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Tag: Dominik Moll

CINE-EVOCAZIONI LAICHE

IL CASO 137

La grandezza nel cinema è nel suo contenere moltitudini. Dominik Mollè un autore ancorato alla cronaca, reale fino a farci sentire l’odore di un commissariato, capace di scavare i volti dei personaggi fino a coglierne un occhio arrossato dal sonno, implacabile come un’indagine burocratica. Ma lo “smargine” è il medesimo di un Bi Gan. Moll passa infatti dal fisico al metafisico, e lo fa attraverso il nitore, cosa che ben pochi registi sanno fare – magari accontentandosi del “limpido”. Moll avrebbe sprecato tutto se si fosse fermato al film di denuncia contro gli abusi della polizia. In verità, insieme al pur diversissimo France di Bruno Dumont, coglie in profondità lo spirito ferito di un Paese e dell’Europa intera, nei suoi fantasmi sociali, e soprattutto nella disperazione di uno sguardo perduto: testimoni oculari, telecamere di sorveglianza, negazioni della realtà fotografica, narrazioni del potere decise a negare la verità fattuale. Un grande ritratto politico del contemporaneo.

RESURRECTION

Requiem o resurrezione che sia, Bi Gan gioca con il post(u)moderno di un cinema che è divenuto tristemente (estetica della) rovina ma al tempo stesso assurge a memoria collettiva (un po’ come nel finale antologico di Babylon). Spingendo oltre ogni limite la riflessione di Léos Carax in Holy Motors e intrecciando la filosofia dell’immagine alla complicata storia della Cina, l’autore compie un gesto radicale ed eccezionale. E non molti si sono accorti che nello sviluppo dei tanti segmenti si nasconde anche una metamorfosi del linguaggio profondo del cinema: dal sistema delle attrazioni del cinema delle origini (di cui si simula anche la fantasticheria oppiacea) al cinema “del piano”, da una coscienza scolpita nel racconto nero anni Trenta al “millennium mambo” di fine secolo. Ogni età ha il suo modo di pensare attraverso la macchina da presa. Del resto siamo tutti mostri, vampiri, zombi, annunciati da un theremin in un kabinet delle figure di cera che si scioglie, o dentro una pellicola che brucia. Vampe di cinema, in un film che difficilmente si può dimenticare.

MICHAEL

La biografia di Jackson, artisticamente, non vale nulla (non so dire se meglio o peggio di apocalissi quali Bohemian Rhapsody, Whitney, Back to Black e altri). Però analiticamente diventa interessante. Tutto è un boomerang: l’elefante nella stanza della possibile pedofilia di Michael rende cringe tutte le sequenze con bambini (e animali e giocattoli), la rigida inespressività di Jaafar Jackson – peraltro ottimo performer – crea una situazione di doppelganger quasi lycnhiano (il vero Michael è nella Loggia?), e soprattutto la star sfruttata dall’avido e possessivo papà viene comunque “spoliata” post mortem da fratelli, nipoti, avvocati, produttori, con un’operazione che ha avuto bisogno di quattro montatori (famosi) per stare in piedi dopo uno slalom di autocensure, ripensamenti, tagli, cuciture. Un film-Frankenstein che non ci dà il piacere di esserlo consepevolmente e orgogliosamente. PS. è anche un remake di Barbie: un bambino poco cresciuto che deve uscire dalla stanza dei giochi ed entrare nel mondo reale. Barbie concludeva prendendo appuntamento dal ginecologo, Michael meglio non saperlo.

THE LONG WALK

Troppo tardi? O paradossalmente troppo presto rispetto all’involuzione tirannica USA? Fatto sta che il vecchio romanzo di Stephen King (il primo) si presta molto bene a raccontare una distopia (forse ucronia) limpida e sarcastica – basta pensare alla difficoltà della “marcia” di trasformarsi oggi in protesta. Tra la corsa illogica di Forrest Gump e gli Hunger Games (da cui trasloca anche l’anodino regista, Francis Lawrence), la maratona di morte pesca un po’ dappertutto ma spreca sia la sfida cinematografica (come riprendere un intero film in cui nessuno sta fermo?) sia la provocazione politica (annacquata in nome di una vaga solidarietà tra giovani).

