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Tag: The Pitt

LA NATURA INCERTA DELLE SERIE

THE PITT 2

L’intensificazione “vorticista” della seconda stagione conferma l’assunto. The Pitt rappresenta una meta-serie perché sancisce la fine della corsa della serialità al nuovo, al prestigioso, al cinematico e al complesso (le quattro stelle polari della golden age contemporanea). Si prende l’impianto drammaturgico di E.R. (compreso uno degli attori pincipali), si recupera la struttura di 24, si irrobustisce il medical drama come genere eterno della TV, si esprime una critica sulle politiche sanitarie (e non solo) di oggi. Non serve altro – o meglio serve un’organizzazione produttiva e realizzativa di altissimo livello, dalla recitazione agli effetti visivi anatomici, ma questo è il professionismo HBO. Bravi tutti, che dire?

MARGO HA PROBLEMI DI SOLDI

David E. Kelley è un vero diavolo della serialità. Ha attraversato varie stagioni del piccolo schermo riuscendo a surfare tra old e new, tra broadcast e piattaforme, tra serie per anziani e serie per (più) giovani, tra gestione del nuovo “streaming stardom” e adattamento dei formati alle esigenze spettatoriali. E chi pensava che tutto sommato rimanesse comunque in un contesto “imbolsito”, si dovrà ricredere grazie alla freschezza di Margo. A parte il fatto che con questa Elle Fanning e questa Michelle Pfeiffer (eccezionali) potresti fare qualsiasi cosa, la serie vince la scommessa perché parla – in forma di dramedy – anche di gig economy, sex workers, puritanesimo, capitalismo, mascolinità e reti sociali, con una messa in scena pop e spassosa.

PARADISE 2

E alla fine, con qualche slittamento di scrittura e di wordl building, Dan Fogelman e i suoi sodali sono riusciti a rifare This Is Us in uno scenario post-atomico. Meno claustrofobico di Silo, meno junk di Fallout, meno serioso di The Last of Us – e ci fermiamo qui – l’ennesimo survival dopo la fine del mondo è diventato con la seconda stagione un family drama allargato (tra adozioni, madri e padri sparsi, comunità spurie e altre reinvenzioni sociali allegoriche). Il che porta anche Paradise – come tante serie di oggi – in un territorio ibrido tra prestige e onorevole atteggiamento generalista. Un colpo al cerchio e uno alla botte. Ma piacevole e intelligente – sempre che si riesca a sopportare uno dei commenti musicali più invadenti, monocordi e stucchevoli che si ricordino.

DTF – ST. LOUIS

Pur indebolita da un titolo cervellotico (e tutto sommato marginale rispetto alla storia narrata), la serie colpisce e ricalibra la scrittura sentimentale dello sceneggiatore/star Steven Conrad – pensiamo a film come La ricerca della felicità o Wonder – verso un racconto morale pieno di malessere. Difficile trovare una serie più triste e lancinante sulla tragicità dell’essere persone buone in un mondo ostile. Più di tutto funziona il cameratismo infantilmente omoerotico tra i due amici, raramente rappresentato altrove con questa originalità. L’involucro crime è probabilmente solo un grimaldello per posizionarsi al meglio nel consumo algoritmico, perché poi quando si entra in DTF c’è ben poco di prevedibile.

VLADIMIR

Una professoressa di college, con un matrimonio aperto e il campus schierato contro di lei, sviluppa un’ossessione per un nuovo collega. Con un formato da comedy e un atteggiamento di corrosione un po’ accademica (ricorda in parte I Love Dick), la serie deve tutto a Rachel Weisz, sempre sul filo tra controllo e auto-sabotaggio. Vladimir funziona bene quando esplora le fantasie sessuali senza vergogna, con tanta ironia, e dice qualcosa di non sciocco sulle regole del desiderio. Meno convincente la forma: si ha il sospetto che il kitsch non sia del tutto consapevole (tra i registi, però, gli esperti Pulcini e Berman sanno il fatto loro). Resta comunque un piccolo oggetto ambiguo: brillante, imbarazzante, cattivello al punto giusto.

