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Tag: Giovanni Tortorici

IL PRESENTE TRA ODIO E ASCOLTO

COYOTE VS ACME

Idea che circolava da tempo, ma mai realizzata: Willy il Coyote, stanco di essere massacrato da razzi, incudini e marchingegni difettosi, trascina finalmente in tribunale la multinazionale che ha sempre alimentato la sua sconfitta.
Il concetto è strepitoso perché prende alla lettera il “trauma comico” dei Looney Tunes: e se dietro il fallimento personale ci fosse una responsabilità industriale? Dave Green costruisce la parodia del “meta-property film”, usando un ibrido live action/animazione (non sempre perfetto tecnicamente) che passa dallo slapstick al legal movie, con Will Forte avvocato improbabile. Il film purtroppo non possiede l’anarchia artistica che avrebbe potuto avere nelle mani di Joe Dante (impossibile non pensare a lui durante la proiezione, per ovvi motivi). Però funziona, con un retrogusto politico facilotto, tanto quanto è più vertiginoso del previsto quello “pirandelliano” sui ruoli sociali.

SILENT FRIEND

Un vecchio ginkgo in un giardino botanico attraversa tre epoche: una studentessa nel 1908, un giovane nel 1972, un neuroscienziato di Hong Kong nel 2020, tutti chiamati a misurarsi con forme di vita che non parlano la nostra lingua.
Ildikó Enyedi – sempre più straordinaria – costruisce un film sull’ascolto prima ancora che sulla natura: arprisi ai corpi altrui e alle intelligenze non riconosciute, rifiutando le logiche e le gerarchie limitate della società. Per una volta un film che celebra la scienza come rischio e l’umanità come culla del sapere. Come soluzione rispetto all’odio e al sessismo. La struttura a trittico rischia il preziosismo, e invece trova spesso una grazia limpida, quasi musicale. Un inno (perdonate il termine retorico, ma questa volta ci sta) all’ascolto reciproco, dove il silenzio è la condizione perché qualcosa risponda. Tony Leung trionfa con la sua malinconia trattenuta in un cast sorprendente e infallibile.

KETTICÈ

In Ketticè Giovanni Tortorici torna all’adolescenza, sia pure con minorenni al posto del giovane adulto coi pugni in tasca di Diciannove. Siamo nella Palermo del 2012 e seguiamo la strana amicizia tra Giulio, sedicenne ricco e svuotato, e Ketty, ragazza di un altro mondo, tra microcar, canne, risse e social. Tutto il contrario, però, sia del cinema sociologico sulla gioventù (che i registi normalmente raccontano ignorandola), sia della parabola morale naturalista e “autentica” di certi garçons et les filles de leur âge da cinema francese. Tortorici piazza uno sguardo nudo, frontale, osserva ed estrae momenti privilegiati in un quotidiano inerte, insensato, senza risposte. Questo “realismo radicale” si compiace del proprio disordine? E chi se ne importa. Mettere insieme consacrazioni pasoliniane ed estetiche da fiction Mediaset è un’operazione spericolata e consapevole.

MAYDAY

Pilota americano in missione segreta durante la tarda Guerra fredda (1987) precipita dietro le linee nemiche e deve allearsi con un ex agente del KGB tanto eccentrico quanto imprevedibile. Daley e Goldstein costruiscono una commedia d’azione dichiaratamente rétro: un po’ buddy movie, un po’ parodia di certi titoli anti-sovietici dell’epoca, un po’ giocattolo anni Ottanta rimesso a nuovo per Apple TV. Registicamente i due sanno il fatto loro, come già dimostrato nell’ottimo Dungeons & Dragons – L’onore dei ladri. Ryan Reynolds fa Ryan Reynolds, con il suo repertorio. Branagh, più sorprendentemente, si diverte a sabotare la propria autorevolezza shakespeariana e a gestire la parte action (chi lo avrebbe detto). Quel che sconcerta è scoprire che, sotto valanghe di auto-ironia sulla cultura ottantesca e sulla sua spudorata propaganda, alla fin fine l’ideologia fa tutto il giro e le fanfare reaganiane tornano a suonare nel 2026. Mah.

