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Tag: John Francis Daley: Jonathan Goldstein

IL PRESENTE TRA ODIO E ASCOLTO

COYOTE VS ACME

Idea che circolava da tempo, ma mai realizzata: Willy il Coyote, stanco di essere massacrato da razzi, incudini e marchingegni difettosi, trascina finalmente in tribunale la multinazionale che ha sempre alimentato la sua sconfitta.
Il concetto è strepitoso perché prende alla lettera il “trauma comico” dei Looney Tunes: e se dietro il fallimento personale ci fosse una responsabilità industriale? Dave Green costruisce la parodia del “meta-property film”, usando un ibrido live action/animazione (non sempre perfetto tecnicamente) che passa dallo slapstick al legal movie, con Will Forte avvocato improbabile. Il film purtroppo non possiede l’anarchia artistica che avrebbe potuto avere nelle mani di Joe Dante (impossibile non pensare a lui durante la proiezione, per ovvi motivi). Però funziona, con un retrogusto politico facilotto, tanto quanto è più vertiginoso del previsto quello “pirandelliano” sui ruoli sociali.

SILENT FRIEND

Un vecchio ginkgo in un giardino botanico attraversa tre epoche: una studentessa nel 1908, un giovane nel 1972, un neuroscienziato di Hong Kong nel 2020, tutti chiamati a misurarsi con forme di vita che non parlano la nostra lingua.
Ildikó Enyedi – sempre più straordinaria – costruisce un film sull’ascolto prima ancora che sulla natura: arprisi ai corpi altrui e alle intelligenze non riconosciute, rifiutando le logiche e le gerarchie limitate della società. Per una volta un film che celebra la scienza come rischio e l’umanità come culla del sapere. Come soluzione rispetto all’odio e al sessismo. La struttura a trittico rischia il preziosismo, e invece trova spesso una grazia limpida, quasi musicale. Un inno (perdonate il termine retorico, ma questa volta ci sta) all’ascolto reciproco, dove il silenzio è la condizione perché qualcosa risponda. Tony Leung trionfa con la sua malinconia trattenuta in un cast sorprendente e infallibile.

KETTICÈ

In Ketticè Giovanni Tortorici torna all’adolescenza, sia pure con minorenni al posto del giovane adulto coi pugni in tasca di Diciannove. Siamo nella Palermo del 2012 e seguiamo la strana amicizia tra Giulio, sedicenne ricco e svuotato, e Ketty, ragazza di un altro mondo, tra microcar, canne, risse e social. Tutto il contrario, però, sia del cinema sociologico sulla gioventù (che i registi normalmente raccontano ignorandola), sia della parabola morale naturalista e “autentica” di certi garçons et les filles de leur âge da cinema francese. Tortorici piazza uno sguardo nudo, frontale, osserva ed estrae momenti privilegiati in un quotidiano inerte, insensato, senza risposte. Questo “realismo radicale” si compiace del proprio disordine? E chi se ne importa. Mettere insieme consacrazioni pasoliniane ed estetiche da fiction Mediaset è un’operazione spericolata e consapevole.

MAYDAY

Pilota americano in missione segreta durante la tarda Guerra fredda (1987) precipita dietro le linee nemiche e deve allearsi con un ex agente del KGB tanto eccentrico quanto imprevedibile. Daley e Goldstein costruiscono una commedia d’azione dichiaratamente rétro: un po’ buddy movie, un po’ parodia di certi titoli anti-sovietici dell’epoca, un po’ giocattolo anni Ottanta rimesso a nuovo per Apple TV. Registicamente i due sanno il fatto loro, come già dimostrato nell’ottimo Dungeons & Dragons – L’onore dei ladri. Ryan Reynolds fa Ryan Reynolds, con il suo repertorio. Branagh, più sorprendentemente, si diverte a sabotare la propria autorevolezza shakespeariana e a gestire la parte action (chi lo avrebbe detto). Quel che sconcerta è scoprire che, sotto valanghe di auto-ironia sulla cultura ottantesca e sulla sua spudorata propaganda, alla fin fine l’ideologia fa tutto il giro e le fanfare reaganiane tornano a suonare nel 2026. Mah.

THE RUNNER

Rara recensione di una sola parola: perché?

LEGENDS

Sarebbe un peccato non recuperare questa brillantissima serie inglese. Infatti, più che un altro crime sui narcos internazionali, Legends lavora bene sull’idea di identità come mestiere: doganieri comuni, non super-spie, addestrati a costruirsi una vita falsa per infiltrare i traffici di eroina nella Gran Bretagna dei primi anni Novanta (storia vera). Come noto, l’alias infiltrato pone suggestivi rimandi al tema della recitazione. Ogni racconto sugli infiltrati è un meta-racconto sull’arte attoriale. Liverpool, poi, è l’altro elemento vincente e più vivo della serie, con il suo orizzonte di quartieracci, periferia, criminalità, famiglie spezzate dalla droga, e un grigio sociale che entra nelle ossa. Privilegiando giustamente una tensione lenta, diremmo una suspense incagliata, Legends racconta il crimine come lavoro sporco e paura quotidiana. Corpi e volti perfetti (Tom Burke, Steve Coogan e soprattutto Hayley Squires).