SOMETHING VERY BAD IS GOING TO HAPPEN

Molte le oscillazioni della critica su questa serie horror (le serie horror sono davvero complicate, per un Mike Flanagan che ce l’ha fatta ci sono mille La storia di Lisey o Cabinet of Curiosities che è meglio dimenticare). La creatrice (Haley Z. Boston) è una giovane sceneggiatrice cui è stato dato spazio – anche dai Duffer Bros. come produttori – per divertirsi parecchio. C’è un po’ di tutto, dalle case nel bosco alle famiglie “american gothic”, dal paranormale all’elevated horror, da Charlie Kaufman alle leggende urbane, dai matrimoni di sangue a Poe. Proprio nell’accumulo e nell’ironia, oltre che nella protagonista ostile a rivestire il ruolo da scream queen, risiede il motivo di interesse.


LA CORNUCOPIA DEL CINEMA

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi. 

L’ANNO NUOVO CHE NON ARRIVA

Non ci sono più aggettivi per definire la cornucopia di autori provenienti dal cinema romeno. Curiosamente mancava il “grande film” su Timisoara. Ci prova l’esordiente Bogdan Mureșanu, e ci riesce, vincendo Orizzonti 2024. L’idea-chiave è raccontare la rivolta attraverso alcuni personaggi qualsiasi, con struttura a episodi vagamente intrecciati, che illumina le giornate di dicembre 1989 con gli strumenti della commedia nera. Più accessibile di Jude e forse anche di Mungiu, l’autore guarda a Monicelli, Scola e persino Lelouch (si veda l’uso del bolero finale), oscillando tra satira tagliente (basti pensare al tentato suicidio o alle letterina per Babbìo Natale) e sincera indignazione. Senza rinunciare a nessuna delle due.

PUT YOUR SOUL ON YOUR HAND AND WALK

Come fu per la Siria (conflitto dimenticato, e purtroppo cinema dimenticato) anche la tragedia di Gaza stimola forme stilistiche. Se La voce di Hind Rajab aveva spinto il doc nella finzione, rischiando, Sepideh Farsi lavora sugli schermi. Quello del tablet/smartphone è l’unico contatto possibile con una giornalista palestinese, l’unico possibile per vedere le sue foto e ascoltare la sua voce. Anche stavolta, la fine è purtroppo nota. Quella registrazione insiste a ricordarci che la morte dalle bombe arriva in mezzo secondo mentre le storie al cinema durano due ore con cui conosciamo vite intere, rimanendo sconcertati e annichiliti dal “the end”. Inquadrare uno schermo è questione di morale.

DIE MY LOVE

L’inizio è esaltante. Inquadratura fissa, una casa e i suoi fuori campo, una coppia e il suo futuro – sembra uno spin off di Here. E poi la musica urticante con cui i due segnano il territorio. E poi una pancia, e poi l’infanzia, anti-malickiana, perché in quella casa dentro la natura c’è soprattutto frustrazione. Dopo, però, Lynne Ramsay – pur mantenendo un interessante approccio al vetriolo, antifrastico e pieno di graffi – si adagia pian piano nell’ennesima lettura metaforica della depressione post parto e materna (da Baby Ruby a Nightbitch il cinema sembra solo sfiorarne il pozzo profondo), con un finale a dir poco irritante. Peccato per Jennifer Lawrence, scatenata (Robert Pattinson spaesatissimo, invece).