LOVE ME TENDER

Non c’è dubbio che Canvet tenda a un certo schematismo di fondo. Il “cinema della separazione” ha talmente poche varianti – sebbene al contempo si offra come totalmente universale – che pretendere novità dalla drammatizzazione di avvocati, affidi, cinismi patriarcali, servizi sociali, sofferenze genitoriali suona irreale. Qui ci sono due elementi di interesse: il percorso di rivendicazione identitaria della madre e un finale che pochi altri film hanno osato. Il resto lo fa Vicky Krieps, che ovunque si trovi e qualunque lingua parli si carica sempre tutto sulle spalle con sfumature imprevedibili, aiutata per un pezzo di racconto da Monia Chokri, altrettanto generosa (guardate la scena in cui ammette di non apprezzare la coppia aperta e di come reagisce quando la compagna accetta).

AGNUS DEI

Meno pubblicizzato di qualche anno fa, il documentario italiano continua a offrire ottimi spunti. Lo sguardo contemplativo di Massimiliano Camaiti ci porta nei ritmi lenti ma implacabili del Monastero di Santa Cecilia, dove finiscono due agnellini per un’antica tradizione ecclesiastica (usare il loro vello, senza ucciderli, per confezionare un pallio). Scorrono insieme, dunque, un film sull’animalità (la storia comincia con il vero parto dell’agnello, con stile quasi “frammartiniano”) e uno sull’accudimento materno da parte di donne di religione private di quello stesso percorso biologico e personale. Ne esce un’opera quieta, frontale, sempre laica, che – dopo il passaggio a Venezia 2026 – toccherà poche ma fortunate sale.

FORME DEL CINEMA E CINEMA DELLE FORME

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi.

DON’T WORRY DARLING

Che il film rischi di essere ricordato più per le beghe sul set che per la sua intelligenza diventa una probabilità sempre più concreta. Olivia Wilde recupera da una parte il femminismo degli anni ’70 (La fabbrica delle mogli), dall’altra la sbornia dickiana degli anni ’90 (anche il Dick non ufficiale di The Truman Show o Pleasantville), e costruisce un meccanismo svelato fin dal trailer, con una spiegazione talmente insufficiente da far pensare all’assenza di una lettura attenta dello script. Al netto dei dubbi narrativi, è proprio la pochezza dell’apologo a sconcertare: si può essere nitidi fino al didascalico ma scommettere su un cinema audace e inquietante (Men per esempio), mentre qui lo zelo appare puerile e nemmeno la maestosa fotografia di Matthew Libatique riscatta il volo a planare.

ATHENA

Chi ha seguito la brillante carriera nel videoclip di Romain Gavras ne conosce il percorso nettamente autoriale, politico in un senso completamente diverso da quello che identifica il cinema del papà Costa. Anche con Athena (come in numerosi video musicali), Gavras costruisce lo scontro sociale come un’arena, formalizza il “film da banlieue” scartando il nefasto binomio “realismo contenutistico = pauperismo estetico”, e parte con un piano-sequenza ben più che virtuosistico – 11 minuti quasi epocali. Peccato che dopo tali premesse, la sfiducia nella scrittura e l’adesione al piano stilistico diventino cupe gabbie che sembrano smentire il partito preso: a che cosa ci serve il mélo famigliare se non esistono i personaggi? Siamo in un campo visuale nuovo o abbiamo bisogno del buon vecchio soggetto novecentesco? Amaro in bocca per l’occasione persa, ma guai a bocciarlo per i motivi sbagliati. Non è exploitation del subalterno.

TI MANGIO IL CUORE

Come sopra. Dobbiamo ancora rimproverare registi che stilizzano, che estetizzano, che lavorano sull’immagine? Questo dominio del realismo nell’attribuzione culturale del gusto in Italia è preoccupante. Mezzapesa ha fatto benissimo a innervare una storia vecchia come il mondo di un bianco e nero brillante (non tutti i bianco e nero lo sono, anche se pochi lo captano), di una concezione assai matura della messa in scena e dello spazio dell’inquadratura, e lavorando su una star musicale come Elodie senza ignorarne le caratteristiche che ne fanno un’icona pop aggiornata al contemporaneo. Certo, il tema non stupisce nessuno e la brutalità elisabettiana delle vendette incrociate ha avuto ampia cittadinanza nella recente serialità, eppure funziona. E se fosse semplicemente un buon film di genere?