TIP TOE

Torna, con tutto il suo ottimismo (è una battuta) Russell T Davies, uno dei migliori showrunner viventi. Se l’apocalittico e purtroppo profetico Years and Years giocava con la fantascienza sociale, qui a raggelare è il presente. La storia dell’imprenditore gay e del suo vicino della “nuova Inghilterra” nera, di Farage e degli arrabbiati, è destinata alla tragedia fin dal minuto uno – e questo, infatti, non è uno spoiler. Davies costruisce una sorta di thriller civile in cinque episodi, con l’accortezza di mescolare sgomento di fronte alla società contemporanea e andamento da comedy, sostenuto dall’incredibile Alan Cumming (sempre sia lodato). Un oggetto inquietante, forse persino necessario (ebbene sì): l’escalation col passo felpato dell’odio, quello che non sfonda subito la porta, ma prima chiede le chiavi.

FANTASIE REALI E REALISMI FANTASTICI

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi.

DUNGEONS & DRAGONS

Lo zero assoluto che ci si aspettava da questo A2 (film ad alto budget ma non colossale) è probabilmente stretto alleato dell’euforia che si prova una volta in sala. I meriti sono sostanzialmente due: le battute che i personaggi si fanno durante l’avventura sono – rarissima avis – divertenti davvero, anche per i non decerebrati; e quel che si chiede a un fantasy (ovvero la fantasia, elemento quant’altri mai ignorato) si squaderna con un numero di mostri, di freak, di animaletti, di strampalerie, oggetti surreali e organismi metamorfici tale da stupire senza saturare. Poi c’è Michelle Rodriguez, che altro aggiungere?

SUPER MARIO BROS. – IL FILM

Se vi aspettate un Lego Movie o un Ralph spaccatutto, cioè una cosa capace di riflettere sul gioco e sull’industria dei consumi, abbandonate la sala. Illumination e Nintendo sanno che cosa serve: caso mai un logo movie, un fan service di massa, dove rispettare al millimetro mitologia e temi, senza un guizzo, senza una trasformazione, senza un contropiede. Peccato, però, che anche la cosa che riesce meglio ai padri dei Minions (gag talmente accelerate e intensificate da ottundere i sensi) qui si faccia fatica a trovare. Però almeno sapete dove trovare dei buoni idraulici nei giorni festivi.

ÉL

Ci sono voluti 70 anni per veder distribuito in Italia il ritratto di psicopatologia ideato da un Luis Buñuel al suo meglio nel periodo messicano. Ne valeva la pena. Il restauro (faticoso, visto lo stato della copia, che qua e là mostra le sue rughe in modo commovente) ci restituisce una specie di thriller della gelosia dove fanno capolino le perversioni care al regista, a cominciare dal feticismo podologico. Un maschio tossico che ne annuncia mille altri, una società gretta e ipocritamente religiosa, la famiglia come trappola, e un lato hitchcockiano che saetta avanti e indietro dentro un bianco e nero corrusco. Imperdibile.

LEILA E I SUOI FRATELLI

Il cinema iraniano sta di nuovo benissimo, anche se ovviamente soffre dentro una società soffocata dall’oscurantismo governativo. Saeed Roustayi taglia a strati con il coltello l’intreccio insolubile di tradizioni simboliche (più sociali che religiose, a ben vedere) e ricerca della sopravvivenza. La fratellanza in una famiglia dove il dinamismo è tutto dell’unica figlia donna è al tempo stesso un intrico e un melodramma, che Roustayi affronta in modo fluviale con quasi tre ore di dialoghi e confronti serrati – e con una macrosequenza di matrimonio di feroce satira monicelliana. Manca la lucidità teorica di Farhadi ma non se ne può fare una colpa.

L’APPUNTAMENTO

Sarajevo 2022, le ferite di guerra si insinuano persino dentro uno speed date che dovrebbe rimuoverle. Ma cosa succede se trovate un cecchino dall’altra parte del tavolo? La regista macedone Teona Strugar Mitevska costruisce un processo storico in una sola stanzona (squallida) dove le fantasie di distruzione e quelle di riconciliazione si attraggono e respingono come amanti fatti di mercurio. Le macerie sembrano vincere anche quando un sorriso amaro prevale, chissà. Troppe allegorie, troppi assoli, ma il messaggio (ebbene sì, il messaggio) arriva forte e non semplificato.

SCIAME

Donald Glover colpisce ancora. Appena abbandonata la comedy più inquietante di sempre (Atlanta), si infila in un ritratto mostruoso d’America, girato in pellicola e talmente crudo da ricordare John McNaughton. Eppure, in mezzo alla scia di sangue pitturata da una fan troppo zelante, si infiltrano massicce dosi di ironia, vere e proprie scosse elettriche di linguaggio indefinito, che sono la ragion d’essere di Glover – anche in fondo nella versione “Gambino”. Citiamo anche una meravigliosa Billie Eilish, dentro un episodio che è forse la scatola nera del tutto: e se l’America fosse una setta diventata nazione?