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POLITICHE DELLA CREAZIONE

POLITICHE DELLA CREAZIONE

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HAMNET

Finta biografia del Bardo in favore della moglie Agnes, con annessa genesi di Amleto. Eguale e contraria a Emerald Fennell (che viene criticata per gli eccessi kitsch), Chloé Zhao suscita invece dubbi cinefili perché troppo midcult e pseudo-intellettuale. In verità, si tratta di una consapevolezza assoluta: la “strega” silvestre generata dal bosco e capace di vedere il futuro è madre di tutti, William compreso. Amleto è figlio di un autore che può generare arte solo prendendo le distanze dai buchi neri del lutto e dall’irrazionalità della foresta. Il buio e le latenze uterine vengono quindi riscattate dal teatro popolare e dal rito di piazza, dove si ristabilisce un ordine attraverso il sublime. Discorso molto più controverso e raffinato di quanto si crede.

IL MAGO DEL CREMLINO

Assayas non riesce a ritrovare il vigore storiografico di Carlos e re-interroga la storia contemporanea di nuovo “dalla parte dei cattivi” senza però trovare un cinema con cui parlare. Fiaccato da un impianto da film internazionale molto pesante e inverosimile, punta sulla pluri-autorialità (il testo di Da Empoli, la trasposizione di Carrère), sulla performance di attori mimetici, sull’inglese come esperanto di un discorso generale sul totalitarismo. Ma, oltre a un ripasso dell’ascesa di Putin, tutto sommato molto più spiazzante del suo presunto Rasputin (di cui ci vengono negate le azioni più significative), c’è poco e soprattutto non c’è uno sguardo meta-storico o un “racconto dei racconti” che offra di più di quel che già, purtroppo, sappiamo.

DUE PROCURATORI

Ancora la Russia, ma quella staliniana. Il potere centrale è lontano, eppure bastano le periferie del dispositivo e le architetture dell’apparato a dispiegare la forza tecnocratica della dittatura. Da una parte c’è il corpo segregato di chi viene punito e torturato per non essersi allineato; dall’altra c’è un giovane procuratore idealista che non ha capito dove si è arrestata l’utopia socialista. Loznitsa avanza implacabile nella visione kakfiana dello stalinismo, immergendo il protagonista in una grande, infinita anticamera della violenza statale – gestita attraverso lenti processi giuridici e interpretativi. Monumentale ancorché minimalista, è un film che non ha bisogno di alludere a nulla e che si spiega da solo, sia a livello formale sia a livello narrativo.

IL FILO DEL RICATTO

Tratto da una vera, incredibile vicenda di rapimento “in diretta” nell’America del 1977. Gus Van Sant lavora su una sceneggiatura pronta, ma fa sua una riflessione – ancora – sui margini degli Stati Uniti e sul populismo come chiave di volta in volta sana (rooseveltiana) o tossica (trumpiana, ante litteram in questo caso). Gonfio di premonizioni, dai mutui subprime agli effetti dei nuovi media, il film si gioca su quella strana coppia – rapitore e rapito – che sono collegati da un cavo di ferro, una specie di garrota ordita dal carnefice che, ben presto, scoprirà di esserne egli stesso simbolicamente imprigionato. Gli umori del cinema seventies (e in particolare Sidney Lumet), che l’autore conosce e cita, fanno il resto.

ELLA MCCAY

Ed è intimamente politica anche l’ultima fatica del grande vecchio James L. Brooks, alle prese con una storia di idealismo militante di una giovane governatrice. Capriana fino al midollo, la storia racconta di famiglie sostenute dalla forza femminile inter-generazionale, di mariti incapaci di reggere il successo della moglie, di un’America molecolare alle prese con gli “ultimi” dimenticati (compresi i bambini). Bridges fa un film di fantascienza (pur ambientandolo nel 2008), nascondendo dentro un intrattenimento leggero da Disney+ l’identikit dell’agenda democratica e dei futuri leader: non abbandonare il cittadino al populismo di destra ma garantirgli quello spazio di concreta utopia che, guarda un po’, a volte si realizza.

PILLION

Aria di “instant cult” per il racconto di queerness e BDSM di Harry Lighton. Funziona tutto: la fisicità autoironica di Alexander Skarsgard – che sembra uscito da Scorpio Rising -, la formazione cruda cui viene sottoposto Colin (esploratore goffo dei limiti del desiderio carnale, peraltro irrefrenabile), l’ironia delle pratiche di dominazione, l’ipocrisia delle famiglie aperte alla sessualità del figlio solo fino a quando ne approvano i findanzati, e in generale tutti i teneri corto circuiti della mascolinità. Vero, però, che – sebbene ci siano scene forti – Lighton resta molto attaccato a uno stile da sala d’essai, tenendo a bada il rischio di lasciar sbrigliare eros, mélo e corpi in maniera davvero “oscena” per puntare al bersaglio più borghese e meno arthouse. Capiremo tra un paio d’anni se avrà fatto bene e quanto ci ricorderemo di Pillion.