I FIGLI DEGLI ALTRI

Un certo, recente, ingolfamento distributivo ha permesso anche al pubblico italiano di familiarizzare con Virginie Efira (tranne purtroppo Benedetta di Verhoeven, ancora inedito). Rebecca Zlotowski sapeva chiaramente quanto il film si giocasse sulla direzione degli attori. Efira e Roschdy Zem danno vita a due personaggi che necessitano di farsi corpo e carne della scrittura, per rendere possibile l’oscillazione tra melodramma trattenuto, woman movie, commedia romantica e cinema medio-autoriale su cui si fonda la riuscita. Efira, in particolare, è grande perché si presenta sempre con una trasparenza espressiva quasi profilmica, come se ne vedessimo in diretta la mattinata sul set: il volto si gonfia e si sgonfia, il corpo muta a seconda di come si sente, le espressioni passano dal giovanile allo sfiorito (e viceversa) in pochi minuti, la femminilità (e sessualità) vastissima che esprime gratifica e sorprende, superando i singoli titoli in cui compare, buoni (Tutti gli uomini di Victoria, Sybil, La doppia vita di Madeleine Collins) o meno buoni (Un amore all’altezza, 7 uomini a mollo).

LA NOTTE DEL 12

Ammetto di non aver mai dato troppo peso a Dominik Moll, specie dopo che l’ultimo – arzigogolato – Only the Animals non me lo aveva reso più simpatico rispetto ai poster anti-borghesi di Harry, un amico vero o Due volte lei – Lemming girati a inizio secolo. E invece con La notte del 12 realizza il suo miglior film: un’indagine senza uscita, tragica e faticosa, che nel corso del tempo, oltre alla frustrazione, fa emergere un intero sistema di rapporti sociali e di genere nella Francia contemporanea. Non lontano da Roubaix di Desplechin ma meno diviso in due, diverso dal somigliante Dürenmatt di La promessa, trova una compattezza eccezionale nel ritrarre una provincia nera, perduta, e un sistema di investigazione (soprattutto maschile) fatto di attese, giudizi errati, tenacia e scoppi di rabbia. E in fondo è una bella scommessa narrativa quella di fare un film compiuto e coerente dedicato a ciò che rimane infelicemente irrisolto nel mondo della giustizia e nella vita.

L’IMMENSITÀ

Rintanato per alcuni anni, Emanuele Crialese aveva fatto perdere le sue tracce. Eppure era considerato una promessa del cinema italiano, quello in grado di avere forza e distribuzione internazionale. Una certa tendenza al megafono stilistico (Respiro, Terraferma) aveva fatto storcere più di un naso, ma gli si perdonava l’indulgenza in cambio di immagini potentissime e di una politicità tutt’altro che superficiale (Nuovomondo è una delle relazioni più esplicite in assoluto sul rapporto tra migrazione in America e soluzione eugenetica del nuovo continente che cresce). In quel controllo fisico e medico a Ellis Island c’era già forse tutto della vicenda autobiografica dell’autore, che dopo 10 anni di silenzio ce la racconta meno indirettamente qui, con esiti che mostrano solo spettri e macchie ingrigite del talento che ammiravamo. C’è tutto il cinema-nostalgia italiano di questi anni, un frullatore di Virzì/Comencini/Giordana/Luchetti con alcune (poche) destrutturazioni interessanti e una scarsa valorizzazione di Penélope Cruz.

5 GIORNI AL MEMORIAL

Si torna a New Orleans, visto che il disastro dell’inondazione è diventato nel tempo uno dei più interessanti moltiplicatori di racconti americani, sia in letteratura (Zeitoun di Dave Eggers, per esempio), sia nella serialità (Treme). Questa volta è il turno di una delle “storie vere” più sconcertanti di quei folli giorni, ovvero la morte – forse per eutanasia coatta – di decine di pazienti in un ospedale ormai privo di cibo, acqua, energia. La serie ideata da Carlton Cuse e John Ridley per ABC e distribuita da Apple TV+ comincia benissimo e costruisce una suspense indagatoria innegabile, con lo sguardo dall’interno della clinica (pur ricorrendo a uno stile da televisione generalista a dir poco anti-storico). Poi prevale la scelta di raccontare un’indagine esterna che dovrebbe farci riprocessare le nostre convinzioni e lasciarci libertà di giudizio su un caso senza colpevoli. Ma un conto è coltivare dubbi e ambiguità, un conto è gestire una reticenza narrativa manipolatoria che lascia con un pugno di mosche in mano.