
COYOTE VS ACME
Idea che circolava da tempo, ma mai realizzata: Willy il Coyote, stanco di essere massacrato da razzi, incudini e marchingegni difettosi, trascina finalmente in tribunale la multinazionale che ha sempre alimentato la sua sconfitta.
Il concetto è strepitoso perché prende alla lettera il “trauma comico” dei Looney Tunes: e se dietro il fallimento personale ci fosse una responsabilità industriale? Dave Green costruisce la parodia del “meta-property film”, usando un ibrido live action/animazione (non sempre perfetto tecnicamente) che passa dallo slapstick al legal movie, con Will Forte avvocato improbabile. Il film purtroppo non possiede l’anarchia artistica che avrebbe potuto avere nelle mani di Joe Dante (impossibile non pensare a lui durante la proiezione, per ovvi motivi). Però funziona, con un retrogusto politico facilotto, tanto quanto è più vertiginoso del previsto quello “pirandelliano” sui ruoli sociali.
SILENT FRIEND
Un vecchio ginkgo in un giardino botanico attraversa tre epoche: una studentessa nel 1908, un giovane nel 1972, un neuroscienziato di Hong Kong nel 2020, tutti chiamati a misurarsi con forme di vita che non parlano la nostra lingua.
Ildikó Enyedi – sempre più straordinaria – costruisce un film sull’ascolto prima ancora che sulla natura: arprisi ai corpi altrui e alle intelligenze non riconosciute, rifiutando le logiche e le gerarchie limitate della società. Per una volta un film che celebra la scienza come rischio e l’umanità come culla del sapere. Come soluzione rispetto all’odio e al sessismo. La struttura a trittico rischia il preziosismo, e invece trova spesso una grazia limpida, quasi musicale. Un inno (perdonate il termine retorico, ma questa volta ci sta) all’ascolto reciproco, dove il silenzio è la condizione perché qualcosa risponda. Tony Leung trionfa con la sua malinconia trattenuta in un cast sorprendente e infallibile.

KETTICÈ
In Ketticè Giovanni Tortorici torna all’adolescenza, sia pure con minorenni al posto del giovane adulto coi pugni in tasca di Diciannove. Siamo nella Palermo del 2012 e seguiamo la strana amicizia tra Giulio, sedicenne ricco e svuotato, e Ketty, ragazza di un altro mondo, tra microcar, canne, risse e social. Tutto il contrario, però, sia del cinema sociologico sulla gioventù (che i registi normalmente raccontano ignorandola), sia della parabola morale naturalista e “autentica” di certi garçons et les filles de leur âge da cinema francese. Tortorici piazza uno sguardo nudo, frontale, osserva ed estrae momenti privilegiati in un quotidiano inerte, insensato, senza risposte. Questo “realismo radicale” si compiace del proprio disordine? E chi se ne importa. Mettere insieme consacrazioni pasoliniane ed estetiche da fiction Mediaset è un’operazione spericolata e consapevole.
MAYDAY
Pilota americano in missione segreta durante la tarda Guerra fredda (1987) precipita dietro le linee nemiche e deve allearsi con un ex agente del KGB tanto eccentrico quanto imprevedibile. Daley e Goldstein costruiscono una commedia d’azione dichiaratamente rétro: un po’ buddy movie, un po’ parodia di certi titoli anti-sovietici dell’epoca, un po’ giocattolo anni Ottanta rimesso a nuovo per Apple TV. Registicamente i due sanno il fatto loro, come già dimostrato nell’ottimo Dungeons & Dragons – L’onore dei ladri. Ryan Reynolds fa Ryan Reynolds, con il suo repertorio. Branagh, più sorprendentemente, si diverte a sabotare la propria autorevolezza shakespeariana e a gestire la parte action (chi lo avrebbe detto). Quel che sconcerta è scoprire che, sotto valanghe di auto-ironia sulla cultura ottantesca e sulla sua spudorata propaganda, alla fin fine l’ideologia fa tutto il giro e le fanfare reaganiane tornano a suonare nel 2026. Mah.
THE RUNNER
Rara recensione di una sola parola: perché?
LEGENDS
Sarebbe un peccato non recuperare questa brillantissima serie inglese. Infatti, più che un altro crime sui narcos internazionali, Legends lavora bene sull’idea di identità come mestiere: doganieri comuni, non super-spie, addestrati a costruirsi una vita falsa per infiltrare i traffici di eroina nella Gran Bretagna dei primi anni Novanta (storia vera). Come noto, l’alias infiltrato pone suggestivi rimandi al tema della recitazione. Ogni racconto sugli infiltrati è un meta-racconto sull’arte attoriale. Liverpool, poi, è l’altro elemento vincente e più vivo della serie, con il suo orizzonte di quartieracci, periferia, criminalità, famiglie spezzate dalla droga, e un grigio sociale che entra nelle ossa. Privilegiando giustamente una tensione lenta, diremmo una suspense incagliata, Legends racconta il crimine come lavoro sporco e paura quotidiana. Corpi e volti perfetti (Tom Burke, Steve Coogan e soprattutto Hayley Squires).
TIP TOE
Torna, con tutto il suo ottimismo (è una battuta) Russell T Davies, uno dei migliori showrunner viventi. Se l’apocalittico e purtroppo profetico Years and Years giocava con la fantascienza sociale, qui a raggelare è il presente. La storia dell’imprenditore gay e del suo vicino della “nuova Inghilterra” nera, di Farage e degli arrabbiati, è destinata alla tragedia fin dal minuto uno – e questo, infatti, non è uno spoiler. Davies costruisce una sorta di thriller civile in cinque episodi, con l’accortezza di mescolare sgomento di fronte alla società contemporanea e andamento da comedy, sostenuto dall’incredibile Alan Cumming (sempre sia lodato). Un oggetto inquietante, forse persino necessario (ebbene sì): l’escalation col passo felpato dell’odio, quello che non sfonda subito la porta, ma prima chiede le chiavi.
