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I RISCHI DEL BINOCHISMO

Ci sono due film con Juliette Binoche in questo autunno. Uno è quello di Kore-eda, Le verità, presentato a Venezia; l’altro è Il mio profilo migliore, presentato al Biografilm di Bologna. In entrambi i casi la Binoche interpreta una donna abbastanza vicina alla sua vera età, alle prese nel primo caso con una madre troppo ingombrante e un marito non propriamente brillante; nel secondo con la delusione di un divorzio e di un desiderio non sopito, tanto da spingerla a fingersi giovane e attrarre un ragazzo in chat, per poi non sapere come mostrare il suo vero aspetto. Da ormai qualche anno la Binoche lavora su questi personaggi di donna abbandonata, insoddisfatta, ancora bellissima, con gli occhiali appoggiati sulla punta nel naso, vestita non particolarmente bene (infagottata, per lo più), qua e là travolta dalla passione sessuale ma alfine indifferente e sfiorita. Come nel mai abbastanza esecrato L’amore secondo Isabelle.

Sinceramente, in questa politica dell’attrice, non si sa bene che cosa dovrebbe saltare fuori, se non forse un modello forte per un certo target spettatoriale, o per un certo tipo di cinema francese medio. E già, perché mentre grattiamo sempre alla porta del grande cinema francese (che spesso, in media, è migliore del nostro, ma non di tantissimo), ci si accorge che i film più conservatori vengono da lì. E il “sistema del cinema francese” (esiste?) rischia di inghiottire o almeno piallare certi stili e certi spigoli. Con tutto il buon cuore, nessuno al mondo potrebbe riconoscere Kore-eda dietro la macchina da presa di Le verità, e lo si capisce proprio dal modo “standard” con cui mette in un angolo il personaggio della Binoche, ovviamente schiacciata (pare anche sul set) dalla preminenza di Catherine Deneuve – e anche qui ci sarebbe da capire per quanto tempo Deneuve può godere dello statuto che “ciò che è stata per il cinema francese” le garantisce: e una sana ribellione anti-divistica? No?

Cioè Kore-eda si francesizza ma nel modo in cui uno spettatore medio del cinema d’essai pensa che debba essere il cinema francese. Un cinema in cui la Binoche interpreta personaggi legati al corpo e alla passione erotica (anche nel pur ottimo Il gioco delle coppie di Assayas), ma dove il corpo di fatto è assente. O alluso. O in penombra. O sopportato. Come è forse giusto che sia, probabilmente. Ma non è, quello della Binoche, forse l’esempio stesso del cul-de-sac di certo cinema di qualità, quando racconta cinquantenni esibite in modo un po’ patetico, con un libro in mano e un calice di rosso sul tavolino, sole, sentimentalmente provate, alle prese con omuncoli immaturi? Non c’è altro destino che il binochismo per questo cinema che rischia di fiaccare anche grandi cineasti in trasferta?

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