THE RUNNER

Rara recensione di una sola parola: perché?

LEGENDS

Sarebbe un peccato non recuperare questa brillantissima serie inglese. Infatti, più che un altro crime sui narcos internazionali, Legends lavora bene sull’idea di identità come mestiere: doganieri comuni, non super-spie, addestrati a costruirsi una vita falsa per infiltrare i traffici di eroina nella Gran Bretagna dei primi anni Novanta (storia vera). Come noto, l’alias infiltrato pone suggestivi rimandi al tema della recitazione. Ogni racconto sugli infiltrati è un meta-racconto sull’arte attoriale. Liverpool, poi, è l’altro elemento vincente e più vivo della serie, con il suo orizzonte di quartieracci, periferia, criminalità, famiglie spezzate dalla droga, e un grigio sociale che entra nelle ossa. Privilegiando giustamente una tensione lenta, diremmo una suspense incagliata, Legends racconta il crimine come lavoro sporco e paura quotidiana. Corpi e volti perfetti (Tom Burke, Steve Coogan e soprattutto Hayley Squires).

TIP TOE

Torna, con tutto il suo ottimismo (è una battuta) Russell T Davies, uno dei migliori showrunner viventi. Se l’apocalittico e purtroppo profetico Years and Years giocava con la fantascienza sociale, qui a raggelare è il presente. La storia dell’imprenditore gay e del suo vicino della “nuova Inghilterra” nera, di Farage e degli arrabbiati, è destinata alla tragedia fin dal minuto uno – e questo, infatti, non è uno spoiler. Davies costruisce una sorta di thriller civile in cinque episodi, con l’accortezza di mescolare sgomento di fronte alla società contemporanea e andamento da comedy, sostenuto dall’incredibile Alan Cumming (sempre sia lodato). Un oggetto inquietante, forse persino necessario (ebbene sì): l’escalation col passo felpato dell’odio, quello che non sfonda subito la porta, ma prima chiede le chiavi.

ERESIA E SACRALITÀ DELLE IMMAGINI

Come di consueto la rubrica “In poche righe” affronta alcuni film e serie TV attraverso rapidi lampi critico-interpretativi. 

IL SEME DEL FICO SACRO

Non mentiamo: la paura di trovarsi di fronte a un tipico film-ricatto (opera mediocre ma realizzata da un autore coraggioso perseguitato dal regime e dunque impossibile da criticare) c’era. E la sensazione di schematismo emerge qua e là fino a metà racconto, poi nell’ultima ora Rasoulof scatena un cinema di rara e immaginifica potenza, spazzando via ogni dubbio. Pescando sia dal cinema della paranoia americana degli anni ’70 (sembra quasi di vedere Pakula o il Coppola di La conversazione) sia dal cinema politico di Güney o Panahi, l’autore iraniano inventa una prigione di famiglia patriarcale e un labirinto a cielo aperto che lasciano di stucco. Senza dimenticare che è anche un grande meta-film su quali scelte di set si possono fare quando si gira clandestinamente.

DICIANNOVE

Sorprendente ed elettrico esordio di Giovanni Tortorici, da cui attendersi parecchio in futuro. Storia imprevedibile di un giovane “alieno al suo tempo”, irritato dall’intera eredità del Novecento e in cerca di solidi approdi morali nell’italianistica storica. Le parole e ciò che designano, oscillando tra il Trecento e la trap, sono la materia con la quale l’autore ritrae un ragazzo fragilissimo e arrogante, aperto alla vita ma chiuso alle relazioni codificate. Parente un po’ morboso del coetaneo di Troppo azzurro, Leonardo conquista per autenticità e isteria, una specie di hikikomori siciliano in trasferta a Siena. La somiglianza dell’attore con Lou Castel è un indizio, lo scarso amore del personaggio per Pasolini una falsa pista che dice il contrario. Il coming of age è scomposto (durava tre ore e 40, Tortorici lo ha tagliato a 1 ora e 45 facendo esplodere rigeneranti ellissi e squilibri divertenti) ma lucidissimo.

