL GRANDE ARCO

L’anno inizia con un controcanto al The Brutalist di dodici mesi fa. Non un ritratto di un uomo ossessionato dal dramma del suo popolo e intenzionato a “brutalizzare” il capitalismo americano, ma un architetto nord europeo alle prese con un sogno artistico e geometrico in trasferta (la Défense) che diviene prigione psicologica. Tanto era fisico ed elettrico Toth, quanto è introverso e maniacale Johann Otto von Spreckelsen. Entrambi inseguono l’idea di una “ragione poetica” in grado di raccontare una nazione (qui più che altro una città-Stato come Parigi). Demoustier ha meno ambizioni di Corbet ma non meno acume nel riaprire il grande libro del rapporto cinema/architettura per inserirvi pagine sottili, curiose, avvincenti.

LA PICCOLA AMÉLIE

Difficile resistere a questa bambina tra i due e i tre anni, con un io narrante ingenuo e saggio al tempo stesso, portatrice di una bellezza fanciullesca che sarà anche “catchy” ma risulta straordinariamente empatica. Dalle pagine autobiografiche di Amélie Nothomb, un romanzo di formazione infantile piuttosto originale (la bimba che si pensa come Dio e si misura con la mortalità), che sa sfruttare il Giappone come un universo ad altezza di bambino. Non inganni la sensazione di calore e benevolenza talora eccessiva: tra le righe si parla di dolore, ferite di guerra, sradicamento esteriore e interiore, differenza tra classi (con un paio di momenti che ricordano Roma di Cuarón).

L’ALBERO DEGLI ZOCCOLI

Riedizione del capolavoro contadino di Ermanno Olmi, che torna in sala grazie al progetto 10 e Luce con cui Luce Cinecittà riporta nei cinema italiani alcuni grandi film che hanno fatto la storia della sua distribuzione. Da quest’opera nasceranno tre linee: quella più “magica” di Alice Rohrwacher, quella del “cinema materiale” di Giorgio Diritti e quella recente e “mélo” di Maura Delpero – ovviamente con le dovute differenze di carriere diseguali per durata. Olmi, nel raccontare il mondo arcaico della bergamasca a fine ‘800, compie un gesto di “cosmogonia del passato”, dove la narrazione si incarica di rispettare rigorosamente tempi e spazi che – da soli – dovranno poi “significare” il resto. Lo si è definito conservatore, cattolico, familista. In verità piaccia o non piaccia, L’albero degli zoccoli è una carta d’identità di rara precisione, dove la micro-storia famigliare e la macro-antropologia nazionale si fondono con grande trasparenza.

INCONTRI RAVVICINATI DEL TERZO TIPO

Esce via via in tutta Italia a gennaio il restauro 4K del capolavoro di Spielberg, distribuito dalla Cineteca di Bologna. Per quanti alieni – pacifici o bellicosi – abbiano nel tempo calcato la Terra del cinema (ultimi quelli di Pluribus), Close Encounters non perde un grammo della sua forza evocativa, della sua sospensione fantastica, delle sue attese messianiche. Storia di un’ossessione e di un’attesa, il film quasi quasi è oggi più trascinante come racconto di famiglie, comunità, persone in difficoltosa ricerca della felicità (in un altrove forse solo immaginato). In ogni caso, la celeberrima scena madre finale – con il meta-Truffaut a dirigere il set dello sbarco – mozza tuttora il fiato. Ogni tanto devi ascoltare: cinque note che ci fanno da monito per il nostro mondo sordamente in guerra.

AVVENTURE DEL PRESENTE E DEL FUTURO

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi. 

INDIANA JONES E IL QUADRANTE DEL DESTINO

Indy è una creatura di Lucas e Spielberg insieme: del primo l’amore per l’avventura esotica e i b-movies, del secondo il cinematismo spettacolare e teorico. I primi tre film sono indiscutibili, Il quarto venne concepito da Spielberg come un percorso alle origini e poesia dell’analogico e del set (con omaggio al cinema muto hollywoodiano, Douglas Fairbanks e Allan Dwan in testa). Il quinto, purtroppo, non ha alcun “partito preso”. L’assenza di Spielberg è insostenibile, e l’avventura digitale con de-aging dell’eroe priva di qualsiasi consapevolezza. L’affetto permette però di chiudere un occhio, Phoebe Waller-Bridge ipnotizza, la storia di Archimede ammirevolmente eccessiva. Ma ci voleva ben altro.

ANIMALI SELVATICI

Pur ammirato, Cristian Mungiu non viene ancora considerato – come dovrebbe essere – uno dei grandi maestri del contemporaneo (magari insieme agli altri talenti dell’onda rumena, tuttora in formissima). La sua allegoria d’Europa, raccontata in Transilvania, è anti-mélo (basta guardare all’uso contrappuntistico della colonna sonora di In the Mood for Love). Horror sociale e grottesco universale trovano un equilibrio formidabile: forse è questo il film che sarà il caso di rivedere tra molti anni per spiegare il populismo e la xenofobia che hanno divorato il Continente – insieme alla stupidità escludente delle élite. Senza lezioncine, peraltro, ma a colpi di immaginario cinematografico: “the village” nel post-comunismo sovranista.

RODEO

Piccolo proiettile cinefilo nascosto a Cannes 2022, il film di Lola Quivoron romba di famelica voglia di vita al femminile. La veloce e furiosa protagonista scuote alle fondamenta un mondo maschio di motori e asfalto che scotta. Non sapendo bene se rimanere alla cronaca fenomenologica o costruire un’avventura autoriale, la regista rischia di restare a mezza strada, optando per una svolta thriller/noir forse più adatta a una struttura seriale articolata. Ma l’impatto rimane (compresa una locandina che non sarebbe dispiaciuta a Ida Lupino e forse nemmeno a Russ Meyer).

BLACK MIRROR 6

Bisogna dare atto a Charlie Booker di aver perfettamente capito che il presente ha divorato il suo not-too-distant-future e, presone atto, di aver portato la sua creatura in altri lidi. Ma, già a partire da un primo episodio di sconcertante pigrizia (un ragionamento autoriflessivo su Netflix e i suoi paradossi algoritmici), presto si capisce che al massimo questo Black Mirror può ambire a spiegare la crisi della fantascienza contemporanea – crisi non particolarmente scossa dalle svolte horror di alcuni racconti. Per il resto, da un punto di vista tecnico delude anche la scrittura, con sceneggiature cui servivano varie altre stesure e finali incomprensibili o sbrigativi (episodio 3, forse il più interessante, rovinato). Fine corsa del progetto, a occhio.

QUESTO MONDO NON MI RENDERÀ CATTIVO

“Peccato”, verrebbe da dire in risposta al titolo. Un pizzico di cattiveria in più servirebbe a Zerocalcare, che è un “buono” intrappolato ormai in un’autofiction senza fine dentro la quale si lamenta ad nauseam di essere considerato un venduto o un privilegiato (cosa che dà vita a una serie di meta-meta-meta-riflessioni sul suo stesso essere insopportabilmente preoccupato della cosa). La verità è che la serie precedente – la “summa” del calcarismo for dummies – funzionava benissimo per la sua brevitas. Zero è un talento strepitoso nella costruzione di gag fulminanti e fulminee, nei confronti surreali da pochi secondi con la cultura pop, nello schizzare personaggi di quartiere umani e lunari. Non funzionano per niente invece la trama orizzontale, le paturnie di sinistra, l’indulgenza di cui sopra, e – diciamolo – anche il disegno, che sui 30 minuti diventa legnoso e monotono. Alla prossima.