ZOOTROPOLIS 2

Byron Howard e Jared Bush tornano con un secondo episodio a distanza di anni – anche perché non era all’inizio evidentissimo quanto il capostipite avrebbe attecchito nell’affetto del pubblico. A Zootopia stavolta ci sono nuovi capri espiatori, anzi rettili espiatori, e la coppia Judy/Nick – sempre più buddy comedy – deve sbrigliare un nuovo complotto. Qua e là le esigenze di ricalcare il primo episodio (molto simile come struttura) frenano il potenziale, così come la quota action rischia di prevalere, ma il discorso anti-razzista e forse anti-trumpiano si staglia netto. Animazione di nitore impressionante, citazioni riuscite, e una qualche aria da Chinatown. Al proposito: non è Rango (strepitoso e poco ricordato) ma si gode comunque.

TRAIN DREAMS

Direttamente su Netflix arriva un “attenzionato” da Oscar: il western di Clint Bentley passato al Sundance. Un monumentale Joel Edgerton offre corporeità ed espressione all’uomo qualunque raccontato da Denis Johnson nel suo bellissimo romanzo, di cui Train Dreams è trasposizione temeraria. Proprio dal lato narrativo arrivano le cose migliori, per la voce fuori campo e la meditazione solitaria di un destino comune a tanti anti-eroi di frontiera d’inizio Novecento – in un’America sterminata, inospitale, durissima. Lo stile malickiano funziona meno, per un semplice fatto: non c’è Malick dietro la mdp. Nulla che 1883 di Taylor Sheridan non abbia raccontato alla grande, ma sicuramente dignitoso e profondo.

LA FEBBRE DELL’ORO

Sono passati cento anni ed è stupefacente osservare con questo restauro 4K la modernità irriducibile del Chaplin forse più sperimentale di sempre. Lo spiazzamento, ogni volta che si guarda The Gold Rush, è comprendere che si tratta principalmente di un dramma: è il Greed di Charlot. Ci sono avidità, violenza, pazzia. E c’è un survival dentro cui si sviluppa una passione romantica unilaterale e folle (si veda la sequenza in cui il vagabondo impazzisce di gioia perché pensa di aver ottenuto un appuntamento dall’amata: è il delirio). Poi – certo – ci sono le scene da antologia slapstick, la casa che penzola, la scarpa bollita, la danza delle forchette, e tutta la poesia chapliniana. Ma nulla pareggia la solitudine che esprime, dentro una struttura a tre atti decostruita dall’interno. Indimenticabile.

FINO ALLA FINE DEL MONDO

Nessuno ha mai visto davvero Fino alla fine del mondo (1991). La Director’s Cut restaurata in 4K, supervisionata dalla Wim Wenders Stiftung, che CG Entertainment porta nelle sale italiane, è la forma definitiva di quasi 5 ore. A distanza di oltre 30 anni, si capisce molto meglio la clamorosa lungimiranza di Wenders nel parlare di immagine elettronica. Non senza un certo afflato predicatorio (tipico del regista a cavallo tra Ottanta e Novanta, che oggi appare assolutamente perdonabile), il film assume in digitale (sbalorditivo, peraltro) una coerenza assoluta. Il rapporto tra road movie – paesaggio esterno – e registrazione dei sogni – paesaggio interiore – recupera un respiro perfetto, così come i personaggi (fin troppo ermetici nella versione di allora) ridiventano verticali. Una sfida alla pazienza? Sì, ma ripagata con gli interessi.

THE PITT

Che cosa chiediamo al medical drama? Domanda essenziale per capire che cosa fare di The Pitt. Da una parte non c’è nulla di nuovo: un pronto soccorso, ovviamente acqua alla gola, ovviamente sotto organico, ovviamente con mille problemi personali, ovviamente con casi bizzarri e pericolosi da affrontare. Dall’altra c’è un consapevole rapporto intertestuale con E.R. e su come rappresentare questi spazi da trincea del corpo ferito, c’è Noah Wyle che gioca con la sua storia, c’è una formula alla 24, quindi c’è un rapporto teorico con certa serialità Novanta/Duemila che diventa scuola estetica. E il mini-ciclo interno di episodi sulle vittime di un attacco terroristico è davvero mozzafiato.