FOLLEMENTE

Da una parte bisogna ammirarlo, Paolo Genovese. Da una parte non ha paura di copiare di sana pianta (da Inside Out), confermando l’insopprimibile natura bis e artigianale del nostro cinema, dall’altra riesce nuovamente a creare un prototipo di successo esportabile e vendibile come format. Tolti i panni degli analisti industriali, però, le belle notizie finiscono qui. La coppia uomo/donna obbedisce a stereotipi conservatori e ovvietà da Maria De Filippi, i meccanismi maschilisti e i bias non si contano (è sempre la donna in fondo ad adattarsi: all’uomo più vecchio, al calcio su DAZN, all’eiaculazione precoce, alla sua figlia capricciosa) mentre i personaggi mentali rappresentano un immaginario medievale – oltre che, per i maschietti, simile a una RSA. Un film brutalmente binario, per un’Italia sentimentale che osserva sé stessa avulsa dalla società e immutabile (confrontare Follemente con la coppia di Dieci capodanni per misurare il disagio).

A REAL PAIN

Gli americani in Europa devono misurare sé stessi a lo stato della nazione, come chiarito da Eastwood nel suo rosselliniano Ore 15:17. I due cugini ebrei statunitensi, uno più incasinato dell’altro, alle prese con la memoria della Shoah durante un viaggio in Polonia, fanno i conti con esistenze qualsiasi e con una Storia più grande di loro. Peccato che la Storia, oggi, non significhi nulla: i simboli sono svuotati, se non divorati dalle trasformazioni urbane. Restano gesti rituali, ma a volte nemmeno appoggiare un sasso davanti a una porta in uno squallido cortile viene tollerato. Con una scrittura di straordinaria sottigliezza analitica, Eisenberg offre un ritratto pessimista delle funzioni simboliche della memoria e della curabilità del dolore (quello vero, appunto).

HERETIC

Due modi di guardare a Heretic. 1. Valutazione industriale: ottima. Si tratta di un horror psicologico sagacemente a basso costo, che valorizza un solo set, un ottimo attore in contro-ruolo e la fotografia eccezionale del maestro Chung Chung-hoon. 2. Valutazione interpretativa: di che diavolo parla il film? Sembra una resa dei conti tra svalvolati religiosi (le due predicatrici dei Mormoni e lo psicopatico eretico che vuole essere Dio) con un finale ambiguissimo che offre un assist alla destra cristiana. Visto con gli umori di questi giorni, invece, potremmo leggerlo come un racconto su che cosa succede quando vivi di ideologie irrazionali e poi, ops, ti trovi alla mercé di un vero dominatore pazzo (nell’allegoria, le ragazze sarebbero l’Occidente e Hugh Grant sarebbe Trump).

L’ANGELO AZZURRO

Quando escono i classici restaurati, il rischio è sempre di rivederli, impacchettare le valigie e lasciare il cinema dicendo “vabbé, salutiamo tutti e d’ora in poi guardiamo solo questi”. Poi si razionalizza e si torna all’oggi. Però il capolavoro di Von Sternberg rimane clamoroso. Capace di farsi esempio universale di storia di autodistruzione, L’angelo azzurro rivisto adesso enfatizza la sua natura sospesa tra post-espressionismo, sperimentazione sul suono in epoca di superamento del muto, premonizione di una catastrofe sociale e storica in arrivo. Per non parlare di un lato Freaks (inteso come Browning, ovviamente) che lo sospinge nell’area del weird cult quando meno te lo aspetti. In una parola: irriducibile.